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mercoledì 20 gennaio 2010

L'ORDINE IMPLICITO (IL DHARMA) NEL 'GRANDE [POEMA DEI] BHARATA'.
'La Provvidenza afferma che in questo mondo solo il Dharma è supremo
e quando il Dharma viene sostenuto diffonde la pace'.
(Mahabharata II.60.1374).

Di Marco Ferrini.

La sacralità del Mahabharata viene enunciata per l’intero corso dell’opera, non solo in virtù del formidabile messaggio spirituale di cui è portatore (cfr. Bhagavata Purana I.4.25), ma anche in quanto caratterizzato dalla discesa (avatara) di Dio nel mondo “per la protezione dei buoni, la distruzione degli empi e la preservazione del Dharma”. Il Dharma rappresenta probabilmente il principale insegnamento del Mahabharata; esso è infatti la costante, l’idea centrale, il filo rosso che unisce anche quelle narrazioni che sembrano discostarsi dal nucleo della storia e che danno senso al poema nella sua interezza. Il Dharma è quella Forza divina che tutto muove, regola e sostiene, l’Equilibrio universale, la Legge sacra, la Giustizia eterna, l’insieme degli infallibili Princìpi della Religione che regolano la vita etica, morale, politica, sociale e familiare di ciascun essere. La parola sanscrita Dharma va dunque oltre il normale concetto di legge. Se talvolta è possibile trovarci di fronte ad una legge ingiusta, non si potrà mai imbatterci in forme ingiuste di Dharma in quanto il Dharma è Legge divina, al contempo causa ed effetto dei sacri Veda. Mentre insegna a re Yudhishthira la scienza politica, il grande saggio Narada afferma infatti che il Dharma è trayi-mula, espressione che può essere interpretata in due modi: A) I tre Veda sono la base del Dharma e B) il Dharma è la base dei tre Veda.


La natura “sottile” del Dharma
.
Il concetto di Dharma pervade la cultura del Mahabharata, e di consegenza tutta la Cultura Indiana, presentandosi sotto svariate forme, non sempre intellegibili. Il Dharma è infatti di origine divina (cfr. Bhagavata Purana, VI.3.19) e, in quanto tale, presuppone sempre l’ulteriorità propria della dimensione metafisica, che va oltre la portata dell’intelletto umano. Quando ad esempio re Drupada non riesce a capire come sia possibile che il Dharma di sua figlia sia sposare tutti e cinque i Pandava, suo figlio Dhrishtadyumna, che condivide i sentimenti del padre, ne conferma la complessità: "Il Dharma è denso di sottigliezze, perciò non possiamo assolutamente comprenderne tutte le dinamiche. Non è possibile stabilire se questo matrimonio è autorizzato dal Dharma o se fa parte dell'Adharma" (Mahabharata I.188.11). Strettamente connesso ai concetti di Karma (azione-reazione), Prakriti (Natura materiale) e Samsara (ciclo di nascite e morti ripetute), il Dharma viene più volte descritto nel corso dell’opera nella propria natura “sottile”, ma in quanto concepito dal Signore per regolare l’azione di chi si trova confinato nella dimensione spazio-temporale, nel “qui” ed “ora” propri della vita incarnata, esso si propone sempre anche in una dimensione concreta, destinata ad essere vissuta e quindi compresa, per quanto possibile, da ogni creatura vivente. Da qui la responsabilità di ciascun uomo nel custodire il Dharma, al fine di recidere definitivamente i nodi del cuore e conseguire lo scopo sommo della vita, che consiste nell’ottenimento della comunione con Dio. Esistono due tipi fondamentali di Dharma, cioè il Dharma che vale per tutti gli uomini e il Dharma peculiare cui ciascun individuo deve attenersi in base al proprio ruolo sociale. La prima forma di Dharma, caratterizzata da generosità, benevolenza, amore verso tutte le creature, va sotto il nome di Sanatana Dharma (Dharma eterno) ed è conosciuta nel Mahabharata come “ottuplice via del Dharma”, costituita di sacrificio (ijya), studio del Veda (adhyayana), carità (dana), ascesi (tapas), veracità (satya), pazienza (kshama), compassione (ghrina) e assenza di cupidigia (alobha). La seconda forma di Dharma, conosciuta come Sva-Dharma (Dharma specifico), si riferisce appunto ai doveri specifici che ogni individuo ha il compito di svolgere in seno al proprio contesto sociale, per cui, ad esempio, le norme che regolano la vita dello spiritualista (brahmana), non potranno essere le stesse