Sono molte le persone che, per vissuti personali, covano un senso di inferiorità che le porta verso amori tormentati, aventi una matrice comune e simile, che si ripetono anche con soggetti diversi. Nelle loro relazioni affettive la richiesta di attenzioni, rassicurazioni e conferme è continua e il buco della loro scarsa auto-stima alimenta pensieri denigratori che tendono a far sperimentare emozioni e desideri che mai si soddisfano. La qualità della vita che si mette in atto e che si sperimenta diventa una dolorosa conseguenza, portatrice di fallimenti e attaccamenti morbosi che portano di fatto solo sofferenza. La Cultura Indovedica, attraverso la sua millenaria letteratura, ci fornisce innumerevoli esempi e storie che dimostrano quanto ciò sia vero ed innato nella struttura stessa dell'essere vivente, al di là di qualsiasi contesto storico o sociale. Tra le tante, possiamo citare la storia del re Dhritarashtra, contenuta all'interno del Mahabharata, del re Puranjana, contenuta all'interno del quarto Canto dello Shrimad Bhagavatam, del brahmana Ajamila, contenuta all'interno del sesto Canto o del Re Citraketu, contenuta nel sesto Canto. Qual è la connessione tra l'esperienza, l'esperienza ripetuta, la dipendenza e quindi il ricadere negli stessi schemi mentali? Perché una persona compie gli stessi errori faticando ad imparare dall'esperienza? Di fatto, le emozioni e le sensazioni connesse sono i marcatori chimici delle esperienze precedenti ed esistono in virtù del fatto che le impressioni derivanti da un determinato vissuto hanno attivato specifiche reti neurali (ovvero le loro sinapsi). L'esperienza ripetuta ha poi rafforzato i loro collegamenti strutturando i percorsi a livello elettro-chimico. Ciò ha dato origine a modelli di comportamento (vasana) precostituiti che si sono rafforzati a tal punto che altre modalità di pensiero non vengono neanche prese in considerazione tanto più il collegamento è forte e saldo. Il “box” del nostro pensiero tenderà a creare pertanto la stessa struttura mentale dando origine ai pensieri automatici condizionanti, che portano ad evitare tutto ciò che non si conosce, ovvero che non si è sperimentato precedentemente. Ad ogni stimolo (interno od esterno) è associata una rete neurale a cui a sua volta è associata una componente emotiva. Nel corso dell'attivazione lungo il circuito formato dalla rete costituita dai singoli neuroni vengono rilasciate delle sostanze (i neurotrasmettitori) portatori di un contributo informativo, che viene comunicato a tutte le cellule del corpo, le quali svilupperanno dei particolari recettori a quel determinato neurotrasmettitore (si pensi che al momento se ne conoscono più di 100 e sono in continua crescita). Tanto più il modello di pensiero è strutturato e quindi il circuito neurale prevalente, tanto più si svilupperanno i recettori a quel determinato neurotrasmettitore. Ciò che avviene è una sorta di assuefazione a quella determinata sostanza rilasciata, ovvero saranno le cellule stesse tramite i recettori a richiederne il rilascio. Sussiste quindi una sorta di feedback dal corpo stesso. Lo stimolo scatenante l'emozione non arriva quindi solo dall'esterno e dall'interno (samskara), ma anche dal corpo a livello chimico. Ecco quindi spiegata la dipendenza emozionale. Naturalmente noi non siamo solo il risultato di elettro-chimica delle cellule, poiché ciò che da vita e luce ad esse è la coscienza che è alla base di tutto. Ne consegue che lo schema di comportamento automatico può essere interrotto agendo su di essa, creando i presupposti per un cambiamento alla base mediante lo sviluppo armonico di volontà saggia e autodisciplina delle emozioni. Per fare ciò il primo vero problema da risolvere è quello della conoscenza di chi siamo realmente. Dalla conoscenza a livello teorico (jnana), si passa poi alla messa in pratica attiva e ciò contribuisce alla modificazione delle reti neurali preesistenti ed alla formazione di nuovi circuiti. Infatti quando acquisiamo delle composizioni semantiche comunicate da qualcun altro (si veda ad esempio gli insegnamenti del Maestro Spirituale) e le interiorizziamo attraverso l'analisi, la riflessione, la contemplazione e la nostra critica personale, iniziamo a modificare e a creare nuove connessioni sinaptiche nel cervello. Queste connessioni di recente connessione costituiranno una rete di tessuti neurologici che non aspettano altro che di essere attivati dall'esperienza di vivere con questa conoscenza nuova. Quindi dalla conoscenza all'esperienza, per passare all'emozione fornita da quell'esperienza; essa consente di maturare una comprensione e lo sviluppo della saggezza. Ne consegue l'evoluzione. Nel corso di questo processo il praticante sviluppa la consapevolezza di essere “altro” che il contenuto mentale, facilitando il processo di dis-identificazione dal contenuto psichico e maturando contestualmente il “gusto” di una nuovo sentire, più elevato e sano rispetto al precedente che in definitiva portava solo sofferenza: “L'anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi, sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga. Ma se perde questo gusto sperimentando un piacere superiore, resterà fissa nella coscienza spirituale” Bhagavad Gita II.59. Il gusto superiore a cui fa riferimento Krishna (param drshtva nivartate) è costituito dalle emozioni spirituali, ciò che realmente appartiene alla nostra essenza, la forza causale di tutto ciò che chiamiamo amore e che viene poi distorto. A quel livello l'emozione non è illusoria in quanto non durevole nel tempo, anzi è stabile, profonda, vera ed autentica e dona intensa gratitudine, amore per sé stessi e per il creato. La felicità suprema, la libertà e la compassione sono dentro di noi, sono le emozioni spirituali. Il vero cambiamento nasce solamente da una vera conoscenza di sé, la visione oltre le maschere dell'ego, comprendendo che il piacere vero e autentico che dona un stabile appagamento, può essere conseguito solo riscoprendo la propria ed altrui intrinseca natura Divina.
Visualizzazione post con etichetta csb. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta csb. Mostra tutti i post
sabato 27 novembre 2010
SINAPSI, RETI NEURALI, ATTACCAMENTI, DIPENDENZE E CONDIZIONAMENTI E LORO SUBLIMAZIONE di Andrea Boni.
Etichette:
centro studi bhaktivedanta,
csb,
marco ferrini,
Matsya,
Matsya Avatara,
Matsyavatara,
Reti Neurali,
scienza,
Sinapsi,
spiritualità
martedì 9 novembre 2010
LA RAZIONALITA' SPIRITUALE di Andrea Boni.
Il giorno 06/11/2010, ho avuto la fortuna di assistere ad una lezione molto interessante di Marco Ferrini (Matsya Avatara Dasa) circa il Lila divino della collina Govardhana, in cui Krishna, per proteggere i Suoi cari devoti, e per correggere l'orgoglio di Indra, solleva un'intera collina posandola su un mignolo della Sua mano. Questo episodio è al di fuori di qualsiasi concezione razionale della mente. Mi sono allora chiesto: cosa è veramente razionale? Anche in matematica esistono i numeri reali, i numeri razionali, etc. Su di essi è possibile costruire un'algebra, ovvero una logica di operazioni in cui si stabiliscono delle regole ben precise. In questa logica, per esempio, si può decidere di definire l'operazione “+” tra due numeri: a+b. Se a=1 e b=1 allora si può definire che a+b=2. Il fatto interessante è che non sempre questo tipo di algebra è sufficiente per definire i fenomeni fisici del mondo fenomenico. Ad esempio sono stati definiti i numeri “immaginari” che consentono di modellare il mondo delle frequenze e sono molto utilizzati nell'ambito delle telecomunicazioni. In questo nuovo mondo un numero è composto di due parti, una parte reale ed una immaginaria: z=a+jb; a è la parte reale e b la parte immaginaria. L'indice “j” definisce il passaggio tra la parte reale e la parte immaginaria. Con questi nuovi numeri è necessario definire una nuova algebra in cui le operazioni hanno un senso diverso rispetto a quelle definite sui numeri reali. I soli numeri reali non sono sufficienti per definire i fenomeni inerenti le telecomunicazioni, che possono invece esserlo con questi “nuovi numeri” definiti con una nuova “logica”. Questo “trucco” di definire oggetti nuovi che possono modellare meglio i fenomeni fisici altrimenti inspiegabili è tipico nell'ambito della Scienza. Allora mi chiedo: perché non accettare una razionalità spirituale? Regole che possono definire e spiegare aspetti che la razionalità ordinaria non può spiegare, ma che diventano comprensibili accettando certi assunti di base. Attendo con gioia commenti e riflessioni per stabilire un utile dibattito su questo tema.
Etichette:
bhakti,
centro studi bhaktivedanta,
csb,
Logica,
marco ferrini,
Matsya Avatara,
Matsyavatara,
scienza,
spiritualità,
yoga
martedì 19 ottobre 2010
LA COSCIENZA SI TROVA NEL CERVELLO? a cura di Andrea Boni.
A seguito di un articolo pubblicato su questo blog, consultabile QUI.
Ho ricevuto alcuni commenti molto interessanti e consultabili presso lo stesso link. Fornisco anche qui di seguito la mia risposta in modo tale che possa essere condivisa da un pubblico più ampio, e quindi eventualmente coinvolgere altri interessati a fornire il proprio punto di vista.
Ho ricevuto alcuni commenti molto interessanti e consultabili presso lo stesso link. Fornisco anche qui di seguito la mia risposta in modo tale che possa essere condivisa da un pubblico più ampio, e quindi eventualmente coinvolgere altri interessati a fornire il proprio punto di vista.
