venerdì 13 febbraio 2009

ORIGINE DELLA VITA
di Marco Ferrini.

Com’è strutturato l’universo? Che cosa sono la vita e la coscienza? Solo una combinazione di atomi e molecole? Le creature sono animate da un’essenza spirituale? Se sì, essa è presente solo nell’uomo o in tutte le manifestazioni della vita? Questi sono eterni interrogativi sia per la scienza che per la religione. Le menti più elevate della scienza occidentale hanno compreso il grande valore ma anche i limiti della conoscenza sperimentale, e hanno indicato nel metodo scientifico-deduttivo quello che consegue al piano contemplativo dell’intuizione. I rishi(1) indiani hanno impostato la loro ricerca partendo dal medesimo meccanismo di comprensione: è l’indagine nel profondo del sé che può condurre ad un livello di coscienza in cui si ha una visione unificata dei vari livelli di realtà, e si giunge alla comprensione delle leggi fondamentali dell’universo. Il racconto cosmogonico delineato nella letteratura classica indiana descrive in tre momenti l’esplosione di un seme: la germinazione, l’espansione e infine la disgregazione. Come dire: creazione, mantenimento e dissolvimento; dunque un percorso in cui un seme non percepibile(2) si espande differenziandosi in spazio cosmico, fino alla sua dissoluzione. Secondo la filosofia Samkhya(3) e Yoga(4), così come la persona umana è in verità una combinazione di fisico, psichico e spirituale, il mondo oggettivo è la manifestazione di un pensiero creato dalla volontà della Mente cosmica, energia cristallizzata in materia allo scopo di consentire all’essere di un percorso di realizzazione. La conversione dell'energia in materia e della materia in energia, secondo le formule rivelate all’Occidente da Einstein più di un secolo fa, fino alle recenti scoperte della fisica quantistica, descrivono con linguaggio scientifico occidentale le medesime grandi realizzazioni dei saggi vedici. Secondo questi ultimi l’universo risulta infatti essere coscienza in espansione; un progetto realizzato dal pensiero della Mente Cosmica. Nel paradigma Vedantico(5) sono due le categorie conoscitive: conoscenza della materia e delle sue particelle, come atomi e quark (i corpi) e conoscenza dello spirito (il conoscitore del corpo o campo). La prima categoria ha a che vedere con ciò che è mutevole, temporaneo ed esterno al sé; la seconda con ciò che è immutabile, eterno, trascendente: il sé. Tuttavia, in ultima analisi, secondo la psicologia indovedica non c’è reale dicotomia tra materia e spirito, in quanto entrambi sono energie originate dalla stessa suprema Coscienza, che pervade tutto l'universo fisico (virat, il corpo cosmico) e anima tutta la materia (prakriti), proprio come la coscienza individuale pervade l’intero corpo. Nel mondo, quindi, tutto è indissolubilmente collegato: il soggetto all’oggetto, lo spirito alla materia, gli esseri tra loro e ciascuno di loro all’Essere supremo, i corpi individuali al corpo cosmico, la mente individuale alla mente universale. La comprensione approfondita di queste fitte corrispondenze ed interrelazioni tra micro e macrocosmo, costituisce un presupposto indispensabile per penetrare la realtà e conseguire una piena realizzazione del sé attraverso lo sviluppo di una visione del mondo organica ed integrata. Le opere vediche insegnano infatti che il benessere di ciascun individuo dipende imprescindibilmente dal proprio livello di armonia con la dimensione del macrocosmo, con la sorgente divina di tutte le energie. Il Samkhya descrive le fondamentali energie costituenti il cosmo e il processo che porta alla manifestazione del mondo fenomenico, a partire dall’interazione di prakriti (materia) e purusha (essenza spirituale). Il dinamismo dell’universo si deve infatti all’interazione tra queste due differenti energie. Il loro venire a contatto è necessario poiché lo spirito