mercoledì 16 dicembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE TREDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.


(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(La Dodicesima Parte è consultabile QUI)

Il Pensiero degli Scienziati circa la presenza di Dio.


Krishna dice nella Bhagavad gita:

Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham

“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.

E da Quella fonte che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale che caratterizza il metodo scientifico. Nel caso dell'approccio empirico alla conoscenza la rappresentazione della realtà viene fornita attraverso la formulazione di modelli che in qualche modo cercano definire la struttura della materia in un determinato contesto. Si pensi al caso della Fisica classica. La formulazione teorica è stata dimostrata essere vera solo in determinati contesti, ma non in altri e per questo sé stato necessario formulare nuovi modelli (come la teoria della relatività di Einstein o la meccanica quantistica). Ma si pensi anche ai vari modelli dell'atomo che si sono succeduti nel corso del tempo. Il modello di Bohr è stato successivamente rimpiazzato dal modello di Schrödinger in quanto insufficiente. Questi modelli sono definiti a causa di una mancata comprensione della vera natura della realtà. L'approccio analogo vedantico è chiamato jnana-yoga o aroha-pantha. Certamente, attraverso questo metodo, per uno scienziato sincero e senza pregiudizi, è possibile arrivare alla conclusione che la materia non è la realtà ultima ma che esiste qualcosa di ulteriore, di trascendente, che nella cultura vedantica è rappresentato con la forma impersonale di Dio. Ad esempio Heisenberg disse:

“Certamente come scienziati compiamo errori nelle nostre teorie scientifiche, e ci vorrà ancora del tempo prima che questi errori saranno trovati e corretti. Ma possiamo essere sicuri che ci sarà una decisione finale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Tale decisione non dipenderà dalla credenza del singolo, dalla sua razza o dall'origine dello scienziato, ma sarà presa da una potenza superiore e sarà applicata agli esseri di ogni tempo … Esiste una coscienza superiore, non influenzata dai nostri desideri, che in ultima analisi decide e giudica.”

Mentre Max Born affermò:

“Ho visto in esso (l'atomo) la chiave dei segreti più profondi della natura, e mi ha rivelato la grandezza della creazione e del Creatore”

Anche Einstein percepiva la presenza di un'armonia globale:

“Io credo nel Dio di Spinoza che si rivela nella ordinaria armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa del fato e delle azioni degli esseri umani.”

E ancora:

“Una volta in risposta alla domanda: «Lei crede nel Dio di Spinoza?», Einstein rispose così: «Non posso rispondere con un semplice sì o no. Io non sono ateo e non penso di potermi chiamare panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino piccolo che entra in una vasta biblioteca riempita di libri scritti in molte lingue diverse. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri. Egli non conosce come. Il bambino sospetta che debba esserci un ordine misterioso nella sistemazione di quei libri, ma non conosce quale sia. Questo mi sembra essere il comportamento dell'essere umano più intelligente nei confronti di Dio. Noi vediamo un universo meravigliosamente ordinato che rispetta leggi precise, che possiamo però comprendere solo in modo oscuro. I nostri limitati pensieri non possono afferrare la forza misteriosa che muove le costellazioni. Mi affascina il panteismo di Spinoza, ma ammiro ben di più il suo contributo al pensiero moderno, perché egli è il primo filosofo che tratta il corpo e l'anima come un'unità e non come due cose separate (Brian, Einstein a life, 1996, p. 127).”

“Chiunque sia seriamente impegnato nello studio delle sottili leggi che regolano l'universo si convince che uno spirito è manifesto in esse, uno spirito vastamente superiore a quello dell'uomo (The Expanded Quotable Universe, ed. Alice Calaprice, 2000, originariamente citato in una lettera ad uno studente che chiedeva ad Einstein se uno scienziato prega – Einstein Archive)”

Nel complesso, quindi, Einstein credeva in un Dio impersonale presente nella natura (pur senza identificarsi con essa) in modo misterioso. Fu accusato anche per questo di ateismo dal vescovo di Boston O'Connell e ne soffrì molto. Einstein non ha avuto la possibilità di studiare teologia o spiritualità, tuttavia, proprio grazie alla sua intelligenza acuta, ha potuto comprendere l'esistenza di uno spirito che penetra e sostiene l'universo, e ne regola quindi le geometrie e le leggi perfette (il dharma), e soprattutto ha compreso benissimo che ci sono tante cose nell'universo che non possono essere afferrate sul piano logico-razionale. La nostra intelligenza, non può da sola afferrare l'aspetto profondo del Divino e la sua più intima natura.