cui devono attenersi il principe guerriero (kshatriya), il commerciante (vaishya) o il servitore (shudra). Il Mahabharata afferma che ogni essere umano dovrebbe eseguire i propri doveri senza invadere quelli altrui, nel rispetto delle norme eterne (Sanatana Dharma). Nella Bhagavadgita è spiegato che l'assegnazione dei doveri specifici (Sva-Dharma) avviene sulla base delle tendenze (guna) e delle esperienze (karma) di ciascuna persona. Si può fare l'esempio di una squadra di calcio. Una volta assegnati i ruoli, il successo della squadra dipenderà dall'esecuzione dei doveri specifici da parte di ciascun individuo, che non dovrà assumere il ruolo che spetta ai compagni di squadra. Perciò Krishna afferma ancora nella Bhagavadgita (XVIII. 47-48): “E' meglio compiere il proprio Dharma, anche se in modo imperfetto, che accettare il dovere di un altro e compierlo perfettamente. Eseguendo i doveri prescritti secondo la propria natura non s'incorre mai nel peccato. Ogni impresa è coperta da qualche errore, come il fuoco è coperto dal fumo. Perciò, o figlio di Kunti, nessuno deve abbandonare l'attività propria della sua natura, anche se presenta errori”. Vediamo alcuni esempi tratti direttamente dal grande poema epico. Deposte le armi e abbandonati i doveri regali, re Vasu cominciò a praticare ascesi con l'intenzione di ottenere la potenza necessaria a raggiungere la posizione di Indra, re dell'universo. Allora Indra in persona si recò da Vasu e gli disse di non mischiare i suoi doveri legittimi di sovrano con la funzione governativa di Indra, poiché un imperatore protegge il Dharma verificando che tutti eseguano i loro doveri specifici: "Sovrano della terra, il Dharma dei re non dovrebbe essere confuso. Proteggi il Dharma, poiché quando viene sostenuto, esso sorregge l'universo intero" (Mbh. I.57.5). Similmente Dhritarashtra, esortando il figlio Duryodhana a non invidiare i Pandava e a non bramare la loro legittima posizione, dichiara: "La ricerca esasperata volta ad ottenere la proprietà altrui si rivelerà un atto vano. Prospera colui che è pienamente soddisfatto di quello che possiede e compie il proprio Dharma" (Mbh. II.50.6). Dovremmo rilevare che la correttezza di una particolare azione dipende dal Dharma specifico di colui che la compie. Ne è un esempio la storia di Shakuntala. Il giovane re Dushyanta cerca di convincere l'affascinante fanciulla Shakuntala a sposarsi con lui tramite il matrimonio Gandharva, che consiste in un'unione spontanea dei membri della coppia senza che questi abbiano prima chiesto il consenso dei genitori. La sua richiesta si basa sul fatto che questo tipo di matrimonio può essere preso in considerazione dai membri della classe regale (Kshatriya) e Shakuntala, anche se allevata da un brahmana, il saggio Kanva, di fatto è figlia del guerriero Vishvamitra. Shakuntala accetta la proposta di Dushyanta, ma si sente in grande imbarazzo quando l'amato padre adottivo Kanva ritorna a casa. Però Kanva le dice: "Tu sei di stirpe regale, perciò quel che hai fatto oggi, unendoti con un uomo senza prima esserti consigliata con me, non viola il Dharma. Si dice che per un membro della classe regale il matrimonio Gandharva sia il migliore. [In questo caso] l'unione che avviene in un luogo solitario per il desiderio sia dell'uomo che della donna, senza che questi si consiglino con qualcuno, è autorizzata" (Mbh. I.67.25-26). L'aderenza ai principi del dharma, ed in particolare ai doveri prescritti ad ognuno di noi, pone l'essere in armonia con l'ordine implicito, con quell'armonia che sottende a tutta la manifestazione cosmica. Come conseguenza di questo allineamento riemerge in modo naturale l'armonia già presente in ognuno di noi e che caratterizza la parte più profonda della nostra personalità, la nostra vera essenza. Al contrario, agendo contro il dharma (ovvero compiendo azioni adharma), si genera un'energia che si oppone a questa armonia preesistente, che genera come conseguenza patologie a livello psicologico secondo il principio di azione-reazione che tutti conosciamo a livello fisico, ma che agisce anche su un piano più sottile.

giovedì 26 marzo 2009

IL DHARMA: UN PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE.
di Marco Ferrini.