è inattivo senza la materia e la materia è cieca senza lo spirito. Essi si presentano come coscienza e non-coscienza, soggetto e oggetto, conoscitore e conosciuto. L’intero processo della creazione è un atto di graduale evoluzione e sviluppo da un elemento al successivo, fino a raggiungere la varietà della natura come la conosciamo. In particolar modo nelle Upanishad(6), vengono descritte le fasi che delineano un processo che può essere definito di involuzione psichica o sviluppo nella materia, a seconda del punto d'osservazione. Per utilità didattica la chiameremo evoluzione, concetto da non assimilare a quello darwiniano di evoluzione delle specie. Si tratta di uno spessimento, di una concretizzazione sempre maggiore, fino a che gli elementi diventano percepibili dai sensi. Questo sviluppo delinea il tracciato di tutto ciò che è manifesto, e che passa da una fase implicita, sensorialmente impercettibile, intuibile solo attraverso le cosiddette percezioni paranormali, quelle che si sviluppano a livelli di coscienza superiore o supercoscienza, per giungere alla piena attuazione della propria realtà esplicita, percepibile dal complesso sensoriale. La filosofia Samkhya descrive gli elementi potenziali, le essenze della cosiddetta manifestazione sottile che vengono definiti tanmatra, generalmente non percepibili ma desumibili per inferenza. Questi elementi archetipi di energia vibrante corrispondono alle essenze del suono, del tatto, della vista, dell'olfatto e del gusto. Attraverso un processo di condensazione materica, essi generano prima le facoltà sensoriali (jnana indriya) dell'udito, del tatto, della vista, del gusto e dell'olfatto, poi i corrispettivi organi di percezione (karma indriya): l'orecchio, la pelle, gli occhi, la lingua e il naso, e infine i cinque bhuta, ovvero l'etere(7) (l'aria e gli elementi gassosi), il fuoco (gli elementi caldi e luminosi), l'acqua (gli elementi liquidi) e la terra (gli elementi solidi). La composizione dell’energia materiale (prakriti) è costituita dai cinque bhuta o elementi grossolani appena descritti (etere, aria, fuoco, acqua e terra) e dai tre elementi sottili che formano la struttura psichica degli esseri individuali e dell’universo: manas (mente), buddhi (intelletto) e ahamkara (io storico o falsa concezione di sé). Gli elementi fisici grossolani derivano dai tanmatra come segue: dal tanmatra del suono (shabdatanmatra) si produce akasha, l’elemento etereo-spaziale che procede dall’interazione tra il suono e il suo oggetto e rivela le caratteristiche dei suoni percepibili dall’orecchio, proprio perché la percezione dello spazio è legata all’apparato uditivo(8). Dal tanmatra del tatto (sparshatanmatra), combinato con quello del suono, si produce l’elemento aereo-ventoso (vayu, aria), con gli attributi del suono e del tatto: avvertito anche dall’udito ma specificamente rilevato dal tatto. Dal tanmatra del colore (rupatanmatra) misto a quelli del suono e del tatto, nasce l’elemento luminoso-igneo (agni, luce o fuoco), con proprietà di suono, tatto e colore, avvertito sia dall’udito che dal tatto ma specificamente rilevato dalla vista. Dal tanmatra del gusto (rasatanmatra) combinato con i precedenti tre, si produce l’elemento liquido-acquoreo (apa, acqua), con qualità di suono, tatto, colore e gusto, avvertito da udito, tatto e vista ma specificamente rilevato dal gusto. Infine il tanmatra dell’odore (gandhatanmatra) che, combinato con i quattro precedenti, origina l’elemento solido-ctonio (gandha, terra) che ha perciò le qualità di suono, tatto, colore, gusto e odore ed è avvertito da udito, tatto, vista e gusto ma specificamente rilevato dall’olfatto. Le combinazioni di atomi che troviamo in natura sono trasformazioni ulteriori degli archetipi tanmatra, l'esito di processi con più fasi di elaborazione, reazione e sintesi. Come possiamo