Questi sono giusto alcuni esempi di molti che se ne potrebbero fare di come attraverso lo studio analitico del funzionamento della natura materiale e delle sue leggi sia possibile percepire una ulteriorità, una forma di intelligenza che regola tutto il creato, ma anche come tale conclusione comunque sia parziale ed incompleta. Nella Bhagavad Gita Krishna spiega che al fine di conoscere la vera natura della realtà oltre il piano fenomenico tutti gli approcci che non includano la bhakti (il servizio devozionale) sono incompleti e non porteranno mai alla vera conoscenza:

Bhaktya mam abhijanati
Yavan yash casmi tattvatah
Tato mam tattvato jnatva
Vishate tad-anantaram

“Soltanto col servizio devozionale è possibile conoscere Me, il Signore Supremo, così come sono. E quando si diventa pienamente coscienti di Me grazie a questa devozione si può entrare nel regno di Dio”. Bhagavad Gita XVIII.55

In precedenza è stato spiegato che secondo il Vedanta Dio può essere percepito secondo tre differenti modalità: Brahman, Paramatma, Bhagavan. Gli scienziati del livello di Heisenberg e Einstein, dall'alto della loro intelligenza e conoscenza, sono arrivati a percepire il Brahman, che è solo una modalità della realtà trascendente, ma non la definisce completamente. Come spiega Krishna, solo il servizio devozionale (bhakti-yoga) porta a conoscere il trascendente nella Sua forma completa e personale (Bhagavan). Anche Kant nella sua opera “Critica alla ragion pura” ha evidenziato come il ragionamento empirico sia insufficiente per spiegare una realtà trascendente e personale, ma certamente può portare ad intuire la presenza di un'intelligenza superiore, come avvenuto per Einstein e altri eminenti scienziati. Ma per fare il passo decisivo occorre andare oltre e trascendere il piano della ragione integrando la conoscenza che non può arrivare dai sensi limitati (incluse la mente e l'intelligenza), con una conoscenza interiore che porta a realizzare il divino in noi e la stretta relazione di amore che ci lega.

giovedì 10 dicembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE DODICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(L'undicesima Parte è consultabile QUI)


I metodi per ottenere la conoscenza secondo il Vedanta.
L'epistemologia Vedantica indica che l'acquisizione della conoscenza è possibile in tre differenti modi: (1) attraverso la percezione dei sensi (pratyaksha), (2) attraverso l'inferenza (anumana), e (3) attraverso la conoscenza rivelata (shabda). Shrila Jiva Goswami descrive questi metodi nel suo trattato chiamato Tattva sandarbha, in cui, inoltre, esalta lo Shrimad Bhagavatam come l'opera più eccelsa all'interno del panorama Indovedico. Pratyaksha – è la conoscenza ottenuta direttamente attraverso la percezione sensoriale, ovvero attraverso gli occhi, le orecchie, il naso, la pelle e la lingua. La mente è considerata il sesto senso, e quindi anche attraverso essa è possibile acquisire conoscenza. Certamente pratyaksha è un metodo corretto per ottenere la conoscenza (pramana), ma non è un metodo assoluto poiché la percezione sensoriale ha evidenti limiti e pertanto, in quanto tale, non è completa. Tuttavia nella tradizione Vedantica un ricercatore spirituale sincero che persegue una rigorosa disciplina al fine di purificare mente e sensi, quando tale processo raggiunge il culmine, e quindi i sensi materiali hanno subito una trasformazione che li ha portati a diventare spirituali, ha la possibilità, a quel punto, di conoscere la realtà ultima attraverso pratyaksha. Gli spiritualisti avanzati sono quindi in grado di acquisire la conoscenza con questa modalità. Nella Bhagavad Gita Krishna afferma:

Raja-vidya raja-guhyam
Pavitram idam uttamam
Pratyakshavagamam dharmyam
Su-sukham kartum avyayam

“Questo sapere è il re di tutte le scienze, il più segreto dei segreti. E' la conoscenza più pura, e poiché permette di realizzare con percezione diretta la propria vera identità, è la perfezione della religione. Tale conoscenza è eterna e si applica con gioia.” (Bhagavad Gita IX.2)

La conoscenza che consente di accedere ad un piano di comprensione superiore, oltre la materia, è molto confidenziale, pura e la più elevata. Tale conoscenza è ricevuta direttamente (pratyaksha) da colui che si applica sinceramente nell'adorazione del Divino perché ha raggiunto lo stadio di completa purificazione della mente e di tutti i sensi.

Anumana (inferenza) – Significa dedurre qualcosa a partire dall'osservazione di qualcos'altro. Il tipico esempio che viene riportato è quello per il quale viene inferita la presenza del fuoco in un determinato punto dalla sola osservazione del fumo. E' un tipo di conoscenza ulteriore rispetto a quella diretta-sensoriale che nasce dal presupposto di uso della logica. Sia il metodo pratyaksha che il metodo anumana, seppur approcci corretti, hanno comunque dei limiti che sostanzialmente risiedono nel fatto che, come affermato da Shrila Jiva Goswami, la percezione sensoriale è soggetta a quattro limiti. Essi sono:
1) Illusione (bhrama), si pensi ad esempio al miraggio in un deserto;
2) Sono soggetti ad errore (pramada). Il tipico esempio delle scritture è quello di una corda che viene scambiata per un serpente; accade che spesso interpretiamo come vero ciò che i sensi ci fanno percepire e dentro di noi si innescano tutti i meccanismi connessi (si pensi alle scariche di adrenalina nel caso “vedessimo” un serpente quando invece trattasi di una corda!). E così il detto popolare “errare è umano”. A riguardo di ciò è interessante notare che Einstein diceva: “potrebbe essere euristica mente utile tenere a mente cosa uno ha osservato. Ma è sbagliato dedurre una teoria dai soli dati osservati, è la teoria che ci dice cosa noi possiamo osservare”.
3) Campo di ricezione delle informazioni limitato (karanapatava), ovvero i sensi possono percepire solo una porzione molto limitata della realtà, ad esempio l'orecchio umano non può percepire suoni che hanno una frequenza sotto i 20 Hertz (infrasonici) e sopra i 20000 Hertz (ultasonici), e parimenti non è possibile vedere le radiazioni elettromagnetiche nell'ultravioletto o nell'infrarosso.
4) Tendenza ad ingannare (vipralipsa). L'onestà è una qualità dell'essere umano(1) tuttavia qualche volta l'essere è sopraffatto dall'orgoglio, dal falso ego, dall'arroganza, oppure semplicemente la psiche è fortemente condizionata dalle esperienze del passato (samskara) e dagli attributi della natura materiale (i guna). Capita così che una persona tende ad ingannare gli altri al fine di dominare, prevalere, prevaricare, emergere. Secondo il Vedanta un tale atteggiamento è sintomo di una non consapevolezza spirituale.
Shabda (conoscenza rivelata) – nell'approccio vedantico, shabda è il metodo più corretto per ottenere la conoscenza poiché arriva direttamente dalla Verità Assoluta e trascendente.,ed entra così direttamente nel cuore di persone che hanno raggiunto livelli di coscienza particolarmente elevati e tali da sviluppare un livello di sensibilità che trascende il limitato piano sensoriale. Su questo piano c'è la comprensione della Verità Assoluta come la causa di tutte le cause. Se ci pensiamo bene chiunque ed in qualunque campo del sapere umano (della scienza, dell'arte, ecc.) riceve la conoscenza attraverso l'ispirazione di una qualche forma di “guida”. Anche questo tipo di conoscenza può essere interpretata come conoscenza “rivelata”. Quella che riguarda il piano assoluto, trascendente, arriva direttamente dalla Coscienza Suprema, Dio.

Krishna dice nella Bhagavad gita:

Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham

“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.