L’uomo moderno è confuso, privo di punti di riferimento stabili e precisi che gli consentano di navigare quietamente fra le onde della vita, colmo di angosce e timori apparentemente insormontabili, fragile ed instabile nella psiche e pietosamente stremato da nevrosi di varia natura ed origine che gli sottraggono, assorbendole occultamente, ingenti energie. Egli si ritrova anche tristemente isolato ed incessantemente sballottato e trascinato verso ignote direzioni da tragici ed incontrollabili eventi e da idee aberranti impostegli da individui più forti e prepotenti che, come una tempesta di venti impetuosi, lo travolgono e lo costringono a naufragare, spingendo alla deriva gli irriconoscibili resti della sua fragile imbarcazione. L’uomo della Tradizione, che basa la propria vita su di un insieme di valori appunto tradizionali, aveva ed ha una visione cosmogonica: vede e comprende l’universo ed è quindi in grado di individuare con precisione e certezza la propria posizione nella vastità della manifestazione cosmica. L’uomo cosiddetto moderno, al contrario, ha perso questi punti di riferimento e, paradossalmente, pur avendo fatto passi da gigante nel campo della tecnologia, in particolare nel settore delle comunicazioni, incontra serie di quasi insormontabili difficoltà nel comunicare con gli altri e con sé stesso. Perduta gradualmente la visione organica della realtà, la coscienza della sua inscindibile interezza, della connessione fra le parti e il tutto, si è immerso nello studio ostinato e reiterato di frammenti, di micro-realtà scisse dall’insieme. Pur essendo diventato capace d’inventare microscopi e altri potentissimi strumenti di indagine(1), deve alla fine riconoscere con stupore, sgomento e persino con una punta di amarezza, che la natura materiale, come prendendosi gioco di lui, sfugge sempre e comunque da questa impari lotta per conoscerla. La Natura è infatti paragonabile ad una scatola cinese: una volta scoperto un aspetto se ne scorge subito un altro, dal primo racchiuso. L’uomo moderno rischia quindi di andare incontro ad uno smarrimento traboccante d’angoscia, un sottile ma diffuso “mal di vivere” che si radica sempre più profondamente ed acremente negli animi (soprattutto dei più giovani) e che si aggrava una volta scoperta la mancanza di risposte appaganti, ad ampio respiro, da parte delle varie religioni, le quali spesso impiegano le proprie enormi energie e risorse più nella ricerca di vasti consensi popolari, che nel dare risposte soddisfacenti ai tormentosi quesiti sul senso dell’intera vicenda cosmica; esse focalizzano infatti gran parte dei loro interessi sulla sola sfera antropologica, cioè sull’uomo e sulle sue problematiche. Con atteggiamento riduttivamente antropocentrico si adoperano quanto più possono nell’elaborare fin nei minimi dettagli una politica per l’uomo, con complicati, e per questo spesso irrealizzabili, piani economici e sociali, trascurando la semplice verità di fondo che l’uomo, se non è in grado di individuare sé stesso nel suo contesto socio-cosmico e se non conosce sé stesso, non essendo in grado di percepirsi nell’essenza, nella realtà trascendente, non potrà nemmeno delineare un progetto serio per il proprio divenire(2). Risulta quindi necessario indicare con la maggior precisione possibile la cosmogonia o disegno universale, e l’escatologia o fine oltremondano dell’esistenza. Del progetto universale i Veda tracciano un disegno dai contorni estremamente ampi. Cominciano col descrivere i quattro obiettivi della vita umana evoluta(3); dharma, artha, kama e moksha, per raggiungere i quali la persona di buona qualità articola i propri sforzi e organizza le proprie risorse al meglio. L’arte della vita consiste nel conseguire questi obiettivi e viverli in maniera equilibrata, facendoli diventare tutti, uno dopo l’altro o contemporaneamente, una realizzazione di successo. Dharma è l’Ordine cosmico, la Legge di Dio, il volere del Signore, l’armonia, la sintonia di e con tutto ciò che vibra, la forza che tutto sostiene, il principio vitale e le leggi che lo mantengono. Senza dharma i pianeti non potrebbero mantenersi nelle loro orbite e noi non riusciremmo neanche a respirare se cessasse il nostro rapporto col dharma. Dharma è anche la religiosità, senza la quale non si potrebbe portare a compimento la benché minima azione; è l’acquisizione di quella pietà minima, di quel minimo di buoni sentimenti che ci permettono di affrontare la vita e che andranno poi espansi fino al massimo; ne occorre comunque un minimo perché l’individuo possa vivere in mezzo alla gente, vivere nel creato e fra le creature tutte. Col termine sanscrito bhuta vogliamo in questo contesto indicare l’essere creato; la radice bhu infatti significa sia ‘essere’ che ‘divenire’, ma se si aggiunge la desinenza ta significa ‘creato’. Dato che l’anima è