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martedì 9 novembre 2010

LA RAZIONALITA' SPIRITUALE di Andrea Boni.

Il giorno 06/11/2010, ho avuto la fortuna di assistere ad una lezione molto interessante di Marco Ferrini (Matsya Avatara Dasa) circa il Lila divino della collina Govardhana, in cui Krishna, per proteggere i Suoi cari devoti, e per correggere l'orgoglio di Indra, solleva un'intera collina posandola su un mignolo della Sua mano. Questo episodio è al di fuori di qualsiasi concezione razionale della mente. Mi sono allora chiesto: cosa è veramente razionale? Anche in matematica esistono i numeri reali, i numeri razionali, etc. Su di essi è possibile costruire un'algebra, ovvero una logica di operazioni in cui si stabiliscono delle regole ben precise. In questa logica, per esempio, si può decidere di definire l'operazione “+” tra due numeri: a+b. Se a=1 e b=1 allora si può definire che a+b=2. Il fatto interessante è che non sempre questo tipo di algebra è sufficiente per definire i fenomeni fisici del mondo fenomenico. Ad esempio sono stati definiti i numeri “immaginari” che consentono di modellare il mondo delle frequenze e sono molto utilizzati nell'ambito delle telecomunicazioni. In questo nuovo mondo un numero è composto di due parti, una parte reale ed una immaginaria: z=a+jb; a è la parte reale e b la parte immaginaria. L'indice “j” definisce il passaggio tra la parte reale e la parte immaginaria. Con questi nuovi numeri è necessario definire una nuova algebra in cui le operazioni hanno un senso diverso rispetto a quelle definite sui numeri reali. I soli numeri reali non sono sufficienti per definire i fenomeni inerenti le telecomunicazioni, che possono invece esserlo con questi “nuovi numeri” definiti con una nuova “logica”. Questo “trucco” di definire oggetti nuovi che possono modellare meglio i fenomeni fisici altrimenti inspiegabili è tipico nell'ambito della Scienza. Allora mi chiedo: perché non accettare una razionalità spirituale? Regole che possono definire e spiegare aspetti che la razionalità ordinaria non può spiegare, ma che diventano comprensibili accettando certi assunti di base. Attendo con gioia commenti e riflessioni per stabilire un utile dibattito su questo tema.

martedì 19 ottobre 2010

LA COSCIENZA SI TROVA NEL CERVELLO? a cura di Andrea Boni.

A seguito di un articolo pubblicato su questo blog, consultabile QUI.

Ho ricevuto alcuni commenti molto interessanti e consultabili presso lo stesso link. Fornisco anche qui di seguito la mia risposta in modo tale che possa essere condivisa da un pubblico più ampio, e quindi eventualmente coinvolgere altri interessati a fornire il proprio punto di vista.
Gentilissimo/a Amico/a, prima di tutto grazie per gli argomenti proposti, per l'analisi effettuata e per lo stimolo ad una utile discussione che nel nostro intento è veramente costruttiva quando include una varietà di punti di vista. Come studioso di una Cultura Millenaria, tengo a rimarcare il fatto che la Tradizione da noi divulgata non intende sostituire conoscenze acquisite in secoli di studi occidentali, bensì ritengo che possa fornire una prospettiva che integri i risultati ottenuti ad oggi, fornendo un punto di vista utile alla Scienza moderna, non per negarne i risultati, ma appunto per comprenderli e contestualizzarli in una prospettiva olistica, che tenga di conto non solo dell'aspetto fisico e psichico, ma anche e soprattutto spirituale. Aspetto che purtroppo oggi è decisamente trascurato, sebbene sia essenziale per il benessere globale della persona. Ciò è lo scopo principale del Centro Studi Bhaktivedanta. Questo per dirle che concordo con la maggior parte della sua analisi, tenuto anche conto del fatto che conosco ed apprezzo il lavoro prodotto da Damasio nei suoi importanti anni di ricerca, sebbene ci siano tante altre ricerche che pongono dei dubbi circa parte delle sue teorie (http://www.robertoalmada.it/userfiles/file/Antonio%20Damasio(1).pdf). In lui ho riscontrato diversi punti che possono essere ritrovati nella Psicologia dello Yoga. Per esempio, i marcatori somatici di Damasio vengono definiti “samskara” nella Scienza dello Yoga, le traccie di memoria latenti. Impressioni di azioni passate, che come dei solchi rimangono impressi nella memoria profonda del soggetto, provocando un condizionamento psichico e ovviamente fisico. Lo Yoga, pertanto, non nega le affermazioni da lei citate, ma le contestualizza e le amplia. Ad esempio, il concetto di “mente” occidentale, nello Yoga assume un significato più esteso. Si parla di mente (manas) per esprimere quella facoltà psichica connessa ai cinque sensi, una sorta di raccoglitore di dati provenienti dall'esterno. Si parla poi di intelletto (buddhi), come della facoltà psichica discernente. C'é poi la mente profonda (karmashaya), ciò che qui in occidente è stato scoperto essere l'inconscio, dove risiedono i samskara, le memorie latenti delle esperienze passate che creano le tendenze (vasana) e, di fatto, danno struttura alla nostra personalità. Naturalmente c'è anche l'ego (ahamkara), la visione distorta di sé, la falsa identificazione con corpo e psiche. Questi involucri psichici sono da considerarsi come parte integrante del corpo (sharira), sebbene di natura materiale sottile, di cui la struttura celebrale ne è parte. Le sinapsi sono come un ingranaggio del corpo-macchina, che se sono connesse in un certo modo daranno origine ad una funzionalità-comportamento, se sono connesse in un altro daranno origine ad un'altra funzionalità-comportamento. Proprio come gli ingranaggi di una macchina nei quali fluisce corrente: se connessi in un certo modo l'ingranaggio produrrà calore (una stufa), se connessi in un altro l'ingranaggio produrrà fresco (un frigorifero ad esempio). Mi perdoni il paragone Ingegneristico, ma questo è ciò che può produrre un Ingegnere come me nel tentativo di farle capire che la corrente è sempre la stessa sia che scorra in un frigorifero sia che scorra in una stufa! E' l'ingranaggio opportuno che la fa manifestare (l'effetto) in modalità diversa. Ecco per la coscienza funziona allo stesso modo (con i dovuti cambi di paragone …). Cit è la coscienza pura dell'atman, il sé trascendente, oltre corpo e psiche (si, non ci sono prove “scientifiche” della sua esistenza forse, ma non ci sono neanche prove scientifiche della sua non esistenza … ma d'altra parte la Scienza quante cose del mondo ancora non conosce? La visione empirica è così limitata!). Quando la coscienza pura si trova incapsulata in una matrice materiale, con tutte le sue connessioni e le sue sinapsi, si manifesta a livello condizionato (la corrente che produce freddo o caldo a seconda dei diversi ingranaggi …). La Coscienza pura, spirituale, è l'essenza stessa della vita, l'amore che muove tutto nel creato, l'effetto sintropico che si oppone all'effetto entropico della materia. Scopo della vita è riacquisire questo tesoro che giace proprio dentro di noi, l'individuazione di sé, per dirla alla Jung, il Kaivalya di Patanjali o il Nirvana dei Buddhisti, la scoperta del Corpo di gloria dei Cristiani, ecc.... Si tratta di cercare di vedere un pochino oltre il mero aspetto empirico, che, badi, è utilissimo, ma non è sufficiente per una comprensione più vasta e accurata del fenomeno coscienza.

lunedì 16 agosto 2010

RIFLESSIONI TRA SCIENZA E SPIRITUALITA' - Intervista di ideeforza.com ad Andrea Boni (Parte Seconda).