E da Quella fontei che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale.

(1) Marco Ferrini, Le 26 Qualità del Ricercatore Spirituale, Edizioni CSB.

mercoledì 9 dicembre 2009

SEMINARIO INVERNALE CSB 2009/2010

La Scienza della Meditazione e la Trasformazione Evolutiva della Personalità.
Analisi e commento del Kaivalya Pada.

Imparare l'arte della meditazione per favorire la liberazione dai condizionamenti e lo sviluppo della gioia nella relazione d'amore con Dio, con sé e con gli altri.


Pinarella di Cervia (RA), dal 27 Dicembre 2009 al 3 Gennaio 2010 - Struttura sul lungomare.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI - Segreteria CSB:
Telefono: 0587 733730
Mobile: 320 3264838
FAX: 0587 739898
secretary@c-s-b.org

lunedì 30 novembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE UNDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(La Decima Parte è consultabile QUI)

La Rivelazione ed il metodo Scientifco.

I Sutra 3 e 4 del vedantasutra, affermano:

Sutra I.1.3
Shastrayonitvat

Shastra – la Scrittura, la Rivelazione, le Upanishad, Yonitvat – Perché di essa è la dimostrazione o fonte; la parola yom, letteralmente significa che causa o produce la conoscenza di una cosa.

[l’esistenza del Brahman non può essere dedotta con l’inferenza], perché Egli può essere compreso solo attraverso le scritture - 3


Sutra I.1.4
Tattu-samanvayat

Tat – quello, ossia il fatto che Vishnu è il tema centrale di tutti i Veda, Tu – ma, una parola che rimuove il dubbio, Samanvayat – per concordanza, per corretta discussione ed interpretazione.

[Ma Vishnu è la materia principale di tutti i Veda], perché questa è la corretta interpretazione di tutti i testi – 4

Dal commentario di Baladeva Vidyabushana leggiamo:
La parola “non” deve essere sottointesa in questo Sutra dal quarto Sutra di questo pada. Il Brahman non è l’oggetto dell’inferenza di un ricercatore della Verità. Perché? Perché solo le Scritture, in particolare le Upanishad, sono la fonte della Sua comprensione. Così, il Brahman può essere compreso solo attraverso l’insegnamento delle Upanishad. Se fosse diversamente, la designazione “aupanishada” (il cui significato etimologico è “Egli è conosciuto solo attraverso le Upanishad”), come applicata al Brahman, sarebbe priva di significato. Riguardo l’obiezione secondo cui la parola mantavya significa che l’esistenza del Brahman può essere compresa attraverso il ragionamento, noi chiariamo che il ragionamento può essere usato se applicato allo studio delle Upanishad, per dimostrare l’esistenza di Dio. Così noi troviamo il seguente verso (nel Mahabharata Vanaparva e nel Kurma Purana) “Uha o corretto ragionamento è quello attraverso il quale scopriamo il vero senso di un verso di una scrittura, rimuovendo tutti i conflitti tra ciò che lo precede e ciò che lo segue. Ma una persona dovrebbe prima di tutto abbandonare una sterile discussione.” Oltretutto l’inutilità di una sterile discussione, come supportata da Gautama e altri Rishi Vedici, è mostrata anche nel Sutra II.1:11. Questo mostra che la speculazione, quando applicata al tema della Verità Assoluta, dovrebbe essere abbandonata, perché non basate sulla rivelazione. La conclusione è che il Brahman deve essere compreso solo attraverso lo studio del Vedanta e attraverso la sua meditazione. Ciò è spiegato anche in seguito nel Sutra II.1.27, dove sarà evidenziato che la migliore dimostrazione dell’esistenza del Brahman, libero da tutti gli oggetti, è la rivelazione. Ciò prova inoltre che Dio, Hari ha la forma del Sé, che è il testimone di tutte le esistenze e di tutte le anime, che possiede ogni attributo che formano la sua natura essenziale, che è immutabile, il creatore dell’universo, e che dovrebbe essere adorato in questo modo.