comprendere è dunque dall'impercettibile, dal sottile, dagli elementi archetipi che si creano gli organi e gli elementi fisici; è la funzione o facoltà sensoriale che forma l'organo e che lo perfeziona a proprio uso e misura. Gli organi sensoriali sono trasduttori di energia: stimolati da una fonte energetica esterna, essi la traducono per trasmetterla ai centri nervosi. Sono come canali attraverso i quali passano informazioni in codice che raggiungono poi la mente e l’intelligenza, come spiegheremo in seguito. Sul piano fisiologico, quando le stimolazioni sensoriali raggiungono i centri nervosi della corteccia cerebrale, si attiva il collegamento con il resto del corpo fisico. Come insegna il Samkhya, ogni struttura fisica tangibile, percepibile con i sensi, deriva da una realtà più sottile, da un’impercettibile energia psichica, substrato di tutte le cose. Il corpo sottile costituisce una sorta di intelaiatura invisibile costituita di sostanza mentale sulla quale si configura e si costituisce il corpo fisico. Questo concetto richiama in maniera evidente e sorprendente una delle ipotesi più avanzate della fisica moderna, quella che riguarda il cosiddetto ordine implicito. Nella letteratura vedica, infatti, l’introspezione e l’intuizione mistica vengono esaltate quale strumento principe per cogliere la realtà trascendente, la quale si trova oltre la portata dei sensi e della logica umana, in grado di rilevare solo gli strati più epidermici del reale (percezione definita pratyaksha, relativa al piano psicofisico). Il livello superficiale di esistenza, l’unico percepito dalla stragrande maggioranza delle persone, viene definito da Bohm ordine esplicito o svelato. Sotto di esso vi è l’ordine implicito o celato, che dà origine a tutti gli oggetti e a tutte le apparenze del mondo fisico(9). Il pensiero indiano, in particolare la scuola del Vedanta vaishnava, spiega che la coscienza domina sovrana sulla materia, nel micro e nel macrocosmo. Il corpo individuale è assoggettato alla coscienza individuale(10), così come il corpo cosmico, l’universo, è pervaso e sostenuto dalla Coscienza universale. La coscienza individuale è parte della Coscienza cosmica. Per questo nelle opere upanishadiche troviamo affermazioni come: “Esso [il Brahman](11) è lontano ed è anche vicino; è all’interno e all’esterno di tutto(12)”, oppure “Tu sei Quello [il Brahman](13)”, da cui si evince che l’essenza spirituale sostiene e pervade ogni cosa e che il sé individuale è originato dal Sé cosmico(14) (come Sua espansione), ed è indissolubilmente collegato ad Esso da una relazione eterna(15). I mistici di tutte le tradizioni e di tutti i tempi hanno sempre visto e descritto una sorta di unitarietà, una relazione interattiva e interdipendente tra tutte le componenti del cosmo. Tale concezione, sorprendentemente si incontra e si armonizza con le più recenti scoperte scientifiche, specialmente quelle nel campo della fisica quantistica, che implicano una sostanziale interconnessione degli elementi della natura e il superamento della presunta assoluta separazione tra sistema osservato (oggetto) e sistema osservatore (soggetto). Già Einstein con la sua teoria generale della relatività aveva dimostrato che spazio e tempo non sono entità separate ma armoniosamente congiunte e parte di un insieme più vasto, un continuo quadridimensionale costituito appunto da massa, energia, spazio e tempo. Esponenti di spicco della moderna fisica subatomica hanno fatto ulteriori passi in avanti. Bohm, ad esempio, ha affermato che tutto ciò che esiste nell’universo è un continuum: le cose appartengono ad un insieme indiviso, anche se possiedono proprie qualità peculiari. I testi vedici offrono la grande opportunità di intraprendere un affascinante viaggio di conoscenza all’interno e all’esterno di sé stessi, poiché indagano le varie dimensioni della