Qual è il punto d'incontro tra l'intangibile regno del pensiero e della consapevolezza che costituisce la nostra esperienza interna soggettiva e la "zuppa" biochimica dotata di carica elettrica del cervello?
Andrea Boni: Questa è una domanda molto complicata, che la scienza odierna sta cercando di comprendere. Personalmente apprezzo molto il lavoro svolto da Stuart Hameroff. Studiando i lavori di Hameroff, ho trovato in lui una sintesi accettabile dei meccanismi che sottendono al fenomeno della coscienza e della sua manifestazione nel mondo dei nomi e delle forme. In particolare è molto interessante il lavoro che ha svolto insieme al famoso fisico Penrose, sfociato nella teoria “OR” della coscienza di Penrose-Hameroff, che costituisce un buon punto di partenza per spiegare come sia la coscienza a manifestare la realtà del mondo fenomenico in generale, e i nostri pensieri, sentimenti, emozioni, nello specifico. Questi studi sono ancora allo stato embrionale, e sono concentrati sullo studio del neurone e dei microtubuli in particolare, strutture cave simili a cannucce contenute all'interno di ogni cellula nervosa. Questi interessantissimi studi potrebbero essere l'inizio per una sintesi tra Scienza e Spiritualità, per cambiare il paradigma classico-meccanicistico su cui la nostra società ancora si basa, e sviluppare così un nuovo paradigma quantico-spirituale, olistico, in cui ci sia spazio per un'armonizzazione tra fede e scienza, con l'obiettivo di fornire dei presupposti concreti per interpretare il mondo fenomenico come un immenso laboratorio in cui noi ci muoviamo, dove è la nostra coscienza a creare forme, percezioni, emozioni, e tutto ha un significato, nulla accade per caso, bensì qualsiasi esperienza ha un senso se pensata per un fine evolutivo, l'evoluzione della nostra coscienza stessa. Quando ciò avviene, quando la coscienza ritrova la sua condizione di purezza, il mondo non appare più in quella forma, e l'essere può sperimentare la sua propria natura fatta di beatitudine ed eternità:

Janma karma ca me divyam
Evam yo vetti tattvataha
Tyktva deham punar janma
Naiti mam eti so 'rjuna

“Colui che conosce la natura trascendente della Mia apparizione e delle Mie attività [avendo raggiunto la purezza della mente], o Arjuna, non dovrà più nascere in questo mondo materiale quando avrà lasciato il corpo, ma raggiungerà la Mia eterna dimora”.
(Bhagavad Gita IV.9.)

Come si pone l'antica tradizione Indovedica alle attuali problematiche etiche in materia di eutanasia o accanimento terapeutico? Per un soggetto è plausibile poter decidere preventivamente in un testamento biologico le modalità del trattamento del fine vita?
Andrea Boni: Le problematiche legate alla bioetica sono assai numerose e l'opinione pubblica è sempre più coinvolta nella discussione delle tematiche ad essa connesse, anche a causa del bombardamento mediatico cui è sottoposta dai mass-media. Si pensi solo - per fare alcuni esempi - a questi aspetti: clonazione, utilizzo delle cellule staminali, ingegneria genetica, procreazione assistita, sperimentazione clinica dei farmaci, trapianti d'organo nell'uomo, IVG, accanimento terapeutico, eutanasia, problematiche ambientali da compromissione dell'equilibrio biologico, screening generalizzato, etc. I recenti avvenimenti che hanno coinvolto l'opinione pubblica in termini di Bioetica hanno evidenziato la necessità di una profonda riflessione circa la modalità con cui il progresso tecnologico interviene nel modificare il corso naturale degli eventi del vivere umano. Aspetti che sembravano assolutamente naturali non lo sono più a seguito delle innovazioni portate da nuovi ritrovati della tecnica. Si pone quindi il problema di dover affrontare scelte etiche molto delicate che, non potendo essere state codificate in precedenza in termini costituzionali, devono essere rielaborate con sensibilità ed intelligenza. In questo processo la Scienza e la Politica da sole non possono fornire risposte a quesiti di elevato contenuto morale, bensì occorre necessariamente attingere ai principi derivanti da tradizioni in cui lo studio e l'applicazione dei valori etici e morali è stato posto come fondamento del vivere umano. Mentre per l’Occidente la bioetica è una disciplina relativamente recente, nella Tradizione della Cultura antico-indiana da sempre sono state disponibili soluzioni naturali per gestire il rapporto tra creato e creature, per poter affrontare i quesiti posti dai misteri della nascita e della morte, il senso della vita, lo scopo del soffrire e del gioire umano. Tutto questo grazie alla possibilità di attingere ad una scienza completa essenzialmente basata sull’ordine etico universale (dharma), che gestisce sia il micro che il macrocosmo. Nel suo magistero il Divino interviene in tutte le manifestazioni e quindi anche nelle regole degli umani che si attengono ad esso per preservare la loro natura, anch’essa divina. Non è che l’insegnamento dei Veda fornisca risposte puntuali ed esatte a tutte le problematiche che caratterizzano la società moderna circa l’applicazione delle più avanzate scoperte scientifiche e la loro influenza sui trattamenti del corpo umano, sia esso nello stato di embrione o nella manifestazione di un corpo di adulto, anzi, la Cultura Indovedica si rivela pre-veggente, offrendo soprattutto un panorama vasto e completo di insegnamenti e principi che, opportunamente interpretati, consentono di poter affrontare quello che per la società di oggi è un continuo dilemma di opportunità e di problemi. Poiché la bioetica si occupa delle questioni morali che sorgono parallelamente al rapido progredire della ricerca biologica e medica, la sua natura è marcatamente multidisciplinare, potendo annoverare al proprio interno aspetti relativi a varie materie, quali: biologia, medicina, filosofia, diritto, ed altre ancora. Un approccio attento e scrupoloso alla bioetica non può quindi prescindere dal prendere in esame tutte le componenti che provengono da queste aree del sapere umano. La Scienza Vedica è per definizione olistica, ovvero più che multidisciplinare, è quindi esente dalle difficoltà che sorgono nel cercare di armonizzare le tante branche citate, e proprio per questo offre insegnamenti e principi che aiutano nello sviluppo di una coscienza globale del problema, sganciata da identificazioni, condizionamenti o speculazioni che hanno la loro radice nei piani materiali dell'esistenza. L'essere è definito nei suoi tre piani atropologici (bio-psico-spirituali) come una parte del Tutto, e come tale ontologicamente eterno nella parte più profonda della personalità. E' in questo senso una scintilla Divina.

Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanah
Manah-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati

“Gli esseri viventi, in questo mondo materiale, sono miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente.” (Bhagavad Gita XV.7)

Nascita e morte vengono interpretati come momenti di cambiamento e come motivo di nuove possibilità di crescita in quel cammino affascinante che è la vita nel suo insieme. Non esiste un inizio, non esiste una fine, ma un ciclo (samsara) che si sussegue eternamente finché l'essere ottiene l'emancipazione (moksha) dalla natura materiale, anch'essa di natura Divina, ottenendo la piena consapevolezza della sua relazione con l'Essere Supremo.