In questi Sutra Badarayana ricorda un concetto molto importante secondo il quale le scritture sono un mezzo fondamentale per la comprensione dell’Essere Supremo, che tuttavia non può avvenire senza la pura devozione. Il processo di conoscenza, allora, non passa attraverso la pura logica, ma la trascende. Le Scritture rivelate, quindi, sono l'autorità suprema, in tema di Realtà Assoluta proprio come solo le parole della madre possono dare indicazioni precise e autorevoli circa la vera identità del padre. Certamente una affermazione di questo tipo non intende sminuire la validità dell'approccio basato sulla logica empirica e sull'evidenza sperimentale, che sono sicuramente utili nell'ambito del metodo scientifico. I grandi risultati della nostra era sono infatti basati proprio sul metodo scientifico, che tante innovazioni ha portato (si pensi ad esempio all'avvento del transistor che ha consentito una rivoluzione elettronica attraverso la distribuzione pervasiva di componenti che aiutano la vita di tutti i giorni. Ma si pensi anche all'avvento della tecnologia Internet, e a tutti i benefici che giornalmente usufruiamo ….). Quello che qui si vuole portare all'attenzione è che tuttavia tale approccio ha oggettivi limiti nel momento in cui si vuole investigare la realtà che è oltre il piano sensoriale e materiale. E' un po' come quando si vuole investigare la natura della materia a livello subatomico. Per fare ciò non sono sufficienti “usuali strumenti” quali il microscopio o altro. Occorrono altresì strumenti più potenti ed energie altissime (si pensi ad esempio al complesso acceleratore sub-atomico del CERN di Ginevra utilizzato per creare urti subatomici per scoprire nuove particelle). Il metodo scientifico non è quindi il metodo più idoneo per investigare l'esistenza di Dio. Ciò è principalmente dovuto al fatto che i nostri sensi sono limitati, per cui la conoscenza scientifica che deriva da ciò che il nostro intelletto elabora dalla percezione dei sensi è oggettivamente incompleto. La Scienza spiega ciò che può essere osservato e deduce delle leggi sulla base di poche verità che sono considerate fondamentali. Esse sono un po' come gli assiomi in matematica. Gli assiomi sono frasi che sono considerate vere e che non necessitano di dimostrazioni in quanto risultano “autoevidenti”. Sulla base di tali assiomi, vengono poi dedotte delle leggi (teoremi) attraverso l'inferenza e l'osservazione. Gli assiomi sono quindi come dei punti di partenza per costruire un sistema di conoscenza e spiegare i vari fenomeni osservati. Questo è il metodo scientifico. La rivelazione (Shruti), l'evidenza shastrica, invece, riporta una conoscenza intuitiva, interiore, derivante da un darshana, una visione mistica acquisita accedendo a piani di consapevolezza superiori risultato di livelli di coscienza superiori, e quindi, in quanto tale, oggettiva. Perché non considerare come “autoevidenti” taluni risultati base derivanti da ciò? Il Vedanta lo fa, e definisce alcuni importanti assiomi teistici derivanti da questa osservazione interiore, la Scienza no, questa è la differenza.

Questo metodo di conoscenza è anche noto come avaroha-pantha, o approccio discendente (top-down). Il Vedanta riconsoce anche un altro metodo definito invece ascendente (aroha-pantha, o metodo bottom-up), che sostanzialmente coincide con il metodo jnana-marga, l'approccio speculativo alla conoscenza. Il Vedanta afferma che il metodo aroha-pantha è inferiore in quanto più difficile e tedioso rispetto al metodo avaroha-pantha, in particolare quando riferito alla più profonda conoscenza di Dio.

Nella Bhagavad Gita (4.2), Krishna afferma:

Evam parampara-praptam
Imam rajarshayo viduh
Sa kaleneha mahata
Yogo nashtah parantapa

“Questa Scienza Suprema fu così trasmessa in successione da maestro a discepolo, e i re santi la ricevettero in questo modo; nel corso del tempo, tuttavia, la catena di maestri si è interrotta e questa scienza così com'è sembra ora perduta”