immortale(4), chi viene creato? I corpi, mentre il principio vitale, l’atman, non viene creato: né nasce né muore. Tutte le creature nascono e muoiono solo apparentemente; in realtà ciò che nasce e che muore sono i corpi, quegli involucri costituiti di materia (prakriti) che l’essere immortale abita e che dall’essere rimangono sempre e comunque distinti. Nella Bhagavadgita Krishna afferma che l’ottuplice materia(5), da noi percepita come forme e nomi, è separata da Lui(6); e anche da noi, possiamo aggiungere: organi, tessuti e cellule sono infatti aggregati di materia separata dal nostro vero essere. Per fare chiarezza in questo ambiente alienato, in cui masse ottenebrate, colte da terribili crisi di identità, credono di essere il corpo, cioè si identificano totalmente con la prakriti, occorre il dharma. Il dharma fornisce alcune direttive fondamentali: yama e niyama(7), per vivere consapevolmente in qualunque luogo ma soprattutto in quelli la cui atmosfera sia stata resa “incandescente” dalla passione (rajo-guna) e tenebrosa dall’ignoranza (tamo-guna)(8). Quando la coscienza del sé si sviluppa nella maniera corretta, cioè nel dharma, l’individuo diventa dharmya, portatore di dharma o sostegno del dharma, ed è anche ‘sostenuto’ dal dharma. In un passo del Mahabharata(9) viene affermato con forza che chi sostiene il dharma è dal dharma sostenuto, mentre chi calpesta il dharma viene dal dharma schiacciato. Col sostegno del dharma si può conseguire il secondo obiettivo: artha, ossia la prosperità economica, che di per sé non ha nessuna connotazione negativa(10), a meno che non comporti un agire volgare, che abbrutisce il suo autore fino a fargli dimenticare i doveri prescritti, quelli che conducono alla realizzazione spirituale. Gli shastra(11) consigliano di conseguire questo scopo perché è indispensabile procurarsi lecitamente i mezzi per potersi incamminare sulla via della perfezione; quando invece il ricongiungimento col Divino sarà diventato stabile e definitivo, e solo allora, non ci sarà più bisogno di sforzi specifici per artha: il Signore provvede direttamente. Tutto dipende quindi dall’aver fondato la propria vita sui principi del dharma, la regola celeste, la legge divina, l’Ordine sovrano che tutto mantiene. Osservando con attenzione i cicli naturali, possiamo rilevare la presenza di quest’Ordine divino: gli alberi tornano a fiorire regolarmente ad ogni primavera; i giorni e le notti si avvicendano da sempre; il sole non abbandona mai la sua orbita perché, se la mutasse allontanandosene seppur di poco, sul nostro pianeta di formerebbero ghiacciai colossali che lo ricoprirebbero interamente; se invece si avvicinasse, modificando la propria orbita anche solo di un impercettibile tratto, manderebbe tutto a fuoco, l’acqua evaporerebbe, facendo scomparire la vegetazione e tutto ciò la cui sopravvivenza deriva dall’acqua, esseri umani compresi. E’ il dharma che mantiene il sole e tutti gli astri nella loro orbita e che rende possibile la vita sui pianeti; e fonte del dharma è l’Essere sovrano che, col dharma, stipula un equo patto con tutte le creature, senza favorirne o penalizzarne qualcuna. E’ solo in base al modo con cui ci rapportiamo al dharma infatti, che dovremo fronteggiare le conseguenze delle azioni da noi compiute, sia in positivo che in negativo. E’ questo il principio fondamentale che regge la legge del karman, la rigorosa legge eterna della remunerazione delle azioni. Perciò l’uomo della Tradizione persegue lo sviluppo concreto e tangibile dei princìpi fondamentali del dharma, sforzandosi costantemente e alacremente di applicarne nella vita quotidiana gli assunti teorici, non riconoscendo nessuna reale importanza al filosofare fine a sé stesso, avulso dalla realtà ed incapace di liberare l’essere dal problema di fondo dell’esistenza incarnata: la sofferenza. Ricerca quindi un’intima ed autentica interiorizzazione delle leggi del dharma e la loro espressione genuina, sia nel pensare che nel parlare ad altri, sia nel commentare gli eventi e i mutamenti che si susseguono nella società e nella natura che nell’agire. Dopo il conseguimento di artha sulla base del dharma, si passa a kama, termine col quale vogliamo qui indicare la ricerca del piacere, del gioire. Se queste gioie vengono da artha, cioè se non sono state ricercate con i mezzi altrui ma con i propri, e se questi mezzi sono stati procurati sulla base di dharma, di regole morali, etiche e spirituali(12), allora sorge la gioia, il senso di soddisfazione che segue alla realizzazione del piacere. Per essere più precisi va detto in tal caso che la ricerca del piacere cessa di essere ossessiva e non condiziona più la mente dell’individuo al punto da indurlo a fare scelte sbagliate pur di ottenere stimoli meramente sensoriali. Quando conseguiti in armonia con l’Ordine divino i cosiddetti piaceri