Na jayate mriyate va kadacin
Nayam bhutva bhavita va na bhuya
Ajo nityah shashvato 'yam purano
Na hanyate hanyamane sharire

“Per l'anima non vi è nascita né morte. La sua esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e non avrà inizio nel futuro. Essa non nata, eterna, sempre esistente e primordiale. Non muore quando il corpo muore.”
(Bhagavad Gita II.20)

La natura materiale viene allora vista come strumento di liberazione, non demonizzata, ma anzi prezioso aiuto per superare i condizionamenti indotti da una falsa identificazione con corpo e psiche.
Daivi hy esha guna-mayi
Mama maya duratyaya
Mam eva ye prapadyante
Mayam etam taranti te

“Questa mia energia divina [la materia], costituita dalle tre influenze della natura materiale, è difficile da superare, ma coloro che si abbandonano a Me ne superano facilmente i confini”.
(Bhagavad Gita VII.14)

Questi sono i principi base, le premesse, che occorre avere ben chiari quando si affrontano i temi delicati che sorgono nella società di oggi in chiave bioetica. Senza di essi qualsiasi discussione sarà affrontata solo superficialmente, e non si potranno avere contribuiti oggettivi, ma solo vaghe speculazioni che saranno interpretate soggettivamente. Detto questo, personalmente sono favorevole all'istituzione di un documento in cui il singolo definisce la sua volontà circa la modalità con cui desidera che venga trattato il suo corpo qualora venisse meno la sua consapevolezza cosciente. Ciò è senza dubbio indice di civiltà, ma come sopra ribadito, una tale decisione può essere pienamente compresa e contestualizzata solo con le premesse citate.

venerdì 30 luglio 2010

RIFLESSIONI TRA SCIENZA E SPIRITUALITA' - Intervista di ideeforza.com ad Andrea Boni (Parte Prima).

La fisica moderna dal 900 in poi è giunta alle stesse conclusioni degli antichi Rishi Vedici di circa 5000 anni fa. Cioè che la realtà non è altro che lo spettro di un mosaico vibrante e illusorio, (Maya) appunto. Secondo lei com'è stato possibile giungere ad una realizzazione così profonda della comprensione della realtà ascoltando soltanto la voce dell'interiorità?Andrea Boni: La voce dell'interiorità dice molto di più di quanto può dire la mera conoscenza ottenuta attraverso i sensi. Questo è uno dei primi insegnamenti dei Rishi Vedici, secondo cui la retta conoscenza (pramana) può essere ottenuta in tre modi distinti: attraverso la percezione sensoriale (pratyaksha), attraverso la deduzione (anumana) e attraverso una realizzazione interiore ottenuta sperimentando livelli di consapevolezza che vanno oltre il piano fenomenico (shabda Brahman). Sebbene tutti e tre corretti, solo l'ultimo permette l'ottenimento di una conoscenza vera, priva di errori. Ciò ha naturalmente a che fare con il livello di coscienza di colui che sperimenta. Il Centro Studi Bhaktivedanta (www.c-s-b.org), da anni opera proprio con l'obiettivo di far comprendere al vasto pubblico dell'Occidente questi importantissimi insegnamenti, i cui principi sono quanto mai attuali ed estremamente utili per potersi orientale in questa società.
Ervin Laszlo, un famoso scienziato dell'est europeo (presidente del club di Budapest e più volte candidato al Nobel - tra l'altro residente in toscana -) sostiene che l'universo è collegato e tutto è in relazione continua tra le parti. Riscopre e prende in prestito dalla cosmologia Indù l'Akasha, un campo invisibile che tutto pervade, il luogo di nascita di tutte le cose. Può aiutarci a rendere più chiaro di cosa si tratta?
Andrea Boni: Posso rispondere a questa domanda citando letteralmente una conversazione che ho avuto con Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta, con il quale ho avuto modo di confrontarmi proprio su questo tema. Per chi è interessato ad approfondire questo argomento può consultare il testo: Coscienza e Origine dell'Universo di Marco Ferrini, pubblicato dal Centro Studi Bhaktivedanta. Il termine Akasha utilizzato da Ervin Laszlo, Il vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci nella sua teoria delle particelle subatomiche, riteniamo possano, in buona parte, corrispondere alle caratteristiche dell’elemento “etere” postulato anche dal famoso studioso Marco Todeschini e all'elemento akasha introdotto millenni or sono dalla filosofia Samkhya. L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:

“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.


Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto). Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna il dottor Corbucci spiega che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:

“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo,
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.

Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.

giovedì 22 luglio 2010

'NEWTON SI E' SBAGLIATO, LA GRAVITA' NON ESISTE' di Andrea Boni.

Leggendo sulle versioni on-line dei più importanti quotidiani mi sono imbattuto in questa notizia che ha riacceso in me passati e non terminati studi e ricerche. La notizia riguarda una disputa scientifica circa la validità o meno della Legge di Gravitazione Universale che è stata enunciata da Newton. E' questo un tema davvero interessante già affrontato da eminenti studiosi anche italiani (si consideri ad esempio tutto il lavoro svolto da Todeschini che senza particolari remore esplicitamente affermava che la legge di gravitazione non esiste), e certamente, sebbene non in maniera diretta, anche dagli “scienziati” della coscienza Indovedici.
Letteralmente dall'articolo di Repubblica leggiamo(1):

“La teoria della gravità è forse la più formidabile legge della fisica, il principio più evidente e universale perché corrisponde a un'esperienza empirica irresistibile. Il bambino ancora non sa parlare e uno dei primi giochi in cui si trastulla dal seggiolone, consiste nel far cadere il cucchiaio della pappa. Lo spettacolo è affascinante nella sua ripetitività. Afferra il cucchiaio, lo solleva, lo lascia cadere, e ogni volta il miracolo si ripete: quell'oggetto viene attratto irresistibilmente a terra, costringendo il paziente genitore a raccoglierlo. Ognuno di noi all'età di 18 mesi è stato Newton senza saperlo. Ebbene, ricrediamoci: la forza di gravità è un'illusione, una beffa cosmica, o un "effetto collaterale" di qualcos'altro che avviene a un livello molto più profondo della realtà". Krishna nella Bhagavad Gita ci dice che tutto emana da Lui (aham sarvasya prabhavo …) e che “tutto su di Lui riposa come perle su un filo”. Dal punto di vista della filosofia del Samkhya, il mondo manifesto di cristallizza a partire dall'etere, il vuoto quanto meccanico, sotto la spinta della coscienza creatrice divina, ed è li a quel livello più profondo di realtà che vanno cercate le cause dei moti dei pianeti e di tutti i fenomeni a noi – più o meno – conosciuti. Questa era peraltro la stessa interpretazione di Todeschini. E poi ancora: “L'abbandono di Newton era già stato anticipato dalla relatività di Albert Einstein ma ora avviene una rottura ancora più radicale. Un celebre fisico matematico olandese-americano, il 48enne Erik Verlinde che ha già legato il suo nome alla "teoria delle stringhe" (la supersimmetria negli universi paralleli), sta agitando il mondo accademico degli Stati Uniti con una serie di conferenze in cui fa a pezzi la teoria della gravità. […]. Andrew Strominger, fisico-matematico di Harvard, è uno dei colleghi di Verlinde che non nasconde la sua ammirazione: "Queste idee stanno ispirando discussioni molto interessanti, vanno dritte al cuore di tutto ciò che non comprendiamo del nostro universo". Verlinde è l'ultimo di una serie di scienziati che da trent'anni a questa parte stanno smantellando pezzo dopo pezzo la teoria della gravità. Negli anni Settanta Jacob Bekenstein e Stephen Hawking hanno esplorato i legami tra i buchi neri e la termodinamica. Negli anni Novanta Ted Jacobson ha illustrato i buchi neri come degli ologrammi, le immagini tridimensionali usate per la sicurezza delle nostre carte di credito: tutto ciò che è stato "inghiottito" ed è sparito dentro i buchi neri dell'universo, è presente come un'informazione stampata nell'ologramma, sulla superficie esterna. Juan Maldacena dell'"Institute for Advanced Study" ha costruito un modello matematico dell'universo espresso come un barattolo di minestra in conserva. Tutto ciò che accade dentro il barattolo, inclusa quella che chiamiamo la gravità, è sintetizzato nell'etichetta incollata all'esterno: fuori invece la gravità non esiste. 