realtà individuando interazioni, collegamenti e corrispondenze. Essi non solo esplorano l’universo sensibile, definendo i princìpi fondamentali della cosmogonia e dell’escatologia vediche, ma descrivono anche l’universo dell’esperienza interiore, fornendo spiegazioni approfondite sui differenti stati di coscienza dell’essere e sulla personalità umana nelle sue molteplici componenti: percettiva, istintuale, pensante, immaginativa, volitiva, emozionale, intellettiva, intuitiva, spirituale. Nelle Upanishad si osserva l’universo e lo si comprende in costante relazione con l’individuo; l’analisi del rapporto tra macrocosmo e microcosmo assume così una preponderante connotazione psicologica, aprendo ad una visione della realtà fondata su di una stretta interrelazione tra sé e Super-sé, Brahman infinitesimale e Brahman supremo, nell’ambito peraltro di una peculiare caratterizzazione e concezione del tempo e dello spazio. Scopo principale del rishi upanishadico è quello di svelare la fitta rete di correlazioni che collega il mondo delle cose a quello della coscienza(16), l’oggetto al soggetto, il macrocosmo al microcosmo, riconducendo la molteplicità del reale alla sua sorgente unitaria ed individuando nel Brahman, il supremo Spirito, l’essenza ultima che tutto sostiene, che sta alla base ed unifica la moltitudine di cose e di eventi che osserviamo. Le scienze sperimentali forniscono un contributo importante nel campo della percezione, mettendo a disposizione sofisticati strumenti di osservazione e di ricerca. La moderna ricerca scientifica (in particolare la fisica quantistica) ha però già dimostrato quanto l’osservazione della realtà e la realtà stessa dipendano anche dalla coscienza dell’osservatore, dal punto di vista che questi ha sviluppato. Ai fini di un’indagine più attendibile risulta dunque indispensabile studiare non soltanto l’oggetto ma anche e soprattutto il soggetto, analizzare il funzionamento sottile del suo apparato psicofisico e comprendere la natura del suo sé profondo. L’occidentale tende ad essere rivolto essenzialmente all’esterno di sé. Di conseguenza, pur essendo divenuto esperto nell’analizzare con precisione e compiutezza i fenomeni della realtà oggettiva, rimane alquanto impreparato nello studio della propria realtà interiore. In tale ambito i testi indovedici offrono un inestimabile patrimonio di conoscenza, in grado di integrare le acquisizioni delle moderne discipline oggettive con una scienza antichissima ma di sorprendente attualità. Essi spiegano in maniera approfondita le dinamiche del mondo interiore, di cui la realtà esterna rappresenta generalmente una proiezione, proponendo un metodo efficace, per millenni sperimentato con successo, per lo sviluppo degli strumenti percettivi e per l’elevazione della coscienza. E’ infatti all’interno del contesto antico-indiano, e precisamente nella millenaria tradizione dello Yoga, che troviamo la più antica scuola di psicologia, capace di descrivere la natura e il funzionamento della psiche con una tale accuratezza, scientificità e proprietà di linguaggio, da risultare di grande utilità anche per la psicologia moderna. Secondo la psicologia indovedica la mente è oggetto, non soggetto; essa è il “filtro” attraverso il quale l’essere vede il mondo oggettivo. Definita “senso interno(17)”, esercita un ruolo chiave nel determinare la qualità dell’esistenza di ogni individuo, perché è il centro operativo che dirige ogni azione. La qualità della salute mentale determina la qualità della percezione, dunque la qualità del comportamento e quindi della vita. La letteratura vedica spiega infatti che né il tempo né lo spazio sono realtà assolute, in quanto individualmente vissute secondo modalità peculiari. Fenomeni come l’invecchiamento, la morte, le relazioni tra persone e quelle tra persone e cose sono dunque collegati a stati