sono anch’essi potenzialmente in grado di condurre l’uomo alla riflessione e gradualmente al distacco, per poi consentirgli di dedicarsi unicamente, con quiete e lucidità, al perseguimento del quarto degli scopi che, secondo i Veda, caratterizza l’uomo evoluto: moksha, la liberazione definitiva dalle illusioni, dall’identificazione con la materia e dagli attaccamenti mondani, cioè da quelle che sono le sorgenti del dolore(13). Pertanto, dare all’uomo una cornice ampia, universale, informazioni non solo sulla dimensione dello spirito ma anche sulla varietà della manifestazione cosmica e, come abbiamo spiegato poc’anzi, rivelargli il dharma e le sue regole fondamentali, tutto ciò significa fornirgli da subito gli strumenti essenziali per progettare, costruire giorno per giorno e quindi determinare il proprio avvenire. La messa a disposizione di questi strumenti costituisce la più elevata attività umanitaria, che però arreca benefici non solo all’uomo ma anche a tutte le creature e all’ambiente, inteso come micro e macro-sfera. Una visione dell’universo basata su di una concezione spiccatamente e dichiaratamente antropocentrica sarebbe una riduzione a dir poco inquietante, che implicherebbe una drastica riduzione delle capacità e delle potenzialità di realizzazione spirituale. L’uomo non ha una posizione centrale. La concezione vedico-vaishnava dell’universo è teocentrica: è Dio il motore dell’universo. E’ il supremo, dolce desiderio di Dio che provvede a tutto. E se tutte le creature, in particolar modo l’uomo, ponessero il Signore al centro delle proprie attenzioni, della propria cura, dei propri pensieri, delle proprie parole, tutto ciò che vorrebbero ottenere si presenterebbe quasi spontaneamente, con difficoltà ridotte in proporzione a quanto si saranno concentrate nella contemplazione di Dio; e tutte le azioni così compiute andrebbero a beneficio non solo degli uomini ma, come detto, di tutte le creature. Al contrario, se in una sorta di ossessione antropocentrica e quindi in un ennesimo feticismo di specie, l’uomo fosse portato a considerare degna di cure ed attenzioni soltanto la propria specie, non sarebbe neanche in grado di mantenere in salute questo pianeta, divenendo causa di continue e gravi crisi ecologiche, dato che l’equilibrio ecologico si può mantenere solo a patto che ci si adoperi per il benessere di “tutte” le creature, permettendo che ognuna di esse esprima liberamente la propria natura. L’uomo viene abitualmente considerato sovrano delle creature, ma il Sovrano vero in realtà è Dio, sovrano anche dell’uomo. L’uomo ha il dovere di far da guida alle creature meno intelligenti ed evolute, e ciò significa assegnare un ruolo a ciascuna di esse senza abusare di nessuna, altrimenti non più di guida si tratterebbe bensì di sfruttamento. E’ quindi urgente e necessario seriamente rivedere i concetti di progresso e di evoluzione, di sociologia, di benessere e di economia, e persino di storia. Pensare che gli esseri umani siano gli unici cittadini a pieno diritto del pianeta è troppo riduttivo; dovremmo estendere l’habeas corpus anche alle specie animali. Per quale ragione dovremmo limitare l’amore, di cui spesso solamente si parla, all’umanità e basta? Porre l’umanità al centro dell’universo è errore tipico della filosofia moderna.

(1) Ci riferiamo, qui, non solo al riduzionismo, ma anche agli “specialismi” che tanto caratterizzano la vita culturale dell’Occidente moderno.
(2) Con ciò non intendiamo disconoscere l’insieme dei valori etici e spirituali conservati e promossi dalle religioni storiche (il che sarebbe in contraddizione con la necessità di riferirsi a un sapere tradizionale, di cui prima dicevamo), né sminuire l’importanza delle loro azioni sul piano sociale; sentiamo però la necessità di un completamento e rifinimento dei campi d’azione volti ad un’integrazione tra i pensieri religiosi, a partire dalla conoscenza approfondita sulla coscienza fornita dai Veda.
(3) In sanscrito catur-purusartha.
(4) Vedi Bg II.20: Per l’anima non c’è nascita né morte. Esiste e non cessa mai di esistere. Non nasce, non muore, è eterna, primordiale, non ebbe mai inizio e non avrà mai fine. Non muore quando il corpo muore.
(5) Vedi p. 74.
(6) Cfr. Bg VII.4.
(7) Regole che compaiono in tutte le Scuole astika, quelle cioè che accettano i Veda come Scritture rivelate, in particolare nello Yoga-darshana, Scuola la cui fondazione viene tradizionalmente attribuita al saggio Patanjali, autore dei celebri Yoga-sutra, testo capitale della Scuola stessa.
(8) Due dei tre guna; vedi paragrafo ‘Il triguna e il karma’, p. 83.
(9) Adi Parva, capitolo 60.
(10) Tradizionalmente, il denaro e le ricchezze in generale, sono una manifestazione, nel mondo degli elementi, di Shrimati Lakshmidevi, eterna consorte ed energia interna (antaranga-shakti) di Shri Vishnu, Dio-Persona.