 Pensate all'universo come una scatola dello scrabble (lo scarabeo, ndr), il gioco in cui si compongono parole con le lettere dell'alfabeto. Se agitate la scatola e sparpagliate le lettere a caso, c'è una sola possibile combinazione che può darvi una poesia del Leopardi. Una quantità pressoché infinita di combinazioni non hanno alcun significato. Più scuotete la scatola delle lettere più è probabile che il disordine aumenti via via che le lettere si combinano per ordine di probabilità. Questo è il nuovo modo di vedere la forza di gravità, come una forma di entropia. O un "effetto collaterale della propensione naturale verso il disordine". Questa è l'interpretazione degli Scienziati moderni. In realtà, le leggi che governano il nostro Universo sono ben altro che un mero risultato del caso. Anzi, come Dante stesso cita è “l'Amore che move il sole e l'altre stelle”. Certamente se ci concentriamo solo su ciò che i nostri sensi possono percepire e/o misurare i risultati che riusciremo ad ottenere ne saranno una diretta conseguenza che porterà ad inevitabili risultati parziali. Newton aveva avuto sicuramente una grande intuizione, ma ciò che ha delineato altro non è che un modello della realtà che in talune circostanze funziona, in altre no. Così è in generale per tutte le leggi. Noi possiamo solo rappresentare la realtà fenomenica con dei modelli rappresentativi, ma potremo entrare nella sua più profonda essenza e forma (svarupa) solo accedendo a livelli di consapevolezza e coscienza più elevati, come ci spiegano lo Yoga e la Bhagavad Gita:

Aham sarvasya prabhavo
Mattah sarvam pravartate
Iti matva bhajante mam
Budha bhava-samanvitah

“Sono la fonte di tutti i mondi, spirituali e materiali. Tutto emana da Me. I saggi [che accedono a livelli di coscienza elevati] conoscono questa verità, Mi servono con devozione e Mi adorano con tutto il loro cuore.”

(1) LA Repubblica, 15 Luglio 2010.

mercoledì 20 gennaio 2010

L'ORDINE IMPLICITO (IL DHARMA) NEL 'GRANDE [POEMA DEI] BHARATA'.
'La Provvidenza afferma che in questo mondo solo il Dharma è supremo
e quando il Dharma viene sostenuto diffonde la pace'.
(Mahabharata II.60.1374).

Di Marco Ferrini.

La sacralità del Mahabharata viene enunciata per l’intero corso dell’opera, non solo in virtù del formidabile messaggio spirituale di cui è portatore (cfr. Bhagavata Purana I.4.25), ma anche in quanto caratterizzato dalla discesa (avatara) di Dio nel mondo “per la protezione dei buoni, la distruzione degli empi e la preservazione del Dharma”. Il Dharma rappresenta probabilmente il principale insegnamento del Mahabharata; esso è infatti la costante, l’idea centrale, il filo rosso che unisce anche quelle narrazioni che sembrano discostarsi dal nucleo della storia e che danno senso al poema nella sua interezza. Il Dharma è quella Forza divina che tutto muove, regola e sostiene, l’Equilibrio universale, la Legge sacra, la Giustizia eterna, l’insieme degli infallibili Princìpi della Religione che regolano la vita etica, morale, politica, sociale e familiare di ciascun essere. La parola sanscrita Dharma va dunque oltre il normale concetto di legge. Se talvolta è possibile trovarci di fronte ad una legge ingiusta, non si potrà mai imbatterci in forme ingiuste di Dharma in quanto il Dharma è Legge divina, al contempo causa ed effetto dei sacri Veda. Mentre insegna a re Yudhishthira la scienza politica, il grande saggio Narada afferma infatti che il Dharma è trayi-mula, espressione che può essere interpretata in due modi: A) I tre Veda sono la base del Dharma e B) il Dharma è la base dei tre Veda.