La successione discepolare è caratteristica del metodo top-down, perché arriva direttamente dal Signore, il primo anello della catena parampara e via via si trasmette poi da Maestro a Discepolo. Invece, in altri contesti si è molto diffuso l'approccio bottom-up. Si pensi ad esempio agli insegnamenti di Platone, Cartesio, Kant, Darwin, per citarne alcuni, i quali non provenivano da una vera e autentica catena Maestro-Discepolo avente Dio stesso come adi Guru, il Supremo Guru originario, bensì fornivano insegnamenti secondo loro speculazioni e ricerche (e talvolta, perché no, intuizioni), ma non hanno mai seguito delle Scritture autentiche. Infatti, anche per questo motivo, molti ricercatori ancora dubitano circa la validità dei concetti da loro riportati (si consideri ad esempio la teoria evoluzionistica di Darwin, messa in contraddizione dai sostenitori della teoria creazionista). Secondo il Vedanta questo tipo di conoscenza non può essere considerata autorevole in quanto non perfetta non avendo il sostegno di Scritture rivelate e autentiche.

martedì 24 novembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE DECIMA).
A cura di Andrea Boni.

(La Nona Parte è consultabile QUI)

La Big-Vision.
La teoria della Big-Vision(1) è stata così coniata dal Dr. Singh (Bhaktisvarupa Damodara Swami) per indicare le cause dell'origine, della creazione e della manifestazione dell'Universo secondo gli insegnamenti del Vedanta. Nello Shrimad Bhagavatam viene riportata una conversazione molto importante tra due grandi persone sante – Maitreya muni e Vidura. Vidura non era completamente felice sebbene appartenesse alla famiglia della dinastia dei Pandava. Così, nel corso del suo importante pellegrinaggio durante la battaglia di Kurukshetra, avvicinò uno dei più importanti saggi, Maitreya appunto, al fine di porgli domande circa il senso della vita, della creazione e Dio. Le risposte di Maitreya furono di grande conforto per Vidura, e tale conversazione costituisce la base del modello noto come Big-Vision:

Vidura disse: “O Grande saggio, in questo mondo tutti si impegnano in attività interessate per ottenere la felicità, ma non trovano né la soddisfazione né il sollievo alle sofferenze, anzi, con queste attività non fanno altro che aggravare la loro situazione. Ti prego dunque, indicaci la via della vera felicità” (Shrimad Bhagavatm III.5.2).

La ricerca della felicità è l'obiettivo ultimo di ogni essere vivente. Tutti cercano la felicità, e quindi la creazione cosmica deve possedere intrinsecamente un principio potenziale in base al quale ogni essere vivente può ottenere il reale successo: l'ottenimento della felicità. Il concetto centrale nella teoria della big-vision è quello secondo cui l'Universo è stato creato con lo scopo di consentire ad ogni essere vivente di potersi emancipare al fine di riacquisire la propria natura ontologica. Anche alcuni eminenti scienziati hanno intuito che deve esserci uno scopo nella nascita dell'Universo. Roger Penrose afferma: “Direi che l'Universo ha uno scopo. Non è li solo per caso”. Il Prof. George Wald, premio nobel in Biologia, dice:”La grande disparità di massa che sussiste tra i nucleoni e gli elettroni è una delle condizioni necessarie per la vita. Pressoché l'intera massa di un atomo è posizionata nel nucleo e mantiene la sua posizione indipendentemente da come gli elettroni si muovano attorno ad esso. Ciò è l'unica ragione per la quale qualsiasi cosa nell'Universo sta insieme. Se i protoni e i neutroni avessero una massa simile a quella degli elettroni, poiché una tale situazione provocherebbe una rotazione reciproca degli uni intorno agli altri, tutta la materia nell'universo sarebbe fluida”. Charles Townes, premio Nobel in Fisica, afferma che ci sono costanti uniche del nostro Universo. Se il valore di queste costanti fossero anche solo leggermente differente l'Universo sarebbe completamente diverso. Ciò induce a pensare che questa manifestazione cosmica è davvero speciale ed ha uno scopo ben preciso. Tutte queste affermazioni supportano indirettamente la visione Vedantica della Big-Vision.