soggettivi della coscienza. La scienza psicologica indovedica non riduce la psicologia a neurofisiologia, come tendono a fare alcune scuole psicologiche moderne(18), le quali negano la peculiare realtà della psiche rispetto a quella del corpo e assimilano il prodotto cognitivo ad una struttura riducibile all’attività del sistema nervoso, dunque rispondente a leggi fisico-biologiche, e ricostruibile secondo parametri oggettivi e sperimentali. Per la psicologia indovedica gli oggetti psichici (idee, pensieri, immagini, emozioni, sentimenti, ecc.) non sono meno reali e consistenti di quelli fisici, caratterizzati da una loro propria conformazione e funzione, rilevabili però con una metodologia differente rispetto a quella utilizzata per i corpi sensibili, quest’ultima consistente principalmente nel metodo epistemologico definito pratyaksha e fondato sulla percezione sensoriale. Le scuole psicologiche moderne che non interpretano il processo psichico individuale in un orizzonte teorico di tipo materialistico-positivistico, si differenziano pur sempre dalla scienza psicologica indovedica in quanto quest’ultima riconosce l’esistenza di una realtà ulteriore rispetto al corpo e alla mente, che viene identificata con la forza vitale e rappresenta il soggetto cosciente, colui che fa l’esperienza di vedere, di pensare, di sentire, ecc., servendosi degli strumenti psicofisici. Questo me profondo e immutabile, situato oltre lo spazio e il tempo, che gli antichi saggi vedici chiamavano semplicemente sé, è il reale punto di riferimento dell’esperienza cognitiva. Questo sé viene definito, a seconda dei contesti, con i termini atman, purusha o jiva; tutti ad indicare l’essere vivente, il sé di natura spirituale, il vero protagonista della percezione, in grado di conferire luce all’intelletto, vitalità e sensibilità al corpo. Per la psicologia indiana la psiche, come il corpo, è costituita di energia materiale (prakriti), seppure abbia natura peculiare e più sottile rispetto a quella che struttura gli elementi fisici. Per la psicologia occidentale la mente, laddove ne venga riconosciuta la struttura specifica, è invece considerata il soggetto dell’esperienza cognitiva e generalmente si nega l’esistenza del sé immutabile (essenza spirituale) quale centro coscienziale e baricentro della personalità. L’atman, quale puro principio spirituale, è oltre lo spazio-tempo, perciò nella sua essenza ontologica non può subire nessuna forma di limitazione o di condizionamento. E’ come una sorta di “monade spirituale” che possiede qualità identiche al Brahman, anche se in misura infinitamente minore. Ciò che permette la percezione e l’elaborazione dei dati è dunque l’atman, di cui uno dei principali attributi è appunto la coscienza (cit). Quest’ultima, a differenza del sé spirituale o atman, la cui natura intrinseca rimane sempre immutabile, può essere alterata da sostanze o forze psicofisiche, ma non può essere spiegata in termini materialistici, come se fosse un prodotto biochimico. E’ la coscienza che produce la biochimica e non viceversa. La coscienza si serve della mente come organo di azione. Le opere classiche dello Yoga, e in generale della tradizione indovedica, evidenziano la necessità da parte dell’essere umano di imparare a gestire e ad utilizzare lo strumento psichico, per entrarne in pieno possesso ed orientarlo in modo da favorire l’acquisizione di una conoscenza quanto più possibile profonda di sé stessi e del mondo. Per utilizzare correttamente la psiche e anche per curarla, è indispensabile innanzitutto conoscerla a fondo, comprendendone struttura, funzionamento, facoltà straordinarie e limiti. Per fare ciò è indispensabile non identificarsi con essa. Il rischio maggiore si corre infatti quando il soggetto si identifica con i propri strumenti psicofisici di pensiero e d’azione, smarrendo la