Gentilissimo/a Amico/a, prima di tutto grazie per gli argomenti proposti, per l'analisi effettuata e per lo stimolo ad una utile discussione che nel nostro intento è veramente costruttiva quando include una varietà di punti di vista. Come studioso di una Cultura Millenaria, tengo a rimarcare il fatto che la Tradizione da noi divulgata non intende sostituire conoscenze acquisite in secoli di studi occidentali, bensì ritengo che possa fornire una prospettiva che integri i risultati ottenuti ad oggi, fornendo un punto di vista utile alla Scienza moderna, non per negarne i risultati, ma appunto per comprenderli e contestualizzarli in una prospettiva olistica, che tenga di conto non solo dell'aspetto fisico e psichico, ma anche e soprattutto spirituale. Aspetto che purtroppo oggi è decisamente trascurato, sebbene sia essenziale per il benessere globale della persona. Ciò è lo scopo principale del Centro Studi Bhaktivedanta. Questo per dirle che concordo con la maggior parte della sua analisi, tenuto anche conto del fatto che conosco ed apprezzo il lavoro prodotto da Damasio nei suoi importanti anni di ricerca, sebbene ci siano tante altre ricerche che pongono dei dubbi circa parte delle sue teorie (http://www.robertoalmada.it/userfiles/file/Antonio%20Damasio(1).pdf). In lui ho riscontrato diversi punti che possono essere ritrovati nella Psicologia dello Yoga. Per esempio, i marcatori somatici di Damasio vengono definiti “samskara” nella Scienza dello Yoga, le traccie di memoria latenti. Impressioni di azioni passate, che come dei solchi rimangono impressi nella memoria profonda del soggetto, provocando un condizionamento psichico e ovviamente fisico. Lo Yoga, pertanto, non nega le affermazioni da lei citate, ma le contestualizza e le amplia. Ad esempio, il concetto di “mente” occidentale, nello Yoga assume un significato più esteso. Si parla di mente (manas) per esprimere quella facoltà psichica connessa ai cinque sensi, una sorta di raccoglitore di dati provenienti dall'esterno. Si parla poi di intelletto (buddhi), come della facoltà psichica discernente. C'é poi la mente profonda (karmashaya), ciò che qui in occidente è stato scoperto essere l'inconscio, dove risiedono i samskara, le memorie latenti delle esperienze passate che creano le tendenze (vasana) e, di fatto, danno struttura alla nostra personalità. Naturalmente c'è anche l'ego (ahamkara), la visione distorta di sé, la falsa identificazione con corpo e psiche. Questi involucri psichici sono da considerarsi come parte integrante del corpo (sharira), sebbene di natura materiale sottile, di cui la struttura celebrale ne è parte. Le sinapsi sono come un ingranaggio del corpo-macchina, che se sono connesse in un certo modo daranno origine ad una funzionalità-comportamento, se sono connesse in un altro daranno origine ad un'altra funzionalità-comportamento. Proprio come gli ingranaggi di una macchina nei quali fluisce corrente: se connessi in un certo modo l'ingranaggio produrrà calore (una stufa), se connessi in un altro l'ingranaggio produrrà fresco (un frigorifero ad esempio). Mi perdoni il paragone Ingegneristico, ma questo è ciò che può produrre un Ingegnere come me nel tentativo di farle capire che la corrente è sempre la stessa sia che scorra in un frigorifero sia che scorra in una stufa! E' l'ingranaggio opportuno che la fa manifestare (l'effetto) in modalità diversa. Ecco per la coscienza funziona allo stesso modo (con i dovuti cambi di paragone …). Cit è la coscienza pura dell'atman, il sé trascendente, oltre corpo e psiche (si, non ci sono prove “scientifiche” della sua esistenza forse, ma non ci sono neanche prove scientifiche della sua non esistenza … ma d'altra parte la Scienza quante cose del mondo ancora non conosce? La visione empirica è così limitata!). Quando la coscienza pura si trova incapsulata in una matrice materiale, con tutte le sue connessioni e le sue sinapsi, si manifesta a livello condizionato (la corrente che produce freddo o caldo a seconda dei diversi ingranaggi …). La Coscienza pura, spirituale, è l'essenza stessa della vita, l'amore che muove tutto nel creato, l'effetto sintropico che si oppone all'effetto entropico della materia. Scopo della vita è riacquisire questo tesoro che giace proprio dentro di noi, l'individuazione di sé, per dirla alla Jung, il Kaivalya di Patanjali o il Nirvana dei Buddhisti, la scoperta del Corpo di gloria dei Cristiani, ecc.... Si tratta di cercare di vedere un pochino oltre il mero aspetto empirico, che, badi, è utilissimo, ma non è sufficiente per una comprensione più vasta e accurata del fenomeno coscienza.
Etichette:
centro studi bhaktivedanta,
cervello,
coscienza,
csb,
Damasio,
marco ferrini,
Matsyavatara,
scienza,
spiritualità,
yoga
giovedì 16 settembre 2010
'L'UNIVERSO AMICO' A Cura di Andrea Boni, tratto e ispirato da una lezione di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
Oggi, 14 Settembre 2010, ho avuto la fortuna di seguire una lezione di Marco Ferrini che ha stimolato in me una riflessione che desidero condividere con voi riportando alcuni passaggi dell'utile intervento ascoltato. L'Universo è intelligente? Su questo tema sono state enunciate tante teorie, talvolta tra loro in opposizione, che hanno la loro origine nei due principali filoni di pensiero noti rispettivamente come creazionista ed evoluzionista. Secondo i principi veicolati dalla cultura Indovedica possiamo affermare che sì, l'Universo è intelligente, ma non solo: è un caro amico. L'Universo è veramente amico? Sì, ci è supremamente amico. E tutti quegli eventi negativi quali catastrofi naturali, tzunami, abbandoni di neonati, omicidi, guerre, e altro, come si spiegano? Come fa l'Universo ad essere davvero un amico e permettere tutto ciò? E' opinione pressoché condivisa che l'Universo, il cosmo, è ordine, non caos, se non altro per le leggi universali e precise che governano ogni aspetto, dal movimento delle galassie, allo sbocciare di un fiore a primavera. Ma non è solo questo. L'Universo è amico perché soddisfa i nostri desideri più sinceri, ma non quelli egoistici. Quando noi, condizionati e identificati nella nostra struttura psico-fisica, insistiamo per soddisfare i desideri che emergono dalla sfera dell'ego, in realtà, anziché sentirci davvero soddisfatti, ci ritroviamo più insoddisfatti di prima. È per questo che l'universo è un caro amico, perché contrasta l'illusione, proprio come un vero amico che desidera il nostro bene: invece di rafforzare le nostre istanze negative, ci dice esattamente come stanno le cose e ci esorta a superare i nostri condizionamenti, ad evolvere. Le prove che incontriamo nella vita incarnata sono quelle che provengono da un vero amico, che ci stimola a lasciare lo strumento con il quale ci degradiamo, perché la sua vera preoccupazione è quella di vederci crescere, evolvere, maturare. La sua intelligenza è tale che tutte le volte che mettiamo in moto un processo degradante, tutto l'Universo mostra la sua straordinaria tensione e predisposizione a farci salire, mettendoci nelle condizioni di riflettere sul nostro agire. Se sappiamo come trattare con l'Universo e se concordiamo con esso che la nostra priorità è l'evoluzione spirituale, sarà per noi molto amico, si tratta pertanto di capire le sottili leggi che lo regolano. In questo senso la Cultura Indovedica ha fornito degli strumenti davvero preziosi per comprendere le dinamiche che sottendono il nostro agire e le relative conseguenze. Tutto questo non per creare dei robot che agiscono in modo meccanico, l'Universo amico non si aspetta questo da noi, bensì ci incoraggia a coltivare e sviluppare un sano discernimento (tattva viveka) che ci orienti verso il Bene senza lasciarci inorgoglire dai nostri successi, poiché la superbia e l'orgoglio rappresentano i più grandi impedimenti alla nostra crescita spirituale. La vera ricchezza risiede infatti nell'umiltà:
Trinad api sunicena taror api sahishnuna amanina manadena kirtaniya sada harih
“I santi Nomi del Signore andrebbero invocati con mente sottomessa, considerando se stessi meno di una paglia sulla strada,
facendosi più tolleranti di un albero, liberi da ogni senso di falso prestigio e sempre pronti a dar rispetto agli altri. In questo stato di coscienza,
sempre si potranno invocare i Santi Nomi del Signore”.
(Sri Sri Shikshashtaka, verso III)
(Sri Sri Shikshashtaka, verso III)
In un solo verso, Shri Krishna Caitanya Mahaprabhu ci fornisce questo semplice e preziosissimo insegnamento che porta al vero successo nella vita spirituale. Se si realizzano questi insegnamenti riuscendo davvero a metterli in pratica, diventiamo capaci di amare e sentiamo l'universo che ci ama, che è intriso di amore e che dispensa infinita soddisfazione. Non è proibito provare questa soddisfazione purché sia vissuta contraccambiando con amore, anzi dando amore ancor prima di averlo ricevuto. E' questo, infatti, uno dei principi fondamentali dell'universo: per avere bisogna dare. Quindi, l'Universo non solo è ordinato.. ci ama! L'energia Divina è in ogni suo atomo, in ogni sua particella. Nella terminologia Indovedica tale Energia Divina, che è Dio stesso, è indicata con il nome di “Vishnu”: Colui che penetra e pervade tutto. In questo senso, il rito religioso aiuta a realizzare anche questa realtà, ovvero a sentire l'Universo come amico, e attraverso l'atto religioso, come l'adorazione della Divinità o l'invocazione dei Nomi divini, in noi cessa progressivamente la paura perché si percepisce amicizia e dolcezza ovunque, anche se si è consapevoli che nel mondo ci sono anche i malvagi, persone avvelenate dall'invidia con variegati problemi da risolvere, conseguenza di tutte quelle istanze negative accumulate che ostacolano il processo di comprensione e di armonizzazione interiore. Ma anche per proteggersi da queste influenze negative, il miglior comportamento da attuare è sempre quello di offrire affetto, sapienza e amore, in ogni modo e forma possibile.
Etichette:
Amico,
Amore,
centro studi bhaktivedanta,
csb,
marco ferrini,
Matsyavatara,
Ordine,
scienza,
spiritualità,
universo
martedì 24 agosto 2010
VERSO LE ALTE VETTE DELLA CONSAPEVOLEZZA E DELL'AMORE di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).