La natura “sottile” del Dharma
.
Il concetto di Dharma pervade la cultura del Mahabharata, e di consegenza tutta la Cultura Indiana, presentandosi sotto svariate forme, non sempre intellegibili. Il Dharma è infatti di origine divina (cfr. Bhagavata Purana, VI.3.19) e, in quanto tale, presuppone sempre l’ulteriorità propria della dimensione metafisica, che va oltre la portata dell’intelletto umano. Quando ad esempio re Drupada non riesce a capire come sia possibile che il Dharma di sua figlia sia sposare tutti e cinque i Pandava, suo figlio Dhrishtadyumna, che condivide i sentimenti del padre, ne conferma la complessità: "Il Dharma è denso di sottigliezze, perciò non possiamo assolutamente comprenderne tutte le dinamiche. Non è possibile stabilire se questo matrimonio è autorizzato dal Dharma o se fa parte dell'Adharma" (Mahabharata I.188.11). Strettamente connesso ai concetti di Karma (azione-reazione), Prakriti (Natura materiale) e Samsara (ciclo di nascite e morti ripetute), il Dharma viene più volte descritto nel corso dell’opera nella propria natura “sottile”, ma in quanto concepito dal Signore per regolare l’azione di chi si trova confinato nella dimensione spazio-temporale, nel “qui” ed “ora” propri della vita incarnata, esso si propone sempre anche in una dimensione concreta, destinata ad essere vissuta e quindi compresa, per quanto possibile, da ogni creatura vivente. Da qui la responsabilità di ciascun uomo nel custodire il Dharma, al fine di recidere definitivamente i nodi del cuore e conseguire lo scopo sommo della vita, che consiste nell’ottenimento della comunione con Dio. Esistono due tipi fondamentali di Dharma, cioè il Dharma che vale per tutti gli uomini e il Dharma peculiare cui ciascun individuo deve attenersi in base al proprio ruolo sociale. La prima forma di Dharma, caratterizzata da generosità, benevolenza, amore verso tutte le creature, va sotto il nome di Sanatana Dharma (Dharma eterno) ed è conosciuta nel Mahabharata come “ottuplice via del Dharma”, costituita di sacrificio (ijya), studio del Veda (adhyayana), carità (dana), ascesi (tapas), veracità (satya), pazienza (kshama), compassione (ghrina) e assenza di cupidigia (alobha). La seconda forma di Dharma, conosciuta come Sva-Dharma (Dharma specifico), si riferisce appunto ai doveri specifici che ogni individuo ha il compito di svolgere in seno al proprio contesto sociale, per cui, ad esempio, le norme che regolano la vita dello spiritualista (brahmana), non potranno essere le stesse cui devono attenersi il principe guerriero (kshatriya), il commerciante (vaishya) o il servitore (shudra). Il Mahabharata afferma che ogni essere umano dovrebbe eseguire i propri doveri senza invadere quelli altrui, nel rispetto delle norme eterne (Sanatana Dharma). Nella Bhagavadgita è spiegato che l'assegnazione dei doveri specifici (Sva-Dharma) avviene sulla base delle tendenze (guna) e delle esperienze (karma) di ciascuna persona. Si può fare l'esempio di una squadra di calcio. Una volta assegnati i ruoli, il successo della squadra dipenderà dall'esecuzione dei doveri specifici da parte di ciascun individuo, che non dovrà assumere il ruolo che spetta ai compagni di squadra. Perciò Krishna afferma ancora nella Bhagavadgita (XVIII. 47-48): “E' meglio compiere il proprio Dharma, anche se in modo imperfetto, che accettare il dovere di un altro e compierlo perfettamente. Eseguendo i doveri prescritti secondo la propria natura non s'incorre mai nel peccato. Ogni impresa è coperta da qualche errore, come il fuoco è coperto dal fumo. Perciò, o figlio di Kunti, nessuno deve abbandonare l'attività propria della sua natura, anche se presenta errori”. Vediamo alcuni esempi tratti direttamente dal grande poema epico. Deposte le armi e abbandonati i doveri regali, re Vasu cominciò a praticare ascesi con l'intenzione di ottenere la potenza necessaria a raggiungere la posizione di Indra, re dell'universo. Allora Indra in persona si recò da Vasu e gli disse di non mischiare i suoi doveri legittimi di sovrano con la funzione governativa di Indra, poiché un imperatore protegge il Dharma verificando che tutti eseguano i loro doveri specifici: "Sovrano della terra, il Dharma dei re non dovrebbe essere confuso. Proteggi il Dharma, poiché quando viene sostenuto, esso sorregge l'universo intero" (Mbh. I.57.5). Similmente Dhritarashtra, esortando il figlio Duryodhana a non invidiare i Pandava e a non bramare la loro legittima posizione, dichiara: "La ricerca esasperata volta ad ottenere la proprietà altrui si rivelerà un atto vano. Prospera colui che è pienamente soddisfatto di quello che possiede e compie il proprio Dharma" (Mbh. II.50.6). Dovremmo rilevare che la correttezza di una particolare azione dipende dal Dharma specifico di colui che la compie. Ne è un esempio la storia di Shakuntala. Il giovane re Dushyanta cerca di convincere l'affascinante fanciulla Shakuntala a sposarsi con lui tramite il matrimonio Gandharva, che consiste in un'unione spontanea dei membri della coppia senza che questi abbiano prima chiesto il consenso dei genitori. La sua richiesta si basa sul fatto che questo tipo di matrimonio può essere preso in considerazione dai membri della classe regale (Kshatriya) e Shakuntala, anche se allevata da un brahmana, il saggio Kanva, di fatto è figlia del guerriero Vishvamitra. Shakuntala accetta la proposta di Dushyanta, ma si sente in grande imbarazzo quando l'amato padre adottivo Kanva ritorna a casa. Però Kanva le dice: "Tu sei di stirpe regale, perciò quel che hai fatto oggi, unendoti con un uomo senza prima esserti consigliata con me, non viola il Dharma. Si dice che per un membro della classe regale il matrimonio Gandharva sia il migliore. [In questo caso] l'unione che avviene in un luogo solitario per il desiderio sia dell'uomo che della donna, senza che questi si consiglino con qualcuno, è autorizzata" (Mbh. I.67.25-26). L'aderenza ai principi del dharma, ed in particolare ai doveri prescritti ad ognuno di noi, pone l'essere in armonia con l'ordine implicito, con quell'armonia che sottende a tutta la manifestazione cosmica. Come conseguenza di questo allineamento riemerge in modo naturale l'armonia già presente in ognuno di noi e che caratterizza la parte più profonda della nostra personalità, la nostra vera essenza. Al contrario, agendo contro il dharma (ovvero compiendo azioni adharma), si genera un'energia che si oppone a questa armonia preesistente, che genera come conseguenza patologie a livello psicologico secondo il principio di azione-reazione che tutti conosciamo a livello fisico, ma che agisce anche su un piano più sottile.

venerdì 8 gennaio 2010

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUATTORDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(La Tredicesima Parte è consultabile QUI)

Il Linguaggio Logico-Razionale e la Descrizione del Piano Assoluto.
L'argomento è alquanto affascinante e ha coinvolto filosofi e pensatori fin dall'antichità. In particolare anche Badarayana dedica un Sutra all'inizio della sua opera per trattare l'argomento. Esistono infatti alcuni testi delle Scritture Sacre che mostrano che l'Assoluto, il Brahman, è ineffabile, al di là di ogni logica empirica e pertanto non è conoscibile e non è esprimibile a parole.





In particolare la Taittirya Upanishad (II.4.12) afferma:

Dal [Brahman] le parole arretrano insieme con il pensiero senza averlo attinto.

Nella Kena Upanishad (I.5) troviamo:

Ciò che non è espresso dalla parola
e che per mezzo della parola è espresso,
quello solo è conosciuto come Brahman;
non ciò che [il volgo] venera come tale.

Sembrerebbe quindi che il piano assoluto, la Realtà nella sua globalità (il Brahman secondo le Upanishad), non è esprimibile a parole. Badarayana afferma:

Sutra I.1.5
Ikshaternashabdam

Ikshateh –perché è visto, Na – non, Ashabdam – inesprimibile.

[Il piano Assoluto, Il Brahman] non è inesprimibile a parole,
poiché i Veda stessi lo insegnano - 5

Commentario Scientifico.
La parola ashabdam utilizzata nel Sutra significa in cui o circa cui la parola non può penetrare o su cui non si può esprimere. Il Brahman non è ashabdam. Al contrario è shabdam, o esprimibile a parole. Perché? Ikshateh, “perché è visto”. Infatti le Upanishad stesse in altri passaggi affermano che al Brahman è assegnata la suggestiva designazione aupanishada; la quale significa che il Brahman è conosciuto attraverso le parole delle Upanishad, ad esempio come citata nella Br.Up. (III.9.26):

Ti chiedo della persona insegnata nelle Upanishad.

Qui l’oggetto della ricerca, la “persona” insegnata dalle Upanishad è chiamata Upanishada, ovvero conosciuta attraverso le Upanishad. Il Brahman, dunque, è esprimibile a parole, infatti troviamo anche il seguente testo della Shruti “Colui che tutti i Veda citano, ecc” (Katha II.15??). E’ anche vero che il Brahman è detto essere ashabdam, ovvero ineffabile, ed è da intedenrsi che non è completamente esprimibile attraverso una logica. Così, come la montagna Meru è detta essere invisibile, nel senso che nessuno la può vedere interamente, ma non significa che è interamente invisibile, allora anche il Brahman è detto essere indescrivibile o inesprimibile, nel senso che non è completamente descrivibile. Se fosse totalmente non conoscibile, allora nella Kena Upanishad non avremmo trovato scritto “conosciLo come essere il Brahman”, perché non è possibile conoscere l’inconoscibile. Inoltre nella frase “da cui la parola torna indietro”, il termine yatah, mostra che la parola non lo raggiunge dopo che lo ha realizzato un poco; la stessa idea è espressa dalla parola aprapya, “che non lo afferra”. Inoltre è scritto che il Brahman rivela se stesso attraverso i Veda. Questa idea non entra in conflitto con la nozione che il Brahman si auto rivela. Infatti in qualche modo i Veda sono il corpo del Brahman. Conseguentemente il Brahman è descrivibile a parole. In questo verso si esprime quanto precedentemente affermato riguardo la valenza del linguaggio logico-razionale. Esso è utile per descrivere una parte della realtà, o meglio, per creare dei modelli rappresentativi di quella che sembra a noi essere la realtà, ma non è sufficiente per descrivere completamente piani di consapevolezza superiori. In questo caso occorre utilizzare un linguaggio diverso con specifiche differenti: il linguaggio interiore, quello della coscienza. Le Scritture Sacre sono una rappresentazione del linguaggio interiore di persone illuminate che hanno “visto” la realtà in modo più completo e che cercano di descriverla. L'uso di differenti linguaggi è tipico anche del mondo dell'informatica. Infatti non esiste un linguaggio di programmazione degli elaboratori che vada bene per qualsiasi applicazione. Potremo usare un linguaggio specifico per progettare l'hardware al livello più basso (il linguaggio VHDL o il VERILOG), un linguaggio per applicazioni generiche, (il linguaggio c o il linguaggio c++), uno per gestire flussi informativi e database (ad esempio l'SQL), ed un altro ancora per progettare applicazioni specifiche multimediali (ad esempio per l'oggi tanto diffuso iphone, come i linguaggi java o object-c e tanti altri ancora). Per ogni contesto occorre utilizzare uno specifico linguaggio. Allo stesso modo Il linguaggio logico-razionale non può spiegare tutto. E' sicuramente utile, ma solo in certi contesti e assolutamente inefficace in altri. Può aiutare a descrivere qualcosa della realtà nel suo insieme, ma non tutto. Ecco quindi l'importanza delle Scritture Sacre (autorevoli). Esse aiutano a descrivere modelli che altrimenti non possono essere espressi. Chiaramente non possono tuttavia descrivere totalmente il piano assoluto.