(11) Lett. ‘precetto, insegnamento’, in particolare quello contenuto nei testi sacri, sia Shruti (Rivelazione) che Smriti (Tradizione). Lo Shastra sta alla Shruti come l’albero sta al proprio seme. [Le maggiori Scuole di pensiero nell’ambito della Tradizione vedica delineano il metodo per acquisire la conoscenza indicando tre principali strumenti cognitivi (pramana): pratyaksha (percezione sensoriale), anumana (deduzione) e Shabda (testimonianza orale proveniente da una Tradizione o Autorità). Delle tre, la terza è tradizionalmente considerata il mezzo più autorevole, quello che consente anche da solo di conseguire il sapere, sia fisico che metafisico.]
(12) Indicando con ‘morali’ le azioni nel mondo degli elementi; con ‘etico’ il concetto di ciò che è bene e di ciò che è male; e con ‘spirituale’ la volontà determinata ad indirizzare l’azione alla liberazione (moksha).
(13) Secondo la Scuola Gaudiya Vaishnava di Shri Caitanya Mahaprabhu, esiste un’ulteriore tappa, successiva persino alla liberazione ed è prema, l’amore per Dio, definito anche param-purusartha (supremo obiettivo umano).

martedì 17 febbraio 2009

SCONVOLGIMENTI CLIMATICI E DHARMA.
di Andrea Boni.

Negli ultimi mesi siamo invasi da articoli o servizi che ci spiegano gli effetti sul clima dell’azione sconsiderata dell’uomo sulla natura. Per analizzare queste condizioni che coinvolgono tutti i paesi del mondo e per suggerire delle modalità di intervento operative vengono inoltre organizzate molte conferenze mondiali. La situazione è davvero preoccupante, e coinvolge direttamente la salute di pressoché tutta la popolazione mondiale. Per avere un’idea, Elena Dusi, in un articolo apparso su Repubblica il 27 Aprile 2007, evidenzia come “le estati torride che si stanno succedendo mettono a dura prova il sistema cardiocircolatorio. Gli inverni miti favoriscono invece il proliferare di agenti infettivi che credevamo relegati a latitudini tropicali. Il riscaldamento del clima fa sballare molti ingranaggi di quel delicato meccanismo che è il pianeta Terra. E le conseguenze iniziano a farsi sentire anche sulla salute umana. A soffrirne di più sono i paesi in via di sviluppo, con un'Africa minacciata da carestie e aumento delle infezioni. E un sud-est asiatico più esposto a eventi meteorologici estremi accompagnati da inondazioni e smottamenti. In Europa sono soprattutto le ondate di calore a spaventare. Nell'estate del 2003 i decessi legati alle alte temperature sono stati 35mila, soprattutto fra anziani e cardiopatici. Ma anche chi soffre di allergia ha poco da essere allegro. A causa delle temperature miti i pollini impregnano l'aria per un arco di tempo più lungo. L'inquinamento atmosferico e la presenza di ozono a bassa quota aggravano i casi di asma allergica e di broncopneumopatia cronica ostruttiva, la malattia tipica dei fumatori che riduce a un rivolo l'afflusso d'aria nei polmoni.” Un altro fattore di estremo interesse risiede nel fatto che fenomeni tipici delle zone tropicali si stanno affermando anche alle nostre latitudini: “La zanzara della malaria - forse la minaccia più grave per quanto riguarda le infezioni - ha raggiunto l'Europa nello scorso agosto. Come riferisce il Financial Times, in Corsica si è registrato il primo caso autoctono (con infezione avvenuta in loco) degli ultimi 35 anni. In un articolo pubblicato su The Lancet, Anthony McMichael dell'università di Canberra prevede un aumento del 16-28 per cento dei casi di malaria entro il 2100. "Anche gli agenti patogeni di salmonella e colera - prosegue lo studio - crescono più rapidamente a temperature maggiori". Al Gore, autore del recente documentario “Una verità scomoda”, in un articolo apparso su Repubblica il 1 Giugno 2007, evidenzia che il riscaldamento globale, causato in buona parte da attività umane, è effettivo e sta peggiorando assai rapidamente.

Al Gore afferma:
“ ... noi abbiamo radicalmente alterato il rapporto fondamentale tra esseri umani e Terra. Ciò è imputabile a una combinazione di fattori diversi. Primo: in un solo secolo la popolazione umana sul pianeta è quadruplicata. Erano occorse diecimila generazioni prima che la popolazione mondiale raggiungesse i due miliardi, soglia raggiunta quando è nata la mia generazione - quella dei baby-boomers. Adesso, nell'arco di una sola vita - la nostra - la popolazione mondiale sta passando da due a nove miliardi di individui (proiezione dei prossimi 45 anni). Abbiamo già superato la soglia dei 6,5 miliardi di persone […].