L'aspirazione intima di ognuno è verso l'unità, l'integrazione della personalità sulla base di valori autentici, per sentirsi pienamente soddisfatti e realizzare la propria originaria natura, quella spirituale. Affinché ciò sia possibile è indispensabile un profondo lavoro di destrutturazione dei condizionamenti e di armonizzazione interiore. Il Centro Studi Bhaktivedanta ha questo scopo. Scopo che si può realizzare se vengono interiorizzati i valori universali della Sapienza e dell'Amore attraverso lo studio e la pratica di vita. Nella nostra esistenza tante volte ci troviamo di fronte a problemi difficili da risolvere: una parte di noi propone una soluzione e un'altra parte di noi la rifiuta. Poiché il desiderio profondo di ognuno è quello di essere felici realizzando le proprie aspirazioni, interroghiamoci sul perché spesso non riusciamo a fare e ad essere come nel profondo desideriamo. Anche quando proviamo emozioni gioiosamente intense è difficile renderle costanti, anzi spesso si trasformano nel loro esatto contrario: tristezza, smarrimento, confusione. Spesso quel che appariva un traguardo, si rivela essere uno scrigno vuoto: l'ennesimo miraggio di felicità. Tante persone nascono e muoiono senza aver conosciuto quella soddisfazione e gioia duratura che desideravano dalla vita. La tradizione bhakti-vedantica insegna che ciò è la conseguenza di errate cognizioni della realtà: poiché l'essere umano si percepisce in maniera illusoria, non cosciente della propria reale natura, ricerca in modalità erronee l'irrinunciabile felicità. La felicità non è un miraggio: esiste. Il problema sorge quando la cerchiamo dove non è. La nostra reale natura non la si scoprirebbe nemmeno se riuscissimo a conoscere la materia nelle sue parti più micro o macroscopiche, semplicemente perché siamo altro: spirito. Sul finire degli anni cinquanta del secolo scorso, la scienza ha individuato una energia che opera in modo alquanto diverso dalla materia "conosciuta" e che è stata definita “anti-materia”. Ma esiste un'altra energia, che tradizionalmente è definita "spirituale" (brahman, atman), la quale è categoricamente altra rispetto a qualsiasi forma di materia e di anti-materia; essa infonde vita e coscienza sia alla materia che all'antimateria, e si può prenderne consapevolezza non oggettivamente attraverso il cosiddetto "metodo sperimentale", bensì soggettivamente, attraverso l'introspezione. L'energia spirituale può essere infatti esperita attraverso un percorso scientificamente fondato che, a differenza del modello positivistico, si basa su processi introspettivi quali la preghiera, la meditazione e l'agire in spirito d'offerta a Dio. Attraverso il processo yogico (bhakti-yoga) di trasformazione della coscienza possiamo entrare in contatto con la nostra matrice spirituale (atman). Ci sono vari sentieri che conducono ai picchi luminosi della coscienza e alla realizzazione della nostra natura divina, che aspettano solo di essere scoperti e percorsi. Trasformiamoci dunque in esseri alati per raggiungere quelle alte vette - non luoghi ma logos - in cui si possono realizzare tutte le aspirazioni di immortalità, libertà, sapienza e Amore. La ricerca di Dio è il compito primo della vita umana. Stabilire una relazione d'amore con Lui, con tutte le creature e il creato è lo scopo ultimo: il traguardo evolutivo dell'uomo universale. Possa dunque la nostra vita essere finalizzata a questo scopo.
lunedì 7 giugno 2010
HIGH TECH, SERVITORE DI DUE PADRONI. 'DALLA SINDROME DA I-PHONE ALLA SUPERFICIALITA' DELLE RELAZIONI VIRTUALI DI MASSA' (PARTE SECONDA) di Caterina Carloni.
L’utilizzo sempre più esteso del computer per lavoro, passatempi come i videogame e attività sui social network sono una delle cause principali dell’epidemia di obesità che sta flagellando i Paesi sviluppati. Ma non per l’inattività fisica – o almeno non solo - bensì per gli effetti del computer sul cervello. Lo sostiene la prestigiosa Royal Institution of Great Britain, la più antica accademia di ricerca scientifica pubblica del mondo.
La baronessa Susan Greenfield, direttrice della Royal Institution, sostiene che l’utilizzo costante del computer ‘infantilizza’ il cervello rendendogli più difficile imparare a superare le difficoltà e gli errori: “Quando un bambino cade da un albero, impara subito a non ripetere l’errore, mentre se uno sbaglia durante un videogame, semplicemente continua a giocare. La parte del cervello coinvolta nell’attenzione, nell’empatia e nell’immaginazione – la corteccia pre-frontale – potrebbe non svilupparsi correttamente nei bambini troppo informatici” minaccia la Greenfield. “E poiché negli obesi questa zona cerebrale è spesso poco attiva, il legame tra uso eccessivo del computer e obesità potrebbe essere a livello cerebrale, producendo meno percezione del rischio, più abuso di junk-food e stili di vita poco salutari(1)”. Un nuovo studio pubblicato da un professore di psicologia statunitense pone l'accento su quello che ritiene essere un vero e proprio profilo clinico: quello del gamer patologico. La ricerca è stata effettuata presso il “National Institute on Media and the Family” e ha decretato che almeno uno su dieci intervistati presenta veri e propri sintomi patologici che vanno ben oltre la semplice dipendenza, arrivando a modificare profondamente l'individuo sia a livello sociale, sia caratteriale. Lo studio, eseguito analizzando le risposte date da 1.178 giovani utenti di età compresa tra 8 e 18 anni, ha identificato una percentuale pari allo 8,5% degli intervistati come "gamer patologici", cioè vittime di ben sei sintomi dichiarati patologici dal DSM II, ovvero: rilevanza (l'attività videoludica tende a dominare la vita dell'utente), euforia (sollievo nell'atto videoludico che permette di accantonare sensazioni spiacevoli), tolleranza (il prolungarsi anche in intensità dell'esperienza nel tempo), astinenza (l'individuo tende ad essere irrequieto o insoddisfatto se non può giocare), conflitto (l'attività tende ad essere in conflitto con le attività quotidiane, come studio, relazioni interpersonali) e, per finire, reticenza (il gamer patologico tende a continuare a giocare anche in presenza di espliciti divieti o di astinenza autoimposta). Douglas Gentile, docente di psicologia presso la Iowa State University e responsabile dello studio, commenta: "
La dipendenza dai videogiochi può costituire una vera e propria forma patologica che arreca danni alla funzionalità dell'individuo". Quanto ai benefici, gli studi sull’High Tech sono ancora agli inizi e necessitano di ulteriori conferme. Ad esempio, è stato da poco messo a punto un nuovo software riabilitativo per persone colpite da lesioni cerebrali chiamato COG.I.T.O., finanziato dalla Fondazione CRT, promosso dalla Fondazione ASPHI Onlus ed ideato da neuropsicologi e logopediste del Presidio Sanitario San Camillo di Torino. Il software, presentato per la prima volta in Italia il 15 ottobre 2009, in occasione di Beyond Paralympics, la settimana voluta da Fondazione CRT per parlare, confrontarsi, proporre iniziative a sostegno delle persone disabili, è a disposizione in forma gratuita open source e distribuito con licenza copyleft, scaricabile direttamente dal sito web.
In un numero speciale della rivista “Cyberpsychology, Behavior and Social Networking”, sono stati pubblicati vari studi sull'uso della realtà virtuale come terapia psicologica per rimuovere le cicatrici di un trauma - per esempio gli effetti traumatici di un terremoto. “La realtà virtuale”, ha spiegato Brenda Wiederhold, direttore della rivista, “immerge il paziente che soffre di stress post-traumatico in un mondo fittizio dove la persona rivive in modo controllato il trauma. Gli stimoli virtuali riportano alla mente del paziente l'evento traumatico in cui e' rimasto coinvolto, fino a che l'individuo, magari agendo attraverso il suo avatar, impara a non associare più quegli stimoli a qualcosa di terrificante e ansiogeno, riuscendo a liberarsi dalla paura anche nel mondo reale”.“COSPATIAL”, un progetto europeo appena avviato, coordinato dalla Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento, dedicato alla messa a punto di tecnologie collaborative per la promozione dell’apprendimento di competenze sociali da parte di bambini e ragazzi con sviluppo tipico o con autismo, sta tentando di creare strumenti tecnologici per favorire lo sviluppo di competenze comunicative nei bambini e contribuire allo sviluppo cognitivo e sociale in generale, venendo in particolare incontro alle grandi speranze dei genitori dei bambini autistici. In particolare, COSPATIAL si indirizza verso due tipi di tecnologie che in studi precedenti hanno mostrato buone potenzialità nel migliorare le abilità sociali: ambienti collaborativi virtuali e superfici attive condivise.(1) Macrae F. 'Do you have Facebook flab? Computer use could make you eat too much, warns professor'. Daily Mail 15/05/2009.
Etichette:
centro studi bhaktivedanta,
cervello,
csb,
dipendenza,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
OBESITà,
sistema nervoso,
tecnologia,
TRAUMA,
VIDEOGAMES,
VIRTUALE
PERDONARE UN TORTO AIUTA A STARE MEGLIO, LO DICE LA SCIENZA. STUDIO DI RICERCATORI PISANI SULLA RISONANZA MAGNETICA FUNZIONALE.
Perdonare un torto non solo solleva simbolicamente la coscienza, ma scientificamente aiuta a stare meglio: lo dimostra la risonanza magnetica funzionale, almeno secondo una ricerca condotta dal dipartimento diMedicina di laboratorio e diagnostica molecolare dell'Azienda ospedaliero-universitaria pisana intitolato 'The Moral Brain: an fMRI study of the neural bases of forgiveness and unforgiveness in humans', premiato con il primo premio per giovani ricercatori dalla 'Fondazione Giannino Bassetti'. Nello studio i ricercatori hanno utilizzato metodiche di risonanza magnetica cerebrale funzionale (fMRI) per esaminare le basi cerebrali che sottendono distinte scelte morali. "Ci siamo chiesti - spiega Giuseppina Rota, assegnista di ricerca nel laboratorio del professor Pietrini e primo autore della ricerca - cosa succede nel cervello quando un individuo che ha subito un torto da una persona a cui è legato deve decidere come superare la situazione di conflitto, se perdonare o meno la persona". Studiando le connessioni funzionali del cervello nelle diverse situazioni, i ricercatori hanno dimostrato che complesse reti di aree cerebrali coinvolte nei processi decisionali, nelle teorie della mente e nella regolazione emotiva dialogano intensamente tra loro nel prendere una o l'altra decisione. "Perdonare permette di superare una situazione di stallo che, se protratta, porterebbe altrimenti ad un'alterazione dell'omeostasi biochimica e psicologica dell'individuo", spiega Emiliano Ricciardi, coautore dello studio. In pratica, i circuiti coinvolti nell'empatia sono chiamati in causa quando si perdona, come se 'calarsi nei panni altrui' potesse aiutare a comprendere le ragioni di chi ci ha offesi e, quindi, a perdonare.
Etichette:
centro studi bhaktivedanta,
csb,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
Perdono,
scienza,
spiritualità
lunedì 31 maggio 2010
HIGH TECH, SERVITORE DI DUE PADRONI. 'DALLA SINDROME DA I-PHONE ALLA SUPERFICIALITA' DELLE RELAZIONI VIRTUALI DI MASSA' (PARTE PRIMA) di Caterina Carloni.