consapevolezza della propria individualità originaria, che è di natura spirituale. Come conseguenza di ciò si verifica una progressiva estraniazione dell’essere da sé stesso e uno stato di confusione e prostrazione profonda. La letteratura indovedica descrive il meccanismo psicologico che provoca l’identificazione della coscienza con la somma dei propri contenuti psichici e con il corpo, determinando la costituzione di ahamkara, il senso dell’io, ovvero la coscienza riflessa o condizionata. Ahamkara costituisce la prima forma di scissione della personalità, a seguito della quale il campo della coscienza si isola e si restringe ai soli corpo e mente, perdendo l’integrità originaria. Essendo questi ultimi in continuo mutamento - il corpo caratterizzato da un flusso e ricambio continuo di atomi e la psiche da un “fiume” di pensieri(19), un susseguirsi incessante di vritti o modificazioni mentali - l’individuo che è vittima di ahamkara si identifica con una personalità in transito, effimera, soggetta a continue oscillazioni e fonte di inevitabile sofferenza. Il Vedanta vaishnava insegna tuttavia che l’ego prodotto da ahamkara non va negato o rimosso bensì decondizionato e posto sotto il controllo del sé, affinché non costituisca più una barriera ma diventi un ponte tra l’individuo e la sua identità originaria, caratterizzata da pura coscienza. Senza la riarmonizzazione dell’essere individuale con l’Essere supremo, della mente individuale con la Mente cosmica, dell’intelligenza finita con l’Intelligenza infinita, non può sussistere una percezione di sé e del mondo corretta ed estesa a tutte le componenti antropologiche ed esistenziali: quella fisica, quella psichica e quella metafisica. L’integrazione dinamica e armonica di queste tre dimensioni dell’essere è presupposto indispensabile per il ripristino di uno stato di salute globale, a tutti i livelli. Nella visione tradizionale lo studio della mente non può prescindere dallo studio del sé(20); la componente psichica, e anche quella fisica, possono essere infatti effettivamente e definitivamente sanate solo se si verifica contestualmente lo sviluppo di una consapevolezza profonda, quella spirituale. Nell’ambito di tale processo di ricerca e di evoluzione risulta importante la corretta comprensione relativa alle dinamiche della percezione, alla natura e funzione degli strumenti psicofisici attraverso i quali abbiamo esperienza del mondo. La percezione è un fenomeno complesso, fondamentale da considerarsi perché determina la qualità della nostra vita. Dall’antica scienza vedica sappiamo che ogni aggregato di materia possiede una certa carica psichica (pratyaya). La materia infatti, pur essendo per certi versi inerte in quanto non dotata di volontà propria, è pervasa da potenti energie (guna), le quali costituiscono le forze strutturanti dell’universo fisico. Queste energie insite nella natura sono dette in sanscrito tamas, rajas e sattva(21) e ciascuna di esse determina la differente natura delle cose. La carica psichica contenuta negli oggetti stimola gli organi di senso dell’osservatore e, attraverso di essi, entra nel campo mentale del soggetto generando onde o sottili fasci di energia psichica definiti vritti. Gli organi di senso risultano essere i trasduttori energetici primari, attraverso i quali le cariche psichiche degli oggetti giungono dapprima alle facoltà sensoriali (jnana indriya) e da qui penetrano nel campo mentale definito manas, sede delle funzioni estrovertite e centro di raccolta dei dati che giungono dall’esterno attraverso i sensi. Le vritti non si fermano però a livello di manas, ma proseguono oltrepassando altri piani psichici: quello di ahamkara, la piattaforma dell’ego storico e, successivamente, la piattaforma dell'intelletto o buddhi, preposto all’elaborazione e all’analisi dei dati pervenuti attraverso manas. Lo stimolo