Secondo il Vedanta lo scopo che sta dietro a questa manifestazione del mondo materiale è dunque risvegliare in ciascun essere vivente la bhakti, lo yoga dell'amore che ognuno possiede da sempre (si considerino in tal senso i primi sutra del Narada bhaktisutra) in quanto sua caratteristica costituzionale:

Svayam phala-rupeti brahma-kumarah.

“Il figlio di Brahma [Narada] afferma che la bhakti è il frutto di se stessa”

La Bhakti è la qualità devozionale sublime che connette l'individuo con lo Spirito Supremo, Dio, con la più profonda umiltà e offrendo un servizio incondizionato, ovvero non motivato egoicamente. Facendo un uso distorto del libero arbitrio, gli esseri viventi, sotto l'influenza del falso ego, agiscono con il desiderio di dominare la natura materiale, ma così facendo, paradossalmente, ne rimangono sempre più coinvolti. Quando una persona capisce la transitorietà del mondo e interrogandosi circa la sua falsa posizione comprende che non potrà mai ottenere la vera felicità se persiste nell'azione egoica, allora comincia a porsi delle domande: “Dove ho sbagliato? Come posso ottenree la vera felicità?” Questo è il primo passo per avvicinarsi ad una entità Superiore. Questa richiesta di comprensione costituisce il vero punto di svolta nella vita di ogni individuo.

(1) Bhakti Svarupa Damodara Goswami, Savijnanam, N. 2, Rivista del Bhaktivedanta Institute.

lunedì 16 novembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE NONA).
A cura di Andrea Boni.

(L'Ottava Parte è consultabile QUI)

La visione Vedantica circa l'origine dell'Universo
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Secondo il Vedanta, quindi, la creazione, il mantenimento e la dissoluzione dell'Universo sono gestite sotto la supervisione della Coscienza Suprema, Dio, Shri Krishna. Si potrebbe pensare che accettando Dio come la fonte della creazione dell'Universo, qualsiasi speculazione scientifica o qualsiasi nuova teoria scientifica sarebbe inutile. In realtà secondo il Vedanta la “sfida” scientifica rimane soprattutto nel capire lo scopo che sta dietro alla creazione. Comprendendo ciò è così possibile realizzare il significato e lo scopo della vita umana. Nel Vedanta lo studio della coscienza è alla base di tutto, compreso la creazione e lo scopo della nascita dell'universo. Il Vedanta indica che la Coscienza Suprema, che è appunto Suprema tra tutti gli esseri coscienti, manifesta se stessa nelle Sue varie forme con lo scopo di creare. Le entità viventi, atman, sono eterni e sono Sue espansioni separate differenti e non differenti allo stesso tempo:
Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanaha
Manh-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
“Gli esseri viventi, in questo mondo di condizioni, sono Miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente” (Bhagavad Gita XV.7) L'atman è pertanto qualitativamente uno con il Supremo, tuttavie Egli è conscio di qualsiasi cosa, mentre i songoli frammenti sono cosci solo di se stessi. Un attento studio della cosmologia vedantica fornisce le fondamenta della relazione naturale tra Dio e gli esseri individuali, tra l'uomo e le altre forme di vita, tra l'uomo e l'ambiente. Tali fondamenta costituiscono l'essenza dell'etica globale, e sono necessarie per uno sviluppo coscienziale sostenibile. La manifestazione cosmica nasce da una energia Divina (la materia) che dal Divino è comunque separata, e ciò è possibile per opera del tempo (kala), che è una caratteristica impersonale di Dio stesso. Dio, la Persona Suprema, è la fonte e la causa di tutto (sarva karana karanam). Nella Bhagavad Gita (X.8) Shri Krishna dice ad Arjuna, Suo amico e devoto, “Sono la fonte di tutti i mondi spirituali e materiali. Tutto emana da Me” (aham sarvasya prabhavo). Prima di descrivere i cicli cosmici della creazione, del mantenimento e della dissoluzione dell'universo secondo la prospettiva vedantica, occorre comprendere il modello noto come “Big-Vision”, in contrapposizione al modello noto come “Big Bang”.

(Tratto da un articolo di Bhaktisvarupa Damodara Swami apparso sul numero 2 della rivista Savijnanam del Bhaktivedanta Institute).

lunedì 5 ottobre 2009