Quante volte, passeggiando per strada, ci capita di osservare il comportamento delle persone che ci circondano? La maggior parte dei passanti si muove tra la folla isolandosi mentalmente da tutto e tutti. L’unica cosa che desta la loro attenzione è lo squillo o la vibrazione del proprio amato telefono, che segnala l’arrivo dell’ennesimo messaggino a cui rispondere immediatamente. Un problema concreto, spesso sottovalutato, che colpisce in maniera diversa e forse ancor più inquietante, gli utenti proprietari di un terminale iPhone. Il fenomeno, ribattezzato dagli psicologi come “sindrome da iPhone”, presenta diverse similitudini con la sindrome di Stoccolma. In sintesi, i “sequestrati”, oltre a comportarsi come se fossero inebetiti, manifestano anche sentimenti positivi nei confronti del proprio “rapitore hi-tech”. Per la Strand Consult, che ha analizzato le frequenti quanto irragionevoli risposte dei fan del “melafonino”, i possessori di un iPhone sono quasi sempre ostaggi inconsapevoli del loro oggetto preferito. Si tratterebbe, insomma, di un vero e proprio “rapimento intellettuale di massa”. Niente sembra riuscire a tener lontano gli utenti dal loro oggetto dei desideri, neppure i possibili problemi tecnici. I possessori di questo dispositivo sono pronti infatti a difendere il proprio acquisto ricorrendo ad argomentazioni “fantasiose”.
Tutto ciò che normalmente verrebbe visto come un “difetto” o un “limite”, viene considerato un pregio, una qualità che altri dispositivi non hanno e mai potranno avere: se sull’iPhone di Apple non è possibile installare un qualsiasi applicativo, gli utenti non si rattristano e non accusano la casa madre, in quanto tale limite è in realtà un vantaggio poiché i software disponibili sono di certo i migliori sul mercato; se la fotocamera integrata è di bassa qualità, il design viene prima di tutto, ecc. La “sindrome da iPhone”, e di questo gli psicologi sembrano esserne certi, è globale e colpisce allo stesso modo in tutte le parti del mondo. In realtà gli studi sugli effetti nocivi dell’alta tecnologia sulla psiche umana sono ormai numerosi e incontestabili. Due anni fa un saggio di Nicholas Carr, consulente aziendale e direttore della “Harvard Business Review", fu pubblicato dalla rivista «The Atlantic» col provocatorio titolo «Google ci sta rendendo stupidi?». “Le tecnologie digitali” – scriveva Carr – “offrono opportunità straordinarie di accesso a nuove informazioni, ma hanno un costo sociale e culturale troppo alto: insieme alla lettura, trasformano il nostro modo di analizzare le cose, i meccanismi dell’apprendimento. Passando dalla pagina di carta allo schermo, perdiamo la capacità di concentrazione, sviluppiamo un modo di ragionare più superficiale, diventiamo dei “pancake people” - come dice il commediografo Richard Foreman: larghi e sottili come una frittella - perché, saltando continuamente da un pezzo d’informazione all’altra grazie ai link, arriviamo ovunque vogliamo, ma al tempo stesso perdiamo spessore perché non abbiamo più tempo per riflettere e contemplare.
Soffermarsi a sviluppare un’analisi profonda sta diventando una cosa innaturale. Oltre ai vantaggi che sono sotto gli occhi di tutti, la Rete ci porta anche svantaggi assai meno evidenti e, proprio per questo, più pericolosi, anche perché gli effetti saranno profondi e permanenti; le nuove tecnologie influenzeranno la struttura del nostro cervello perfino a livello cellulare”.
Scienziati britannici hanno recentemente riferito che le persone che passano molto tempo su Internet hanno maggiori possibilità di mostrare segni di depressione. Gli psicologi della Leeds University hanno riscontrato delle "impressionanti" evidenze empiriche che mostrano come alcuni habitué del Web sviluppino una tendenza compulsiva, soppiantando l'interazione sociale della vita reale con chat e siti di social network. "Questo studio supporta l'idea comune che un uso smodato della rete a sostituzione di una socialità nella norma possa essere legato a disordini psicologici come depressione e dipendenza" - scrive sulla rivista “Psychopathology” Catriona Morrison, principale autrice della ricerca - aggiungendo che "navigare in questo modo può avere un impatto serio sulla sanità mentale".
Etichette:
amicizia,
cellulare,
centro studi bhaktivedanta,
cervello,
csb,
dipendenza,
i-phone,
iphone,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
sistema nervoso,
social networks,
tecnologia
venerdì 19 febbraio 2010
LA COSCIENZA SI TROVA NEL CERVELLO? a cura di Andrea Boni.
Questa volta, grazie all'indicazione della cara collega Dott.ssa Diana Vannini, mi sono imbattuto in un interessantissimo articolo pubblicato su un blog specializzato di Neuropsicologia (QUI).
Di seguito riporto integralmente l'articolo per comodità:
"Alla base dell'assunto dell'esistenza di una correlazione fra coscienza e attività neurale misurabile con gli strumenti della neurofisiologia vi sarebbe una profonda confusione filosofica”... Lo sostiene Ray Tallis, dell'Università di Manchester, sul New Scientist (R. Tallis, You won't find consciousness in the brain, New Sci, 7/1/2010). La gran parte dei neuroscienziati e dei filosofi della mente “vedono avvicinarsi il giorno in cui saranno finalmente in grado di spiegare tutti i misteri della coscienza umana attraverso l'osservazione dell'attività del cervello”. Allo stesso tempo, “una minoranza contesta questa ortodossia”, principalmente mettendo in discussione la “precisione” delle correlazioni fra le misure indirette dell'attività cerebrale e le funzioni mentali, caratteristica saliente degli studi finora condotti in questo complesso campo di indagine. Nel 2009 uno studio pubblicato da Harol Pashler e colleghi su Perspectives on Psychological Sciences aveva messo in evidenza e dubitato delle “troppo elevate correlazioni” fra attività del cervello e vari costrutti psicologici (peraltro “raramente illustrate a dovere”, a detta degli Autori) riscontrate nei paper di comunicazione dei risultati di ricerche condotte con risonanza magnetica funzionale (fMRI) nel campo della cognizione sociale, delle emozioni e della personalità. Il vero problema però, per come la vede Tallis, non è tanto nelle “limitazioni tecniche” degli strumenti, destinate a essere temporanee visto l'incalzante progresso delle neuroscienze, quanto nel metodo di indagine adottato, fondato a suo giudizio su una “confusione filosofica profonda”. Secondo il professore di Manchester infatti, sarebbero ancora numerosi gli aspetti della coscienza ordinaria che "resistono" alla spiegazione neurologica e “il fallimento dei tentativi di spiegare la coscienza in termini di attività nervosa non è dovuto a limiti tecnici facilmente superabili, ma alla natura auto-contraddittoria del compito, di cui l'incapacità di spiegare la contemporanea unità e molteplicità della consapevolezza, l'avvio dell'azione, la costruzione del sé, il libero arbitrio, la presenza esplicita del passato (non ammessa in un sistema fisico; le sinapsi, in quanto strutture fisiche, lavorano solo a stati presenti) ecc. non sono che i sintomi”. La ragione fondamentale della “incompletezza o irrealizzabilità” di qualsiasi spiegazione in questi termini sarebbe legata alla “disgiunzione fra gli oggetti della scienza e i contenuti della coscienza: la scienza incomincia proprio nel momento in cui rifugge dall'esperienza soggettiva, l'esperienza in prima persona, preferendovi la misurazione oggettiva che ci allontana dal fenomeno della coscienza soggettiva verso il regno in cui le cose sono descritte in termini quantitativi astratti". Questo modo di procedere - conclude Tallis - scarterebbe d'ufficio proprio i contenuti essenziali della coscienza che si vuole spiegare...Una curiosità: Ray Tallis non è un filosofo, è un medico della Academy of Medical Sciences. Questo articolo ci rimanda ad una riflessione pubblicata proprio su questo Blog (QUI), in cui venivano criticati i metodi di indagine della scienza positiva, basati sulla misurazione sperimentale, oggettiva, quando applicati per descrivere i fenomeni della coscienza. La cultura Antico Indiana, infatti, afferma che non è possibile descrivere la coscienza con i sensi (o con loro estensioni, quali possono essere anche i più moderni strumenti di misurazione), bensì è possibile spiegare questo fenomeno fondamentale della personalità solo con la coscienza stessa! Ovvero attraverso una visione interiore, quella a cui è possibile accedere mediante la meditazione. La coscienza non risiede nel cervello, di cui le sinapsi con i loro collegamenti risultano essere un effetto (quelli che Tallis chiama i sintomi), ma nella parte più profonda della personalità, l'atman, il sé che trascende ontologicamente la natura transitoria effimera del corpo. Parliamo quindi di due piani di valutazione differenti, non in contrapposizione, perché ovviamente il cervello con le sue connessioni interviene nel fenomeno Coscienza, ed infatti, più propriamente, dovremmo in tal caso definirla “coscienza condizionata”, poiché la natura pura della coscienza (cit), si trova ad essere condizionata (cittah) a causa della presenza del materiale psichico sottile e delle connessioni strutturate (“l'hardware” celebrale costituito dalle interconnessioni di sinapsi). Come Krishna spiega nella Bhagavad Gita (VII.4-5): “Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente, intelligenza e falso ego – questi otto elementi, distinti da Me, costituiscono la Mia energia materiale. […] Oltre a questa energia ne esiste un'altra, la Mia energia superiore, costituita dagli esseri viventi che sfruttano le risorse dell'energia inferiore, la natura materiale”. Le energie ontologiche sono due: materia (prakriti) ed il sé (purusha). Il sé può essere conosciuto solo con il sé, non con la materia, altrimenti si cade in una contraddizione, come evidenziato dal Prof. Tallis. Riflessioni di questo tipo, espresse da importanti ricercatori come il Prof. Tallis, evidenziano il dibattito tutt'ora aperto sul tema della coscienza, e le diverse contrapposizioni presenti. La Cultura Antico Indiana, in questo senso, costituisce un importante contributo per tutti i ricercatori aperti a visioni che possono integrare e migliorare le attuali conoscenze.