tuttavia non si arresta neanche alla buddhi ma prosegue fino al piano psichico inconscio detto karmashaya. Di che cosa è popolato l'inconscio? Di molteplici impressioni o tracce di memoria dette samskara, le quali rappresentano i residui di percezioni o esperienze vissute. I samskara formano come tanti solchi nella psiche, vasana, che sono all’origine di tendenze e automatismi mentali, estremamente difficili da estirpare proprio perché radicati a livello inconscio. Per universali leggi psichiche, le impressioni nella memoria inconscia si agglomerano e si compattano ad altre di natura simile, formando anche i cosiddetti complessi ed influenzando stati d’animo, pensieri e concezioni di vita, fino a determinare la formazione del carattere e della personalità individuale. Questi contenuti psichici inconsci riaffiorano potenti alla coscienza, attraverso le cosiddette vritti di ritorno, soprattutto nei momenti in cui l'ego è indebolito, colto da sorpresa, spavento o altre emozioni intense. L'inconscio gioca dunque nella nostra vita un ruolo straordinariamente importante. L'io, che si muove principalmente su basi razionali, ha pochissima forza nei confronti dell’inconscio e della sua potenza titanica. La letteratura vedica spiega che l’essere spirituale o atman, al momento della morte, trasmigra da una matrice fisica all’altra (yoni) a bordo del corpo psichico sottile (sukshma sarira). In esso sono conservate le innumerevoli impressioni inconsce, samskara, che il soggetto ha accumulato durante la propria esistenza, le quali dunque determinano non solo la qualità della vita presente ma anche il destino dell’essere, la natura del corpo fisico successivo e le altrimenti inspiegabili predisposizioni naturali, talenti innati o psicopatologie congenite. Al momento della nascita infatti, la mente profonda non assomiglia affatto ad una tabula rasa, ma ad un nastro già inciso con innumerevoli engrammi. Secondo il Vedanta vaishnava le varie forme di condizionamento psichico e le sofferenze che ne conseguono, malattie, angosce, fallimenti, non sono inevitabili. Né il corpo fisico, né il corpo mentale costituiscono infatti la reale identità dell’essere; sono strumenti a disposizione del sé e non obbligatoriamente le sue gabbie. Attraverso la scienza dello Yoga, l’individuo può imparare a fare esperienze positive nel mondo, riuscendo a meglio filtrare e selezionare le impressioni prima che penetrino nella memoria inconscia; inoltre è possibile gradualmente recuperare tutto il materiale psichico che giace nel karmashaya e trasformarlo in maniera che diventi propedeutico ad un cammino di evoluzione, per favorire la riscoperta della nostra identità profonda, la comprensione delle leggi fondamentali dell’universo psicofisico e giungere allo sviluppo di una relazione armonica con noi stessi, con gli altri, con il macrocosmo e con la realtà attorno a noi.

(1) Grandi saggi, poeti-autori della letteratura vedica.
(2) E’ infatti avyakta (non manifesto).
(3) Lett. ‘enumerazione’. Il Samkhya, uno dei sei Darshana o sistemi del pensiero classico indiano, fornisce le basi filosofiche per lo studio dell’essere e del cosmo, di cui indica e spiega i costituenti essenziali. Viene tradizionalmente studiato in coppia con lo Yoga classico.
(4) Lett. 'unione', dalla radice sanscrita yuj ‘unire, collegare’. Lo Yoga, uno dei sei Darshana o sistemi di pensiero classico indiano, è la scienza per la reintegrazione del sé con la Realtà cosmica, della coscienza infinitesimale con la Coscienza cosmica.
(5) Vedanta significa letteralmente ‘fine del Veda’. Rappresenta uno dei sei Darshana o sistemi classici del pensiero indiano, denominato anche Uttara-mimamsa.
(6) Nel panorama letterario vedico, le Upanishad costituiscono la parte conclusiva della letteratura rivelata o Shruti, nonché il culmine del pensiero speculativo vedico.