mercoledì 16 dicembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE TREDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.


(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(La Dodicesima Parte è consultabile QUI)

Il Pensiero degli Scienziati circa la presenza di Dio.


Krishna dice nella Bhagavad gita:

Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham

“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.

E da Quella fonte che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale che caratterizza il metodo scientifico. Nel caso dell'approccio empirico alla conoscenza la rappresentazione della realtà viene fornita attraverso la formulazione di modelli che in qualche modo cercano definire la struttura della materia in un determinato contesto. Si pensi al caso della Fisica classica. La formulazione teorica è stata dimostrata essere vera solo in determinati contesti, ma non in altri e per questo sé stato necessario formulare nuovi modelli (come la teoria della relatività di Einstein o la meccanica quantistica). Ma si pensi anche ai vari modelli dell'atomo che si sono succeduti nel corso del tempo. Il modello di Bohr è stato successivamente rimpiazzato dal modello di Schrödinger in quanto insufficiente. Questi modelli sono definiti a causa di una mancata comprensione della vera natura della realtà. L'approccio analogo vedantico è chiamato jnana-yoga o aroha-pantha. Certamente, attraverso questo metodo, per uno scienziato sincero e senza pregiudizi, è possibile arrivare alla conclusione che la materia non è la realtà ultima ma che esiste qualcosa di ulteriore, di trascendente, che nella cultura vedantica è rappresentato con la forma impersonale di Dio. Ad esempio Heisenberg disse:

“Certamente come scienziati compiamo errori nelle nostre teorie scientifiche, e ci vorrà ancora del tempo prima che questi errori saranno trovati e corretti. Ma possiamo essere sicuri che ci sarà una decisione finale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Tale decisione non dipenderà dalla credenza del singolo, dalla sua razza o dall'origine dello scienziato, ma sarà presa da una potenza superiore e sarà applicata agli esseri di ogni tempo … Esiste una coscienza superiore, non influenzata dai nostri desideri, che in ultima analisi decide e giudica.”

Mentre Max Born affermò:

“Ho visto in esso (l'atomo) la chiave dei segreti più profondi della natura, e mi ha rivelato la grandezza della creazione e del Creatore”

Anche Einstein percepiva la presenza di un'armonia globale:

“Io credo nel Dio di Spinoza che si rivela nella ordinaria armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa del fato e delle azioni degli esseri umani.”

E ancora:

“Una volta in risposta alla domanda: «Lei crede nel Dio di Spinoza?», Einstein rispose così: «Non posso rispondere con un semplice sì o no. Io non sono ateo e non penso di potermi chiamare panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino piccolo che entra in una vasta biblioteca riempita di libri scritti in molte lingue diverse. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri. Egli non conosce come. Il bambino sospetta che debba esserci un ordine misterioso nella sistemazione di quei libri, ma non conosce quale sia. Questo mi sembra essere il comportamento dell'essere umano più intelligente nei confronti di Dio. Noi vediamo un universo meravigliosamente ordinato che rispetta leggi precise, che possiamo però comprendere solo in modo oscuro. I nostri limitati pensieri non possono afferrare la forza misteriosa che muove le costellazioni. Mi affascina il panteismo di Spinoza, ma ammiro ben di più il suo contributo al pensiero moderno, perché egli è il primo filosofo che tratta il corpo e l'anima come un'unità e non come due cose separate (Brian, Einstein a life, 1996, p. 127).”

“Chiunque sia seriamente impegnato nello studio delle sottili leggi che regolano l'universo si convince che uno spirito è manifesto in esse, uno spirito vastamente superiore a quello dell'uomo (The Expanded Quotable Universe, ed. Alice Calaprice, 2000, originariamente citato in una lettera ad uno studente che chiedeva ad Einstein se uno scienziato prega – Einstein Archive)”

Nel complesso, quindi, Einstein credeva in un Dio impersonale presente nella natura (pur senza identificarsi con essa) in modo misterioso. Fu accusato anche per questo di ateismo dal vescovo di Boston O'Connell e ne soffrì molto. Einstein non ha avuto la possibilità di studiare teologia o spiritualità, tuttavia, proprio grazie alla sua intelligenza acuta, ha potuto comprendere l'esistenza di uno spirito che penetra e sostiene l'universo, e ne regola quindi le geometrie e le leggi perfette (il dharma), e soprattutto ha compreso benissimo che ci sono tante cose nell'universo che non possono essere afferrate sul piano logico-razionale. La nostra intelligenza, non può da sola afferrare l'aspetto profondo del Divino e la sua più intima natura.

Questi sono giusto alcuni esempi di molti che se ne potrebbero fare di come attraverso lo studio analitico del funzionamento della natura materiale e delle sue leggi sia possibile percepire una ulteriorità, una forma di intelligenza che regola tutto il creato, ma anche come tale conclusione comunque sia parziale ed incompleta. Nella Bhagavad Gita Krishna spiega che al fine di conoscere la vera natura della realtà oltre il piano fenomenico tutti gli approcci che non includano la bhakti (il servizio devozionale) sono incompleti e non porteranno mai alla vera conoscenza:

Bhaktya mam abhijanati
Yavan yash casmi tattvatah
Tato mam tattvato jnatva
Vishate tad-anantaram

“Soltanto col servizio devozionale è possibile conoscere Me, il Signore Supremo, così come sono. E quando si diventa pienamente coscienti di Me grazie a questa devozione si può entrare nel regno di Dio”. Bhagavad Gita XVIII.55

In precedenza è stato spiegato che secondo il Vedanta Dio può essere percepito secondo tre differenti modalità: Brahman, Paramatma, Bhagavan. Gli scienziati del livello di Heisenberg e Einstein, dall'alto della loro intelligenza e conoscenza, sono arrivati a percepire il Brahman, che è solo una modalità della realtà trascendente, ma non la definisce completamente. Come spiega Krishna, solo il servizio devozionale (bhakti-yoga) porta a conoscere il trascendente nella Sua forma completa e personale (Bhagavan). Anche Kant nella sua opera “Critica alla ragion pura” ha evidenziato come il ragionamento empirico sia insufficiente per spiegare una realtà trascendente e personale, ma certamente può portare ad intuire la presenza di un'intelligenza superiore, come avvenuto per Einstein e altri eminenti scienziati. Ma per fare il passo decisivo occorre andare oltre e trascendere il piano della ragione integrando la conoscenza che non può arrivare dai sensi limitati (incluse la mente e l'intelligenza), con una conoscenza interiore che porta a realizzare il divino in noi e la stretta relazione di amore che ci lega.