Secondo: la potenza delle nuove tecnologie oggi disponibili ha moltiplicato di migliaia di volte l'impatto che ciascun individuo può avere sul mondo naturale. Le nostre vecchie abitudini, un tempo in massima parte positive, adesso sono perseguite con tale accentuata intensità che siamo diventati un po' come il proverbiale “elefante in una cristalleria”. Terzo: l'insolita attenzione che riponiamo pensando a breve termine e perseguendo una gratificazione immediata - non solo come individui, ma, cosa più importante, nelle modalità di intervento dei mercati, delle economie nazionali e delle agende politiche - ha portato a un'esclusione sistematica delle conseguenze sul lungo periodo dalle nostre decisioni e dalle politiche che adottiamo.” Le conseguenze di questo rapporto radicalmente nuovo tra esseri umani e Terra sono devastanti: oggi non si parla neanche più tanto di rapporto, quanto di scontro. La comunità scientifica ci ha ormai sommersi di documentazioni di vario tipo a riprova dei terribili cambiamenti che stiamo arrecando al pianeta. È un po' la loro versione di chi grida le proprie verità dalla sommità dei tetti. E’ interessante leggere il breve resoconto dei diversi studi sugli sconvolgimenti climatici che si sono succeduti nei soli ultimi 15 anni. Nel 1992 è stato pubblicato uno studio che riporta “le informazioni desunte da una carota di ghiaccio risalente a 160.000 anni fa che dimostrava che i livelli di anidride carbonica nell'atmosfera terrestre non erano mai stati più alti di quelli che avevamo al momento.” In un’altra edizione dello stesso studio pubblicata nel 2000, sono state pubblicati i risultati di uno studio condotto su una carota glaciale, risalente a 420.000 anni fa, dalla quale si perveniva alle medesime conclusioni. Adesso, dalle pagine di un nuovo studio pubblicato questo anno, è possibile constatare che gli attuali livelli di CO2 sono i più alti mai registrati in ben 650.000 anni! Al pari delle altre prove e documentazioni fornite, questo dato conduce esattamente alla stessa conclusione presentata nel libro di quindici anni fa. Solo che oggi le prove sono molto più schiaccianti.

Al Gore scrive:
“Dal 1992 a oggi quattro prestigiosi organismi scientifici hanno redatto nuovi compendi di studi che riportano un numero sbalorditivo di dati e hanno creato il più forte consenso immaginabile su queste questioni per ammonire i politici che devono prendere le decisioni: Il Panel Intergovernativo sul cambiamento del clima, formato da oltre duemila tra i più illustri esperti del mondo, ha redatto due voluminosi rapporti che giungono alla conclusione che gli esseri umani stanno avendo un forte impatto sul clima terrestre e che le terribili conseguenze di ciò sono percepibili già oggi. Gli scienziati inoltre illustrano nei dettagli le conseguenze infinitamente peggiori che avranno luogo in futuro se non si farà nulla per porre rimedio alla crisi del clima. L'Accademia Nazionale delle Scienze, il sistema aureo della ricerca statunitense, ha pubblicato numerosi studi, tra i quali uno del 2006 che sostiene che "probabilmente" stiamo vivendo il periodo più caldo sulla Terra degli ultimi due millenni. L'Accademia ha fornito consigli all'Amministrazione Bush su questioni chiave relative ai principi fondamentali del sistema climatico. L'U.S. Global Change Research Program ha pubblicato nel 2000 il suo National Assessment, nel quale illustra, per la prima volta, gli impatti regionali che avrà il cambiamento climatico in termini di geografia e di settori cruciali (quali l'agricoltura, la salute degli esseri umani, e le foreste) qui negli Stati Uniti. Nel 2004, è stato pubblicato l'Arctic Climate Impacts Assessment, nel quale si illustra in che modo le temperature artiche siano aumentante a un ritmo quasi doppio rispetto a quelle del resto del mondo, in gran parte perché la neve artica e il ghiaccio che riflettono la luce del Sole si stanno sciogliendo, lasciando dietro di sé terra scura e superfici di oceano, che a loro volta assorbono maggiormente il calore del Sole e riscaldano sempre più la regione. L'Assessment è altresì giunto alla conclusione che la riduzione dei ghiacciai marini diminuirà drasticamente l'habitat marino degli orsi polari, delle foche dei ghiacci e di qualche uccello marino, innescando l'estinzione di alcune specie. Oltre a questi studi principali, sono stati pubblicati altri documenti che come tessere di un mosaico hanno contribuito a formare un quadro più preciso della situazione. Tra questi ricordiamo: Uno studio del 2005 pubblicato su Nature ha stabilito che i livelli crescenti di anidride carbonica riducono