Di seguito riporto integralmente l'articolo per comodità:
"Alla base dell'assunto dell'esistenza di una correlazione fra coscienza e attività neurale misurabile con gli strumenti della neurofisiologia vi sarebbe una profonda confusione filosofica”... Lo sostiene Ray Tallis, dell'Università di Manchester, sul New Scientist (R. Tallis, You won't find consciousness in the brain, New Sci, 7/1/2010). La gran parte dei neuroscienziati e dei filosofi della mente “vedono avvicinarsi il giorno in cui saranno finalmente in grado di spiegare tutti i misteri della coscienza umana attraverso l'osservazione dell'attività del cervello”. Allo stesso tempo, “una minoranza contesta questa ortodossia”, principalmente mettendo in discussione la “precisione” delle correlazioni fra le misure indirette dell'attività cerebrale e le funzioni mentali, caratteristica saliente degli studi finora condotti in questo complesso campo di indagine. Nel 2009 uno studio pubblicato da Harol Pashler e colleghi su Perspectives on Psychological Sciences aveva messo in evidenza e dubitato delle “troppo elevate correlazioni” fra attività del cervello e vari costrutti psicologici (peraltro “raramente illustrate a dovere”, a detta degli Autori) riscontrate nei paper di comunicazione dei risultati di ricerche condotte con risonanza magnetica funzionale (fMRI) nel campo della cognizione sociale, delle emozioni e della personalità. Il vero problema però, per come la vede Tallis, non è tanto nelle “limitazioni tecniche” degli strumenti, destinate a essere temporanee visto l'incalzante progresso delle neuroscienze, quanto nel metodo di indagine adottato, fondato a suo giudizio su una “confusione filosofica profonda”. Secondo il professore di Manchester infatti, sarebbero ancora numerosi gli aspetti della coscienza ordinaria che "resistono" alla spiegazione neurologica e “il fallimento dei tentativi di spiegare la coscienza in termini di attività nervosa non è dovuto a limiti tecnici facilmente superabili, ma alla natura auto-contraddittoria del compito, di cui l'incapacità di spiegare la contemporanea unità e molteplicità della consapevolezza, l'avvio dell'azione, la costruzione del sé, il libero arbitrio, la presenza esplicita del passato (non ammessa in un sistema fisico; le sinapsi, in quanto strutture fisiche, lavorano solo a stati presenti) ecc. non sono che i sintomi”. La ragione fondamentale della “incompletezza o irrealizzabilità” di qualsiasi spiegazione in questi termini sarebbe legata alla “disgiunzione fra gli oggetti della scienza e i contenuti della coscienza: la scienza incomincia proprio nel momento in cui rifugge dall'esperienza soggettiva, l'esperienza in prima persona, preferendovi la misurazione oggettiva che ci allontana dal fenomeno della coscienza soggettiva verso il regno in cui le cose sono descritte in termini quantitativi astratti". Questo modo di procedere - conclude Tallis - scarterebbe d'ufficio proprio i contenuti essenziali della coscienza che si vuole spiegare...Una curiosità: Ray Tallis non è un filosofo, è un medico della Academy of Medical Sciences. Questo articolo ci rimanda ad una riflessione pubblicata proprio su questo Blog (QUI), in cui venivano criticati i metodi di indagine della scienza positiva, basati sulla misurazione sperimentale, oggettiva, quando applicati per descrivere i fenomeni della coscienza. La cultura Antico Indiana, infatti, afferma che non è possibile descrivere la coscienza con i sensi (o con loro estensioni, quali possono essere anche i più moderni strumenti di misurazione), bensì è possibile spiegare questo fenomeno fondamentale della personalità solo con la coscienza stessa! Ovvero attraverso una visione interiore, quella a cui è possibile accedere mediante la meditazione. La coscienza non risiede nel cervello, di cui le sinapsi con i loro collegamenti risultano essere un effetto (quelli che Tallis chiama i sintomi), ma nella parte più profonda della personalità, l'atman, il sé che trascende ontologicamente la natura transitoria effimera del corpo. Parliamo quindi di due piani di valutazione differenti, non in contrapposizione, perché ovviamente il cervello con le sue connessioni interviene nel fenomeno Coscienza, ed infatti, più propriamente, dovremmo in tal caso definirla “coscienza condizionata”, poiché la natura pura della coscienza (cit), si trova ad essere condizionata (cittah) a causa della presenza del materiale psichico sottile e delle connessioni strutturate (“l'hardware” celebrale costituito dalle interconnessioni di sinapsi). Come Krishna spiega nella Bhagavad Gita (VII.4-5): “Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente, intelligenza e falso ego – questi otto elementi, distinti da Me, costituiscono la Mia energia materiale. […] Oltre a questa energia ne esiste un'altra, la Mia energia superiore, costituita dagli esseri viventi che sfruttano le risorse dell'energia inferiore, la natura materiale”. Le energie ontologiche sono due: materia (prakriti) ed il sé (purusha). Il sé può essere conosciuto solo con il sé, non con la materia, altrimenti si cade in una contraddizione, come evidenziato dal Prof. Tallis. Riflessioni di questo tipo, espresse da importanti ricercatori come il Prof. Tallis, evidenziano il dibattito tutt'ora aperto sul tema della coscienza, e le diverse contrapposizioni presenti. La Cultura Antico Indiana, in questo senso, costituisce un importante contributo per tutti i ricercatori aperti a visioni che possono integrare e migliorare le attuali conoscenze.
Etichette:
centro studi bhaktivedanta,
coscienza,
csb,
marco ferrini,
materia,
Matsya,
Matsyavatara,
scienza,
Sé,
spiritualità
mercoledì 27 gennaio 2010
STUDIO DELL'UNIVERSITÀ DI PADOVA.
La religiosità rallenta demenza senile.
L'attitudine alla spiritualità si assocerebbe a una riduzione dalla velocità del decadimento cognitivo.
La religiosità rallenta demenza senile.
L'attitudine alla spiritualità si assocerebbe a una riduzione dalla velocità del decadimento cognitivo.
VENEZIA - La religiosità, intesa come attitudine alla religione o spiritualità, rallenta la progressione della demenza senile. È quanto emerge da uno studio di due ricercatori della Clinica geriatrica dell' Università di Padova, diretta dal professor Enzo Manzato e pubblicato sulla rivista «Current Alzheimer Research».LO STUDIO - Lo studio è stato condotto su 64 pazienti affetti da Alzheimer in differenti stadi della malattia, monitorando per 12 mesi la progressione della demenza, dopo aver suddiviso gli ammalati in due gruppi: quelli con un basso livello di religiosità e quelli con un moderato o alto livello di religiosità. Per un anno i pazienti sono stati sottoposti a test per misurare il loro stato mentale e la loro funzionalità nelle attività quotidiane, sia quelle che permettono un primo grado di autosufficienza (vestirsi, lavarsi e mangiare da soli) sia quelle maggiormente complicate (come telefonare). I malati del gruppo con basso livello di religiosità hanno avuto nell'anno una perdita delle capacità cognitive del 10% in più rispetto a quelli con un livello di religiosità medio-alto. Le malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer non sono guaribili, farmaci e condizioni particolari di vita possono solo rallentarne la progressione. «È noto che gli stimoli sensoriali provenienti da una normale vita sociale rallentano il decadimento cognitivo - spiega il professor Manzato - ma nel caso dello studio riportato sembra essere proprio la religiosità interiore quella in grado di rallentare la perdita cognitiva. Non si tratta quindi di una ritualità cui si associano determinati comportamenti sociali, bensì di una vera e propria tendenza a credere in una entità spirituale».
(Fonte agenzia Ansa).
Etichette:
centro studi bhaktivedanta,
csb,
Demenza Senile,
Marco Ferrini.,
Matsya,
Matsyavatara,
scienza,
spiritualità
SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUINDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.
(La Quattordicesima Parte è consultabile QUI)
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUINDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.
(La Quattordicesima Parte è consultabile QUI)
La Ricerca della Felicità.
Il Sutra I.1.12 del Vedantasutra è uno dei più importanti dell'intera opera. Esso afferma che la natura più profonda e vera, quella ontologica, dell'essere vivente è ananda, ovvero pura felicità.
Sutra I.1.12
Anandamayo'bhyasat
Anandamayo'bhyasat
Anadamayah – completa beatitudine, Abhyasat – a causa della ripetizione .
[Ciò che è indicato con la parola] anandamaya [ovvero felicità, beatitudine, è il -Brahman, la Verità Assoluta] a causa del ripetuto uso [della parola Brahman in connessione ad essa] – 12.
Commentario Scientifico.La felicità è uno stato di benessere da molti mai sperimentato in maniera cosciente e consapevole se non attraverso qualche stato d’animo passeggero, una sorta di afflato; ma la vera felicità non è temporanea, è altresì uno stato permanente di beatitudine. Cosa impedisce l'ottenimento di un siffatto stato? Il sopraggiungere e l'imperversare dei condizionamenti nel campo mentale. La felicità è come una costante che vive in noi, proprio come la vita. Badarayana nel suo dodicesimo sutra dice Anandamayo'bhyasat. Il Brahman, e quindi il sé, è ananda, pura felicità. La felicità è quindi la natura propria di ogni essere, non è qualcosa che va cercato esteriormente e chissà dove. Non abbiamo da prendere degli arei e andare in un'isola caraibica! La felicità è in noi ma spesso non la percepiamo perché siamo occupati a percepire altro. Ad esempio in un bosco di notte possiamo sentire lo squittio di un animale a decine di metri di distanza. In un bosco di giorno possiamo sentire una cicala a cento metri di distanza, ma in una discoteca o in mezzo al traffico di una strada urbana, non sentiamo il rumore emesso dalla cicala neanche se la teniamo in mano. Quindi non è una questione se la felicità c’è o non c’è, Badarayana ci dice che la felicità c’è da sempre e per sempre come la nostra immortalità (sat). La nostra eternità esiste ma siamo noi che non la percepiamo. La maggior parte delle persone non percepisce la propria immortalità, e come conseguenza non percepisce la propria felicità. Non dobbiamo fare qualcosa di particolare per diventare felici, semplicemente occorre destrutturare i condizionamenti della mente. Questo l'insegnamento principale dello yoga.