giovedì 10 dicembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE DODICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(L'undicesima Parte è consultabile QUI)


I metodi per ottenere la conoscenza secondo il Vedanta.
L'epistemologia Vedantica indica che l'acquisizione della conoscenza è possibile in tre differenti modi: (1) attraverso la percezione dei sensi (pratyaksha), (2) attraverso l'inferenza (anumana), e (3) attraverso la conoscenza rivelata (shabda). Shrila Jiva Goswami descrive questi metodi nel suo trattato chiamato Tattva sandarbha, in cui, inoltre, esalta lo Shrimad Bhagavatam come l'opera più eccelsa all'interno del panorama Indovedico. Pratyaksha – è la conoscenza ottenuta direttamente attraverso la percezione sensoriale, ovvero attraverso gli occhi, le orecchie, il naso, la pelle e la lingua. La mente è considerata il sesto senso, e quindi anche attraverso essa è possibile acquisire conoscenza. Certamente pratyaksha è un metodo corretto per ottenere la conoscenza (pramana), ma non è un metodo assoluto poiché la percezione sensoriale ha evidenti limiti e pertanto, in quanto tale, non è completa. Tuttavia nella tradizione Vedantica un ricercatore spirituale sincero che persegue una rigorosa disciplina al fine di purificare mente e sensi, quando tale processo raggiunge il culmine, e quindi i sensi materiali hanno subito una trasformazione che li ha portati a diventare spirituali, ha la possibilità, a quel punto, di conoscere la realtà ultima attraverso pratyaksha. Gli spiritualisti avanzati sono quindi in grado di acquisire la conoscenza con questa modalità. Nella Bhagavad Gita Krishna afferma:

Raja-vidya raja-guhyam
Pavitram idam uttamam
Pratyakshavagamam dharmyam
Su-sukham kartum avyayam

“Questo sapere è il re di tutte le scienze, il più segreto dei segreti. E' la conoscenza più pura, e poiché permette di realizzare con percezione diretta la propria vera identità, è la perfezione della religione. Tale conoscenza è eterna e si applica con gioia.” (Bhagavad Gita IX.2)

La conoscenza che consente di accedere ad un piano di comprensione superiore, oltre la materia, è molto confidenziale, pura e la più elevata. Tale conoscenza è ricevuta direttamente (pratyaksha) da colui che si applica sinceramente nell'adorazione del Divino perché ha raggiunto lo stadio di completa purificazione della mente e di tutti i sensi.

Anumana (inferenza) – Significa dedurre qualcosa a partire dall'osservazione di qualcos'altro. Il tipico esempio che viene riportato è quello per il quale viene inferita la presenza del fuoco in un determinato punto dalla sola osservazione del fumo. E' un tipo di conoscenza ulteriore rispetto a quella diretta-sensoriale che nasce dal presupposto di uso della logica. Sia il metodo pratyaksha che il metodo anumana, seppur approcci corretti, hanno comunque dei limiti che sostanzialmente risiedono nel fatto che, come affermato da Shrila Jiva Goswami, la percezione sensoriale è soggetta a quattro limiti. Essi sono:
1) Illusione (bhrama), si pensi ad esempio al miraggio in un deserto;
2) Sono soggetti ad errore (pramada). Il tipico esempio delle scritture è quello di una corda che viene scambiata per un serpente; accade che spesso interpretiamo come vero ciò che i sensi ci fanno percepire e dentro di noi si innescano tutti i meccanismi connessi (si pensi alle scariche di adrenalina nel caso “vedessimo” un serpente quando invece trattasi di una corda!). E così il detto popolare “errare è umano”. A riguardo di ciò è interessante notare che Einstein diceva: “potrebbe essere euristica mente utile tenere a mente cosa uno ha osservato. Ma è sbagliato dedurre una teoria dai soli dati osservati, è la teoria che ci dice cosa noi possiamo osservare”.
3) Campo di ricezione delle informazioni limitato (karanapatava), ovvero i sensi possono percepire solo una porzione molto limitata della realtà, ad esempio l'orecchio umano non può percepire suoni che hanno una frequenza sotto i 20 Hertz (infrasonici) e sopra i 20000 Hertz (ultasonici), e parimenti non è possibile vedere le radiazioni elettromagnetiche nell'ultravioletto o nell'infrarosso.
4) Tendenza ad ingannare (vipralipsa). L'onestà è una qualità dell'essere umano(1) tuttavia qualche volta l'essere è sopraffatto dall'orgoglio, dal falso ego, dall'arroganza, oppure semplicemente la psiche è fortemente condizionata dalle esperienze del passato (samskara) e dagli attributi della natura materiale (i guna). Capita così che una persona tende ad ingannare gli altri al fine di dominare, prevalere, prevaricare, emergere. Secondo il Vedanta un tale atteggiamento è sintomo di una non consapevolezza spirituale.
Shabda (conoscenza rivelata) – nell'approccio vedantico, shabda è il metodo più corretto per ottenere la conoscenza poiché arriva direttamente dalla Verità Assoluta e trascendente.,ed entra così direttamente nel cuore di persone che hanno raggiunto livelli di coscienza particolarmente elevati e tali da sviluppare un livello di sensibilità che trascende il limitato piano sensoriale. Su questo piano c'è la comprensione della Verità Assoluta come la causa di tutte le cause. Se ci pensiamo bene chiunque ed in qualunque campo del sapere umano (della scienza, dell'arte, ecc.) riceve la conoscenza attraverso l'ispirazione di una qualche forma di “guida”. Anche questo tipo di conoscenza può essere interpretata come conoscenza “rivelata”. Quella che riguarda il piano assoluto, trascendente, arriva direttamente dalla Coscienza Suprema, Dio.

Krishna dice nella Bhagavad gita:

Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham

“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.

E da Quella fontei che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale.

(1) Marco Ferrini, Le 26 Qualità del Ricercatore Spirituale, Edizioni CSB.

mercoledì 9 dicembre 2009

SEMINARIO INVERNALE CSB 2009/2010

La Scienza della Meditazione e la Trasformazione Evolutiva della Personalità.
Analisi e commento del Kaivalya Pada.

Imparare l'arte della meditazione per favorire la liberazione dai condizionamenti e lo sviluppo della gioia nella relazione d'amore con Dio, con sé e con gli altri.


Pinarella di Cervia (RA), dal 27 Dicembre 2009 al 3 Gennaio 2010 - Struttura sul lungomare.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI - Segreteria CSB:
Telefono: 0587 733730
Mobile: 320 3264838
FAX: 0587 739898
secretary@c-s-b.org

lunedì 30 novembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE UNDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(La Decima Parte è consultabile QUI)

La Rivelazione ed il metodo Scientifco.

I Sutra 3 e 4 del vedantasutra, affermano:

Sutra I.1.3
Shastrayonitvat

Shastra – la Scrittura, la Rivelazione, le Upanishad, Yonitvat – Perché di essa è la dimostrazione o fonte; la parola yom, letteralmente significa che causa o produce la conoscenza di una cosa.

[l’esistenza del Brahman non può essere dedotta con l’inferenza], perché Egli può essere compreso solo attraverso le scritture - 3


Sutra I.1.4
Tattu-samanvayat

Tat – quello, ossia il fatto che Vishnu è il tema centrale di tutti i Veda, Tu – ma, una parola che rimuove il dubbio, Samanvayat – per concordanza, per corretta discussione ed interpretazione.