i livelli di pH negli oceani, con la conseguenza che l'acqua diventa sempre più acida. Se questo ciclo dovesse continuare, alcuni organismi marini fondamentali quali i coralli e alcuni plankton (che costituiscono il primo anello della catena alimentare oceanica), andranno incontro a problemi nel mantenere e costruire i loro scheletri di carbonato di calcio. I risultati di questo studio indicano che queste condizioni potrebbero svilupparsi entro qualche decennio, e non tra qualche secolo come si è creduto in precedenza. Numerosi studi pubblicati su Science e un articolo pubblicato di recente sia su Nature sia su Geophysical Research Letters conferma l'emergente consenso della comunità climatica sul fatto che il cambiamento del clima sta riscaldando le acque degli oceani, esacerbando di conseguenza l'energia distruttiva degli uragani. Uno studio del luglio 2006 pubblicato su Geophysical Research Letters riferisce che i ghiacciai alpini in Europa potrebbero sparire quasi del tutto entro questo stesso secolo. Infine, dato forse più allarmante di tutti, la Nasa ha registrato alcune immagini dai satelliti dalle quali si può notare che la coltre di ghiaccio della Groenlandia è molto più instabile di quanto si supponesse finora. I ricercatori di Harvard hanno raccolto le prove di terremoti verificatisi nel ghiaccio che hanno fatto registrate scosse tra i 4,0 e i 5,0 gradi della scala Richter. Ciò si somma al collasso di parti di ghiaccio vaste quanto Rhode Island che si sono staccate dalle penisola antartica, dando vita a ulteriori preoccupazioni per la stabilità dello strato di ghiaccio dell'Antartico Occidentale. Se dovessimo destabilizzare e lasciar sciogliere la coltre di ghiaccio alta tremila metri che ricopre la Groenlandia o una parte dell'altrettanto enorme massa di ghiaccio dell'Antartico Occidentale, in entrambi i casi il livello delle acque oceaniche salirebbe in tutto il mondo di oltre sei metri” Queste descrizioni apocalittiche, davvero paurose, sebbene precise dal punto di vista dell’analisi, come spesso accade, mancano però di sintesi. Il problema vero infatti è uno solo: il mancato rispetto del Dharma. Nella cultura Indovedica è ben nota la relazione tra natura e Dharma, tra sconvolgimenti climatici e Dharma. In particolare è noto che gli sconvolgimenti climatici avvengono a seguito di una deliberata infrazione dell’ordine cosmico da parte degli esseri umani. Nello Shrimad Bhagavatam, Primo Canto, Capitolo 14, viene descritto lo stato d’animo del re Yudhisthira in attesa di suo fratello Arjuna, che si era recato a far visita a Krishna, nella città di Dvaraka. A quel tempo Krishna aveva ormai compiuto la Sua Missione sulla terra e, attraverso un lila Divino, aveva lasciato il pianeta. Finché Krishna era rimasto sul pianeta il Dharma veniva seguito in modo rigoroso, e tutto era in armonia. Ma a seguito della Sua “scomparsa” ha inizio ufficialmente l’era di Kali, che porta sventura e una progressiva infrazione del Dharma. L’uomo perde la propria relazione con il Supremo e, agendo in modo egoico, diventa avido di potere materiale, illuso di poter dominare la Natura, e così facendo perde tutte le sue qualità più profonde che lo legano all’ordine universale e come coseguenza a Dio. Ciò è ben rappresentato dalle sensazioni che prova Yudhisthira quando non vede arrivare Arjuna. Maharaja Yudhishthira cominciò ad osservare cattivi e paurosi presagi osservando la Natura (SB I.14.2):
“Egli vide che la direzione del tempo eterno era cambiata, e questo procurava molta paura. Vide irregolarità nello svolgimento naturale delle stagioni. Le persone in generale erano diventate molto avide, sempre in collera e disoneste. Vide che vivevano in maniera incivile.” (SB I.14.3).
In generale, quando l’essere umano è sconnesso dalla relazione d’amore che lo lega al Signore, se ne avvertono i sintomi nello sconvolgimento del flusso regolare delle stagioni, nel dilagare dei mezzi disonesti di vita, nell’avidità e nella collera che diventano predominanti. Il Dharma è l’ordine cosmico che sostiene l’intero universo, ma se viene “calpestato” si manifestano inevitabilmente le coseguenze devastanti. Le corrette ed utili analisi che ci vengono riportate oggi mancano di questo fondamentale dato: l’Uomo non può prescindere da un’aderenza a valori etici elevati, e un atteggiamento egoico nei confronti della vita è la vera causa dei suoi problemi. Prima di cercare cure esteriori materiali, quindi, occorre cercare cure interiori, come spiegato stupendamente da Krishna Stesso nella Bhagavad-Gita. In quel modo anche l’ordine cosmico sarà naturalmente ripristinato.