La felicità è un bene ontologico e inalienabile, noi lo possiamo soltanto perdere a causa della nostra falsa percezione. Nessuno di noi può rinunciare alla felicità poiché si presenta come bisogno irrefrenabile della nostra natura intrinseca, proprio come l'amore. Non ci possiamo privare dell’amore, e infatti tutti noi in modo più o meno distorto perseguiamo questo obiettivo, talvolta in maniera tale da complicare le relazioni in cui siamo coinvolti, ma certamente non possiamo rinunciare a perseguire un così elevato raggiungimento. Se l’amore non c’è, la nostra vita diventa la ricerca dell’amore, in qualche forma, se la felicità non c’è, diventa la ricerca della felicità, ma comunque trattasi di bisogno irrefrenabile. Quindi, l’immortalità, la felicità, la saggezza, sono irrefrenabili, sono bisogni di cui noi non possiamo fare a meno. Si immagini l’aria, qualcuno pensa forse di poterne fare a meno? Evidentemente no, ebbene così come non si può fare a meno dell'aria allo stesso modo non si può fare a meno dell’amore. In mancanza della felicità le persone si accontentano di un surrogato materiale, quello che comunemente viene definito piacere, il quale tuttavia è caratterizzato dal fatto di essere effimero e quindi, in quanto tale, in definitiva porta maggiore sofferenza. A tal riguardo Krishna nella Bhagavad Gita (V.22) afferma: “La persona intelligente si tiene lontana dalle fonti della sofferenza [il piacere effimero], determinate dal contatto dei sensi con la materia. O figlio di Kunti, tali piaceri hanno un inizio ed una fine, perciò l'uomo saggio non se ne compiace”. Parmenide d’Elea, un grande filosofo presocratico diceva: “Ciò che è non può non essere, ciò che non è non può essere”. La felicità “è”, quindi ha come caratteristica sua propria l’indipendenza rispetto all’ambiente esteriore, pertanto è un bene duraturo, eterno, che soddisfa pienamente la componente più profonda della nostra personalità, il sé. Quando la felicità dipende dall’ambiente esteriore, ovvero quando viene smorzata o ridotta da cause esterne, allora non è la vera felicità. Oggi c’è in effetti una concezione sbagliata del termine. Si scambia per benessere ciò che è temporaneo e che quindi non appartiene alla categoria della vera felicità. Da un punto di vista scientifico si potrebbe definire una proporzione e affermare che l’amore sta alla felicità come l’eros sta al piacere. Certo, questa affermazione in pieno 2010, in una società dove la libertà di espressione e azione (anche sessuale) sembra essere il più alto ottenimento, appare piuttosto forte, ma è pienamente contestualizzata e giustificata nell'ambito della filosofia Indovedica. Certamente non c’è niente di male nell’eros, guai se non ci fosse l’eros! Le zone erogene nel corpo ci sono ed hanno la loro funzione. Ad esempio anche gli animali hanno una mappatura erotica nel corpo: le vacche provano piacere quando allattano i vitelli, se non lo provassero tirerebbero dei calci; mamma orso prova piacere quando allatta i cuccioli, se non provasse piacere li graffierebbe e li prenderebbe a calci o li sbranerebbe. Il piacere nell’atto sessuale è quindi giustificato perché garantisce la continuazione della specie. Non c’è niente di male se noi riconosciamo che abbiamo ancora nel corpo dei residui istintivi, l’importante è che non diventiamo schiavi di quegli strumenti che sono a disposizione per la mera sopravvivenza e appunto, in quanto strumenti, dovrebbero essere utilizzati per fare un cammino di conoscenza ed emancipazione al fine di riscoprire la nostra reale natura. Ma la vera felicità non è mera sopravvivenza, non è mera continuazione della specie, è un salto di qualità verso un livello superiore. Se siamo sulla strada giusta, e quindi in una prospettiva evolutiva, va bene anche conseguire un semplice risultato, un gradino, due gradini verso la vetta dell'emancipazione; sappiamo infatti che c’è tanta strada da fare e i condizionamenti devono essere destrutturati con pazienza e tolleranza, ma è importante comunque camminare sulla via della perfezione e andare nella direzione giusta. C’è un verso interessante della Bhagavad Gita: “Questo sapere è il re di tutte le scienze, il più segreto dei segreti. E' la conoscenza più pura, e poiché permette di realizzare con percezione diretta la propria vera identità, è la perfezione della religione. Tale cnoscenza è eterna e si applica con gioia” (Bhagavad Gita IX.2). In questo verso Krishna spiega che la felicità non è collocata tutta al traguardo, bensì è un bene che può essere acquisito lungo la strada, e man mano che ci si avvicina all'orbita energetica della felicità, è possibile sentire il suo calore, possiamo vedere il suo bagliore, sentire la sua musica ed il suo profumo e quella è già felicità. 'Raja vidya raja guhyam' dice Krishna, questo è il sovrano dei saperi, tra le cose da conoscere, è la regina delle conoscenze, il re dei saperi, e mentre il viaggio continua e si compie in questa operazione di avvicinamento, la felicità comincia a manifestarsi. Come quando se andiamo verso il sole che sorge sentiamo sempre più luce e calore, allo stesso modo se ci poniamo nella direzione giusta dal punto di vista evolutivo, attraverso l'aderenza a principi etico-morali elevati, attraverso la valorizzazione degli altri, e amando il nostro prossimo, allora fin da subito sentiremo di entrare in connessione con l'armonia Universale che sottende a tutta la creazione, e ritroveremo la giusta sintonia, la giusta frequenza. Vibrando allo stesso modo dell'armonia cosmica, essendo parte di quella stessa natura, il nostro sé ritroverà allora la felicità vera e perenne.
Etichette:
csb,
Felicità,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
scienza,
spiritualità,
Vedanta
mercoledì 20 gennaio 2010
L'ORDINE IMPLICITO (IL DHARMA) NEL 'GRANDE [POEMA DEI] BHARATA'.
'La Provvidenza afferma che in questo mondo solo il Dharma è supremo
e quando il Dharma viene sostenuto diffonde la pace'.
(Mahabharata II.60.1374).
Di Marco Ferrini.
'La Provvidenza afferma che in questo mondo solo il Dharma è supremo
e quando il Dharma viene sostenuto diffonde la pace'.
(Mahabharata II.60.1374).
Di Marco Ferrini.
La sacralità del Mahabharata viene enunciata per l’intero corso dell’opera, non solo in virtù del formidabile messaggio spirituale di cui è portatore (cfr. Bhagavata Purana I.4.25), ma anche in quanto caratterizzato dalla discesa (avatara) di Dio nel mondo “per la protezione dei buoni, la distruzione degli empi e la preservazione del Dharma”. Il Dharma rappresenta probabilmente il principale insegnamento del Mahabharata; esso è infatti la costante, l’idea centrale, il filo rosso che unisce anche quelle narrazioni che sembrano discostarsi dal nucleo della storia e che danno senso al poema nella sua interezza. Il Dharma è quella Forza divina che tutto muove, regola e sostiene, l’Equilibrio universale, la Legge sacra, la Giustizia eterna, l’insieme degli infallibili Princìpi della Religione che regolano la vita etica, morale, politica, sociale e familiare di ciascun essere. La parola sanscrita Dharma va dunque oltre il normale concetto di legge. Se talvolta è possibile trovarci di fronte ad una legge ingiusta, non si potrà mai imbatterci in forme ingiuste di Dharma in quanto il Dharma è Legge divina, al contempo causa ed effetto dei sacri Veda. Mentre insegna a re Yudhishthira la scienza politica, il grande saggio Narada afferma infatti che il Dharma è trayi-mula, espressione che può essere interpretata in due modi: A) I tre Veda sono la base del Dharma e B) il Dharma è la base dei tre Veda.La natura “sottile” del Dharma.
Il concetto di Dharma pervade la cultura del Mahabharata, e di consegenza tutta la Cultura Indiana, presentandosi sotto svariate forme, non sempre intellegibili. Il Dharma è infatti di origine divina (cfr. Bhagavata Purana, VI.3.19) e, in quanto tale, presuppone sempre l’ulteriorità propria della dimensione metafisica, che va oltre la portata dell’intelletto umano. Quando ad esempio re Drupada non riesce a capire come sia possibile che il Dharma di sua figlia sia sposare tutti e cinque i Pandava, suo figlio Dhrishtadyumna, che condivide i sentimenti del padre, ne conferma la complessità: "Il Dharma è denso di sottigliezze, perciò non possiamo assolutamente comprenderne tutte le dinamiche. Non è possibile stabilire se questo matrimonio è autorizzato dal Dharma o se fa parte dell'Adharma" (Mahabharata I.188.11).
Strettamente connesso ai concetti di Karma (azione-reazione), Prakriti (Natura materiale) e Samsara (ciclo di nascite e morti ripetute), il Dharma viene più volte descritto nel corso dell’opera nella propria natura “sottile”, ma in quanto concepito dal Signore per regolare l’azione di chi si trova confinato nella dimensione spazio-temporale, nel “qui” ed “ora” propri della vita incarnata, esso si propone sempre anche in una dimensione concreta, destinata ad essere vissuta e quindi compresa, per quanto possibile, da ogni creatura vivente. Da qui la responsabilità di ciascun uomo nel custodire il Dharma, al fine di recidere definitivamente i nodi del cuore e conseguire lo scopo sommo della vita, che consiste nell’ottenimento della comunione con Dio. Esistono due tipi fondamentali di Dharma, cioè il Dharma che vale per tutti gli uomini e il Dharma peculiare cui ciascun individuo deve attenersi in base al proprio ruolo sociale. La prima forma di Dharma, caratterizzata da generosità, benevolenza, amore verso tutte le creature, va sotto il nome di Sanatana Dharma (Dharma eterno) ed è conosciuta nel Mahabharata come “ottuplice via del Dharma”, costituita di sacrificio (ijya), studio del Veda (adhyayana), carità (dana), ascesi (tapas), veracità (satya), pazienza (kshama), compassione (ghrina) e assenza di cupidigia (alobha). La seconda forma di Dharma, conosciuta come Sva-Dharma (Dharma specifico), si riferisce appunto ai doveri specifici che ogni individuo ha il compito di svolgere in seno al proprio contesto sociale, per cui, ad esempio, le norme che regolano la vita dello spiritualista (brahmana), non potranno essere le stesse cui devono attenersi il principe guerriero (kshatriya), il commerciante (vaishya) o il servitore (shudra). Il Mahabharata afferma che ogni essere umano dovrebbe eseguire i propri doveri senza invadere quelli altrui, nel rispetto delle norme eterne (Sanatana Dharma). Nella Bhagavadgita è spiegato che l'assegnazione dei doveri specifici (Sva-Dharma) avviene sulla base delle tendenze (guna) e delle esperienze (karma) di ciascuna persona. Si può fare l'esempio di una squadra di calcio. Una volta assegnati i ruoli, il successo della squadra dipenderà dall'esecuzione dei doveri specifici da parte di ciascun individuo, che non dovrà assumere il ruolo che spetta ai compagni di squadra. Perciò Krishna afferma ancora nella Bhagavadgita (XVIII. 47-48): “E' meglio compiere il proprio Dharma, anche se in modo imperfetto, che accettare il dovere di un altro e compierlo perfettamente. Eseguendo i doveri prescritti secondo la propria natura non s'incorre mai nel peccato. Ogni impresa è coperta da qualche errore, come il fuoco è coperto dal fumo. Perciò, o figlio di Kunti, nessuno deve abbandonare l'attività propria della sua natura, anche se presenta errori”. Vediamo alcuni esempi tratti direttamente dal grande poema epico. Deposte le armi e abbandonati i doveri regali, re Vasu cominciò a praticare ascesi con l'intenzione di ottenere la potenza necessaria a raggiungere la posizione di Indra, re dell'universo. Allora Indra in persona si recò da Vasu e gli disse di non mischiare i suoi doveri legittimi di sovrano con la funzione governativa di Indra, poiché un imperatore protegge il Dharma verificando che tutti eseguano i loro doveri specifici: "Sovrano della terra, il Dharma dei re non dovrebbe essere confuso. Proteggi il Dharma, poiché quando viene sostenuto, esso sorregge l'universo intero" (Mbh. I.57.5). Similmente Dhritarashtra, esortando il figlio Duryodhana a non invidiare i Pandava e a non bramare la loro legittima posizione, dichiara: "La ricerca esasperata volta ad ottenere la proprietà altrui si rivelerà un atto vano. Prospera colui che è pienamente soddisfatto di quello che possiede e compie il proprio Dharma" (Mbh. II.50.6). Dovremmo rilevare che la correttezza di una particolare azione dipende dal Dharma specifico di colui che la compie. Ne è un esempio la storia di Shakuntala. Il giovane re Dushyanta cerca di convincere l'affascinante fanciulla Shakuntala a sposarsi con lui tramite il matrimonio Gandharva, che consiste in un'unione spontanea dei membri della coppia senza che questi abbiano prima chiesto il consenso dei genitori. La sua richiesta si basa sul fatto che questo tipo di matrimonio può essere preso in considerazione dai membri della classe regale (Kshatriya) e Shakuntala, anche se allevata da un brahmana, il saggio Kanva, di fatto è figlia del guerriero Vishvamitra. Shakuntala accetta la proposta di Dushyanta, ma si sente in grande imbarazzo quando l'amato padre adottivo Kanva ritorna a casa. Però Kanva le dice: "Tu sei di stirpe regale, perciò quel che hai fatto oggi, unendoti con un uomo senza prima esserti consigliata con me, non viola il Dharma. Si dice che per un membro della classe regale il matrimonio Gandharva sia il migliore. [In questo caso] l'unione che avviene in un luogo solitario per il desiderio sia dell'uomo che della donna, senza che questi si consiglino con qualcuno, è autorizzata" (Mbh. I.67.25-26). L'aderenza ai principi del dharma, ed in particolare ai doveri prescritti ad ognuno di noi, pone l'essere in armonia con l'ordine implicito, con quell'armonia che sottende a tutta la manifestazione cosmica. Come conseguenza di questo allineamento riemerge in modo naturale l'armonia già presente in ognuno di noi e che caratterizza la parte più profonda della nostra personalità, la nostra vera essenza. Al contrario, agendo contro il dharma (ovvero compiendo azioni adharma), si genera un'energia che si oppone a questa armonia preesistente, che genera come conseguenza patologie a livello psicologico secondo il principio di azione-reazione che tutti conosciamo a livello fisico, ma che agisce anche su un piano più sottile.