(7) Elemento che riempie lo spazio. Spazio ed etere vengono talvolta tradotti, in sanscrito, con lo stesso termine: akasha. L’ elemento etereo-spaziale di fatto non è percepibile attraverso i sensi o gli strumenti prodotti in base alla percezione sensoriale; è ciò che noi possiamo solo concepire intellettualmente e chiamiamo ‘vuoto’, anche se in realtà si tratta di un elemento colmo di energie poderose che, senza soluzione di continuità, si cristallizzano in materia, divenendo in tal modo percepibili dai nostri sensi. Esso infatti riceve e contiene tutti gli altri elementi, senza mai assumere una qualche fattezza specifica in quanto non esiste come entità a sé stante ma come contenitore o, per dirla insieme ai fisici, come principio mediatore.
(8) La percezione delle direzioni dello spazio è infatti funzione dell’orecchio interno e inoltre il suono viene percepito tramite una vibrazione dello spazio in esso contenuto (cfr. M. Piantelli, Lo hinduismo. Testi e dottrine, in Storia delle Religioni a cura di G. Filoramo, Editori Laterza, 1996).
(9) Cfr. Michael Talbot, Tutto è uno, ed. URRA, 1997, p. 62-3.
(10) Cfr. Bhagavadgita XIII.34: “O discendente di Bharata, come il sole illumina da solo tutto l’universo, così il padrone del campo [l’atman] rischiara [con la coscienza] l’intero campo [il corpo]”. Questa e le traduzioni a seguire sono dell’autore.
(11) Lo Spirito, l’Assoluto, la Realtà suprema (Paramartha), la Verità trascendente (Paramtattva). Il termine Brahman, morfologicamente costruito sulla radice sanscrita brih, che significa ‘crescere’ o ‘espandere’, indica l’essenza spirituale onnipervadente, infinitamente vasta, senza limiti.
(12) Isha Upanishad mantra V.
(13) Cfr. Chandogya Upanishad VI.11.3.

(14) Cfr. Brihadaranyaka Upanishad V.1.1: “[Ci sono] quel completo [il Brahman] e questo completo [il jiva]; questo completo [il jiva] scaturisce da quel completo [il Brahman].Traendo questo completo [il jiva] da quel completo [il Brahman], il completo [tale] rimane.”
(15) Bhagavadgita XV.7.
(16) Cfr. M. Talbot, Tutto è Uno, Ed. Urra, 1997, p. 171: Credo che abbiamo superato da tempo, nella fisica delle particelle, il concetto di struttura passiva dell'universo, penso che siamo nel dominio nel quale l'interazione della coscienza con l'ambiente si verifica su scala talmente primaria che stiamo davvero creando la realtà in tutte le definizioni ragionevoli del termine.
(17) Cfr. Bhagavata Purana III.26.14.
(18) Si veda ad esempio il Comportamentismo di Watson.
(19) Secondo Bohm, la coscienza costituisce un perfetto esempio di movimento indiviso e fluido, un flusso e riflusso che non è precisamente definibile ma dal quale scaturiscono, emergendo in superficie, pensieri e idee. Questi prodotti della psiche sono per certi versi simili alle increspature o ai vortici che si formano in un ruscello che scorre e, proprio come i vortici in un ruscello, alcuni di essi possono ripetersi e persistere in modo più o meno stabile, mentre altri sono evanescenti e scompaiono con la stessa velocità con la quale sono apparsi. Questa propensione a cristallizzarsi in schemi fissi e rigidi si riscontra anche nei vortici di pensiero (idee ed opinioni) che talvolta tendono a sclerotizzarsi nella coscienza.
(20) Interessante notare che nella tradizione occidentale il termine psicologia significava originariamente ‘scienza dell’anima’ (dal greco psykhé ‘anima’, connesso con psykho ‘respirare, soffiare’).
(21) Sattva-guna è la forza che conduce verso l’alto; implica ‘equilibrio, armonia, leggerezza, luminosità’. Rajo-guna è la forza che lavora in espansione; genera 'dinamismo, attività frenetica, creatività’. Tamo-guna è la forza che spinge verso il basso, producendo ’inerzia, letargia, disordine’.

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