Etichette:
bhagavadgita,
bhakti,
bhakti yoga,
centro studi bhaktivedanta,
csb,
dharma,
filosofia,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
ordine implicito,
psicologia,
scienza,
spiritualità,
yoga
venerdì 8 gennaio 2010
SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUATTORDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.
(La Tredicesima Parte è consultabile QUI)
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUATTORDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.
(La Tredicesima Parte è consultabile QUI)
Il Linguaggio Logico-Razionale e la Descrizione del Piano Assoluto.L'argomento è alquanto affascinante e ha coinvolto filosofi e pensatori fin dall'antichità. In particolare anche Badarayana dedica un Sutra all'inizio della sua opera per trattare l'argomento. Esistono infatti alcuni testi delle Scritture Sacre che mostrano che l'Assoluto, il Brahman, è ineffabile, al di là di ogni logica empirica e pertanto non è conoscibile e non è esprimibile a parole.
In particolare la Taittirya Upanishad (II.4.12) afferma:
Dal [Brahman] le parole arretrano insieme con il pensiero senza averlo attinto.
Nella Kena Upanishad (I.5) troviamo:
Ciò che non è espresso dalla parola
e che per mezzo della parola è espresso,
quello solo è conosciuto come Brahman;
non ciò che [il volgo] venera come tale.
e che per mezzo della parola è espresso,
quello solo è conosciuto come Brahman;
non ciò che [il volgo] venera come tale.
Sembrerebbe quindi che il piano assoluto, la Realtà nella sua globalità (il Brahman secondo le Upanishad), non è esprimibile a parole. Badarayana afferma:
Sutra I.1.5
Ikshaternashabdam
Ikshateh –perché è visto, Na – non, Ashabdam – inesprimibile.
[Il piano Assoluto, Il Brahman] non è inesprimibile a parole,
poiché i Veda stessi lo insegnano - 5
poiché i Veda stessi lo insegnano - 5
Commentario Scientifico.
La parola ashabdam utilizzata nel Sutra significa in cui o circa cui la parola non può penetrare o su cui non si può esprimere. Il Brahman non è ashabdam. Al contrario è shabdam, o esprimibile a parole. Perché? Ikshateh, “perché è visto”. Infatti le Upanishad stesse in altri passaggi affermano che al Brahman è assegnata la suggestiva designazione aupanishada; la quale significa che il Brahman è conosciuto attraverso le parole delle Upanishad, ad esempio come citata nella Br.Up. (III.9.26):
Ti chiedo della persona insegnata nelle Upanishad.
Qui l’oggetto della ricerca, la “persona” insegnata dalle Upanishad è chiamata Upanishada, ovvero conosciuta attraverso le Upanishad. Il Brahman, dunque, è esprimibile a parole, infatti troviamo anche il seguente testo della Shruti “Colui che tutti i Veda citano, ecc” (Katha II.15??). E’ anche vero che il Brahman è detto essere ashabdam, ovvero ineffabile, ed è da intedenrsi che non è completamente esprimibile attraverso una logica. Così, come la montagna Meru è detta essere invisibile, nel senso che nessuno la può vedere interamente, ma non significa che è interamente invisibile, allora anche il Brahman è detto essere indescrivibile o inesprimibile, nel senso che non è completamente descrivibile. Se fosse totalmente non conoscibile, allora nella Kena Upanishad non avremmo trovato scritto “conosciLo come essere il Brahman”, perché non è possibile conoscere l’inconoscibile. Inoltre nella frase “da cui la parola torna indietro”, il termine yatah, mostra che la parola non lo raggiunge dopo che lo ha realizzato un poco; la stessa idea è espressa dalla parola aprapya, “che non lo afferra”. Inoltre è scritto che il Brahman rivela se stesso attraverso i Veda. Questa idea non entra in conflitto con la nozione che il Brahman si auto rivela. Infatti in qualche modo i Veda sono il corpo del Brahman. Conseguentemente il Brahman è descrivibile a parole. In questo verso si esprime quanto precedentemente affermato riguardo la valenza del linguaggio logico-razionale. Esso è utile per descrivere una parte della realtà, o meglio, per creare dei modelli rappresentativi di quella che sembra a noi essere la realtà, ma non è sufficiente per descrivere completamente piani di consapevolezza superiori. In questo caso occorre utilizzare un linguaggio diverso con specifiche differenti: il linguaggio interiore, quello della coscienza. Le Scritture Sacre sono una rappresentazione del linguaggio interiore di persone illuminate che hanno “visto” la realtà in modo più completo e che cercano di descriverla. L'uso di differenti linguaggi è tipico anche del mondo dell'informatica. Infatti non esiste un linguaggio di programmazione degli elaboratori che vada bene per qualsiasi applicazione. Potremo usare un linguaggio specifico per progettare l'hardware al livello più basso (il linguaggio VHDL o il VERILOG), un linguaggio per applicazioni generiche, (il linguaggio c o il linguaggio c++), uno per gestire flussi informativi e database (ad esempio l'SQL), ed un altro ancora per progettare applicazioni specifiche multimediali (ad esempio per l'oggi tanto diffuso iphone, come i linguaggi java o object-c e tanti altri ancora). Per ogni contesto occorre utilizzare uno specifico linguaggio. Allo stesso modo Il linguaggio logico-razionale non può spiegare tutto. E' sicuramente utile, ma solo in certi contesti e assolutamente inefficace in altri. Può aiutare a descrivere qualcosa della realtà nel suo insieme, ma non tutto. Ecco quindi l'importanza delle Scritture Sacre (autorevoli). Esse aiutano a descrivere modelli che altrimenti non possono essere espressi. Chiaramente non possono tuttavia descrivere totalmente il piano assoluto.mercoledì 16 dicembre 2009
SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE TREDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.
(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE TREDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.
(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)
(La Dodicesima Parte è consultabile QUI)
Il Pensiero degli Scienziati circa la presenza di Dio.
Krishna dice nella Bhagavad gita:
Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham
“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.
E da Quella fonte che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale che caratterizza il metodo scientifico. Nel caso dell'approccio empirico alla conoscenza la rappresentazione della realtà viene fornita attraverso la formulazione di modelli che in qualche modo cercano definire la struttura della materia in un determinato contesto. Si pensi al caso della Fisica classica. La formulazione teorica è stata dimostrata essere vera solo in determinati contesti, ma non in altri e per questo sé stato necessario formulare nuovi modelli (come la teoria della relatività di Einstein o la meccanica quantistica). Ma si pensi anche ai vari modelli dell'atomo che si sono succeduti nel corso del tempo. Il modello di Bohr è stato successivamente rimpiazzato dal modello di Schrödinger in quanto insufficiente. Questi modelli sono definiti a causa di una mancata comprensione della vera natura della realtà. L'approccio analogo vedantico è chiamato jnana-yoga o aroha-pantha. Certamente, attraverso questo metodo, per uno scienziato sincero e senza pregiudizi, è possibile arrivare alla conclusione che la materia non è la realtà ultima ma che esiste qualcosa di ulteriore, di trascendente, che nella cultura vedantica è rappresentato con la forma impersonale di Dio. Ad esempio Heisenberg disse:“Certamente come scienziati compiamo errori nelle nostre teorie scientifiche, e ci vorrà ancora del tempo prima che questi errori saranno trovati e corretti. Ma possiamo essere sicuri che ci sarà una decisione finale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Tale decisione non dipenderà dalla credenza del singolo, dalla sua razza o dall'origine dello scienziato, ma sarà presa da una potenza superiore e sarà applicata agli esseri di ogni tempo … Esiste una coscienza superiore, non influenzata dai nostri desideri, che in ultima analisi decide e giudica.”
Mentre Max Born affermò:
“Ho visto in esso (l'atomo) la chiave dei segreti più profondi della natura, e mi ha rivelato la grandezza della creazione e del Creatore”
Anche Einstein percepiva la presenza di un'armonia globale:
“Io credo nel Dio di Spinoza che si rivela nella ordinaria armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa del fato e delle azioni degli esseri umani.”
E ancora:
“Una volta in risposta alla domanda: «Lei crede nel Dio di Spinoza?», Einstein rispose così: «Non posso rispondere con un semplice sì o no. Io non sono ateo e non penso di potermi chiamare panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino piccolo che entra in una vasta biblioteca riempita di libri scritti in molte lingue diverse. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri. Egli non conosce come. Il bambino sospetta che debba esserci un ordine misterioso nella sistemazione di quei libri, ma non conosce quale sia. Questo mi sembra essere il comportamento dell'essere umano più intelligente nei confronti di Dio. Noi vediamo un universo meravigliosamente ordinato che rispetta leggi precise, che possiamo però comprendere solo in modo oscuro. I nostri limitati pensieri non possono afferrare la forza misteriosa che muove le costellazioni. Mi affascina il panteismo di Spinoza, ma ammiro ben di più il suo contributo al pensiero moderno, perché egli è il primo filosofo che tratta il corpo e l'anima come un'unità e non come due cose separate (Brian, Einstein a life, 1996, p. 127).”“Chiunque sia seriamente impegnato nello studio delle sottili leggi che regolano l'universo si convince che uno spirito è manifesto in esse, uno spirito vastamente superiore a quello dell'uomo (The Expanded Quotable Universe, ed. Alice Calaprice, 2000, originariamente citato in una lettera ad uno studente che chiedeva ad Einstein se uno scienziato prega – Einstein Archive)”
Nel complesso, quindi, Einstein credeva in un Dio impersonale presente nella natura (pur senza identificarsi con essa) in modo misterioso. Fu accusato anche per questo di ateismo dal vescovo di Boston O'Connell e ne soffrì molto. Einstein non ha avuto la possibilità di studiare teologia o spiritualità, tuttavia, proprio grazie alla sua intelligenza acuta, ha potuto comprendere l'esistenza di uno spirito che penetra e sostiene l'universo, e ne regola quindi le geometrie e le leggi perfette (il dharma), e soprattutto ha compreso benissimo che ci sono tante cose nell'universo che non possono essere afferrate sul piano logico-razionale. La nostra intelligenza, non può da sola afferrare l'aspetto profondo del Divino e la sua più intima natura.
Questi sono giusto alcuni esempi di molti che se ne potrebbero fare di come attraverso lo studio analitico del funzionamento della natura materiale e delle sue leggi sia possibile percepire una ulteriorità, una forma di intelligenza che regola tutto il creato, ma anche come tale conclusione comunque sia parziale ed incompleta. Nella Bhagavad Gita Krishna spiega che al fine di conoscere la vera natura della realtà oltre il piano fenomenico tutti gli approcci che non includano la bhakti (il servizio devozionale) sono incompleti e non porteranno mai alla vera conoscenza:
Bhaktya mam abhijanati
Yavan yash casmi tattvatah
Tato mam tattvato jnatva
Vishate tad-anantaram
Yavan yash casmi tattvatah
Tato mam tattvato jnatva
Vishate tad-anantaram
“Soltanto col servizio devozionale è possibile conoscere Me, il Signore Supremo, così come sono. E quando si diventa pienamente coscienti di Me grazie a questa devozione si può entrare nel regno di Dio”. Bhagavad Gita XVIII.55
In precedenza è stato spiegato che secondo il Vedanta Dio può essere percepito secondo tre differenti modalità: Brahman, Paramatma, Bhagavan. Gli scienziati del livello di Heisenberg e Einstein, dall'alto della loro intelligenza e conoscenza, sono arrivati a percepire il Brahman, che è solo una modalità della realtà trascendente, ma non la definisce completamente. Come spiega Krishna, solo il servizio devozionale (bhakti-yoga) porta a conoscere il trascendente nella Sua forma completa e personale (Bhagavan). Anche Kant nella sua opera “Critica alla ragion pura” ha evidenziato come il ragionamento empirico sia insufficiente per spiegare una realtà trascendente e personale, ma certamente può portare ad intuire la presenza di un'intelligenza superiore, come avvenuto per Einstein e altri eminenti scienziati. Ma per fare il passo decisivo occorre andare oltre e trascendere il piano della ragione integrando la conoscenza che non può arrivare dai sensi limitati (incluse la mente e l'intelligenza), con una conoscenza interiore che porta a realizzare il divino in noi e la stretta relazione di amore che ci lega.
giovedì 10 dicembre 2009
SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE DODICESIMA).
A cura di Andrea Boni.
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE DODICESIMA).
A cura di Andrea Boni.
(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)
I metodi per ottenere la conoscenza secondo il Vedanta.
L'epistemologia Vedantica indica che l'acquisizione della conoscenza è possibile in tre differenti modi: (1) attraverso la percezione dei sensi (pratyaksha), (2) attraverso l'inferenza (anumana), e (3) attraverso la conoscenza rivelata (shabda). Shrila Jiva Goswami descrive questi metodi nel suo trattato chiamato Tattva sandarbha, in cui, inoltre, esalta lo Shrimad Bhagavatam come l'opera più eccelsa all'interno del panorama Indovedico. Pratyaksha – è la conoscenza ottenuta direttamente attraverso la percezione sensoriale, ovvero attraverso gli occhi, le orecchie, il naso, la pelle e la lingua. La mente è considerata il sesto senso, e quindi anche attraverso essa è possibile acquisire conoscenza. Certamente pratyaksha è un metodo corretto per ottenere la conoscenza (pramana), ma non è un metodo assoluto poiché la percezione sensoriale ha evidenti limiti e pertanto, in quanto tale, non è completa. Tuttavia nella tradizione Vedantica un ricercatore spirituale sincero che persegue una rigorosa disciplina al fine di purificare mente e sensi, quando tale processo raggiunge il culmine, e quindi i sensi materiali hanno subito una trasformazione che li ha portati a diventare spirituali, ha la possibilità, a quel punto, di conoscere la realtà ultima attraverso pratyaksha. Gli spiritualisti avanzati sono quindi in grado di acquisire la conoscenza con questa modalità. Nella Bhagavad Gita Krishna afferma:Raja-vidya raja-guhyam
Pavitram idam uttamam
Pratyakshavagamam dharmyam
Su-sukham kartum avyayam
Pavitram idam uttamam
Pratyakshavagamam dharmyam
Su-sukham kartum avyayam
“Questo sapere è il re di tutte le scienze, il più segreto dei segreti. E' la conoscenza più pura, e poiché permette di realizzare con percezione diretta la propria vera identità, è la perfezione della religione. Tale conoscenza è eterna e si applica con gioia.” (Bhagavad Gita IX.2)
La conoscenza che consente di accedere ad un piano di comprensione superiore, oltre la materia, è molto confidenziale, pura e la più elevata. Tale conoscenza è ricevuta direttamente (pratyaksha) da colui che si applica sinceramente nell'adorazione del Divino perché ha raggiunto lo stadio di completa purificazione della mente e di tutti i sensi.
Anumana (inferenza) – Significa dedurre qualcosa a partire dall'osservazione di qualcos'altro. Il tipico esempio che viene riportato è quello per il quale viene inferita la presenza del fuoco in un determinato punto dalla sola osservazione del fumo. E' un tipo di conoscenza ulteriore rispetto a quella diretta-sensoriale che nasce dal presupposto di uso della logica. Sia il metodo pratyaksha che il metodo anumana, seppur approcci corretti, hanno comunque dei limiti che sostanzialmente risiedono nel fatto che, come affermato da Shrila Jiva Goswami, la percezione sensoriale è soggetta a quattro limiti. Essi sono:1) Illusione (bhrama), si pensi ad esempio al miraggio in un deserto;
2) Sono soggetti ad errore (pramada). Il tipico esempio delle scritture è quello di una corda che viene scambiata per un serpente; accade che spesso interpretiamo come vero ciò che i sensi ci fanno percepire e dentro di noi si innescano tutti i meccanismi connessi (si pensi alle scariche di adrenalina nel caso “vedessimo” un serpente quando invece trattasi di una corda!). E così il detto popolare “errare è umano”. A riguardo di ciò è interessante notare che Einstein diceva: “potrebbe essere euristica mente utile tenere a mente cosa uno ha osservato. Ma è sbagliato dedurre una teoria dai soli dati osservati, è la teoria che ci dice cosa noi possiamo osservare”.
3) Campo di ricezione delle informazioni limitato (karanapatava), ovvero i sensi possono percepire solo una porzione molto limitata della realtà, ad esempio l'orecchio umano non può percepire suoni che hanno una frequenza sotto i 20 Hertz (infrasonici) e sopra i 20000 Hertz (ultasonici), e parimenti non è possibile vedere le radiazioni elettromagnetiche nell'ultravioletto o nell'infrarosso.
4) Tendenza ad ingannare (vipralipsa). L'onestà è una qualità dell'essere umano(1) tuttavia qualche volta l'essere è sopraffatto dall'orgoglio, dal falso ego, dall'arroganza, oppure semplicemente la psiche è fortemente condizionata dalle esperienze del passato (samskara) e dagli attributi della natura materiale (i guna). Capita così che una persona tende ad ingannare gli altri al fine di dominare, prevalere, prevaricare, emergere. Secondo il Vedanta un tale atteggiamento è sintomo di una non consapevolezza spirituale.
Shabda (conoscenza rivelata) – nell'approccio vedantico, shabda è il metodo più corretto per ottenere la conoscenza poiché arriva direttamente dalla Verità Assoluta e trascendente.,ed entra così direttamente nel cuore di persone che hanno raggiunto livelli di coscienza particolarmente elevati e tali da sviluppare un livello di sensibilità che trascende il limitato piano sensoriale. Su questo piano c'è la comprensione della Verità Assoluta come la causa di tutte le cause. Se ci pensiamo bene chiunque ed in qualunque campo del sapere umano (della scienza, dell'arte, ecc.) riceve la conoscenza attraverso l'ispirazione di una qualche forma di “guida”. Anche questo tipo di conoscenza può essere interpretata come conoscenza “rivelata”. Quella che riguarda il piano assoluto, trascendente, arriva direttamente dalla Coscienza Suprema, Dio.
Krishna dice nella Bhagavad gita:
Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham
“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.
E da Quella fontei che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale.
(1) Marco Ferrini, Le 26 Qualità del Ricercatore Spirituale, Edizioni CSB.
Iscriviti a:
Post (Atom)