[Ma Vishnu è la materia principale di tutti i Veda], perché questa è la corretta interpretazione di tutti i testi – 4

Dal commentario di Baladeva Vidyabushana leggiamo:
La parola “non” deve essere sottointesa in questo Sutra dal quarto Sutra di questo pada. Il Brahman non è l’oggetto dell’inferenza di un ricercatore della Verità. Perché? Perché solo le Scritture, in particolare le Upanishad, sono la fonte della Sua comprensione. Così, il Brahman può essere compreso solo attraverso l’insegnamento delle Upanishad. Se fosse diversamente, la designazione “aupanishada” (il cui significato etimologico è “Egli è conosciuto solo attraverso le Upanishad”), come applicata al Brahman, sarebbe priva di significato. Riguardo l’obiezione secondo cui la parola mantavya significa che l’esistenza del Brahman può essere compresa attraverso il ragionamento, noi chiariamo che il ragionamento può essere usato se applicato allo studio delle Upanishad, per dimostrare l’esistenza di Dio. Così noi troviamo il seguente verso (nel Mahabharata Vanaparva e nel Kurma Purana) “Uha o corretto ragionamento è quello attraverso il quale scopriamo il vero senso di un verso di una scrittura, rimuovendo tutti i conflitti tra ciò che lo precede e ciò che lo segue. Ma una persona dovrebbe prima di tutto abbandonare una sterile discussione.” Oltretutto l’inutilità di una sterile discussione, come supportata da Gautama e altri Rishi Vedici, è mostrata anche nel Sutra II.1:11. Questo mostra che la speculazione, quando applicata al tema della Verità Assoluta, dovrebbe essere abbandonata, perché non basate sulla rivelazione. La conclusione è che il Brahman deve essere compreso solo attraverso lo studio del Vedanta e attraverso la sua meditazione. Ciò è spiegato anche in seguito nel Sutra II.1.27, dove sarà evidenziato che la migliore dimostrazione dell’esistenza del Brahman, libero da tutti gli oggetti, è la rivelazione. Ciò prova inoltre che Dio, Hari ha la forma del Sé, che è il testimone di tutte le esistenze e di tutte le anime, che possiede ogni attributo che formano la sua natura essenziale, che è immutabile, il creatore dell’universo, e che dovrebbe essere adorato in questo modo.

In questi Sutra Badarayana ricorda un concetto molto importante secondo il quale le scritture sono un mezzo fondamentale per la comprensione dell’Essere Supremo, che tuttavia non può avvenire senza la pura devozione. Il processo di conoscenza, allora, non passa attraverso la pura logica, ma la trascende. Le Scritture rivelate, quindi, sono l'autorità suprema, in tema di Realtà Assoluta proprio come solo le parole della madre possono dare indicazioni precise e autorevoli circa la vera identità del padre. Certamente una affermazione di questo tipo non intende sminuire la validità dell'approccio basato sulla logica empirica e sull'evidenza sperimentale, che sono sicuramente utili nell'ambito del metodo scientifico. I grandi risultati della nostra era sono infatti basati proprio sul metodo scientifico, che tante innovazioni ha portato (si pensi ad esempio all'avvento del transistor che ha consentito una rivoluzione elettronica attraverso la distribuzione pervasiva di componenti che aiutano la vita di tutti i giorni. Ma si pensi anche all'avvento della tecnologia Internet, e a tutti i benefici che giornalmente usufruiamo ….). Quello che qui si vuole portare all'attenzione è che tuttavia tale approccio ha oggettivi limiti nel momento in cui si vuole investigare la realtà che è oltre il piano sensoriale e materiale. E' un po' come quando si vuole investigare la natura della materia a livello subatomico. Per fare ciò non sono sufficienti “usuali strumenti” quali il microscopio o altro. Occorrono altresì strumenti più potenti ed energie altissime (si pensi ad esempio al complesso acceleratore sub-atomico del CERN di Ginevra utilizzato per creare urti subatomici per scoprire nuove particelle). Il metodo scientifico non è quindi il metodo più idoneo per investigare l'esistenza di Dio. Ciò è principalmente dovuto al fatto che i nostri sensi sono limitati, per cui la conoscenza scientifica che deriva da ciò che il nostro intelletto elabora dalla percezione dei sensi è oggettivamente incompleto. La Scienza spiega ciò che può essere osservato e deduce delle leggi sulla base di poche verità che sono considerate fondamentali. Esse sono un po' come gli assiomi in matematica. Gli assiomi sono frasi che sono considerate vere e che non necessitano di dimostrazioni in quanto risultano “autoevidenti”. Sulla base di tali assiomi, vengono poi dedotte delle leggi (teoremi) attraverso l'inferenza e l'osservazione. Gli assiomi sono quindi come dei punti di partenza per costruire un sistema di conoscenza e spiegare i vari fenomeni osservati. Questo è il metodo scientifico. La rivelazione (Shruti), l'evidenza shastrica, invece, riporta una conoscenza intuitiva, interiore, derivante da un darshana, una visione mistica acquisita accedendo a piani di consapevolezza superiori risultato di livelli di coscienza superiori, e quindi, in quanto tale, oggettiva. Perché non considerare come “autoevidenti” taluni risultati base derivanti da ciò? Il Vedanta lo fa, e definisce alcuni importanti assiomi teistici derivanti da questa osservazione interiore, la Scienza no, questa è la differenza.

Questo metodo di conoscenza è anche noto come avaroha-pantha, o approccio discendente (top-down). Il Vedanta riconsoce anche un altro metodo definito invece ascendente (aroha-pantha, o metodo bottom-up), che sostanzialmente coincide con il metodo jnana-marga, l'approccio speculativo alla conoscenza. Il Vedanta afferma che il metodo aroha-pantha è inferiore in quanto più difficile e tedioso rispetto al metodo avaroha-pantha, in particolare quando riferito alla più profonda conoscenza di Dio.

Nella Bhagavad Gita (4.2), Krishna afferma:

Evam parampara-praptam
Imam rajarshayo viduh
Sa kaleneha mahata
Yogo nashtah parantapa

“Questa Scienza Suprema fu così trasmessa in successione da maestro a discepolo, e i re santi la ricevettero in questo modo; nel corso del tempo, tuttavia, la catena di maestri si è interrotta e questa scienza così com'è sembra ora perduta”

La successione discepolare è caratteristica del metodo top-down, perché arriva direttamente dal Signore, il primo anello della catena parampara e via via si trasmette poi da Maestro a Discepolo. Invece, in altri contesti si è molto diffuso l'approccio bottom-up. Si pensi ad esempio agli insegnamenti di Platone, Cartesio, Kant, Darwin, per citarne alcuni, i quali non provenivano da una vera e autentica catena Maestro-Discepolo avente Dio stesso come adi Guru, il Supremo Guru originario, bensì fornivano insegnamenti secondo loro speculazioni e ricerche (e talvolta, perché no, intuizioni), ma non hanno mai seguito delle Scritture autentiche. Infatti, anche per questo motivo, molti ricercatori ancora dubitano circa la validità dei concetti da loro riportati (si consideri ad esempio la teoria evoluzionistica di Darwin, messa in contraddizione dai sostenitori della teoria creazionista). Secondo il Vedanta questo tipo di conoscenza non può essere considerata autorevole in quanto non perfetta non avendo il sostegno di Scritture rivelate e autentiche.

lunedì 16 novembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE NONA).
A cura di Andrea Boni.

(L'Ottava Parte è consultabile QUI)

La visione Vedantica circa l'origine dell'Universo
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Secondo il Vedanta, quindi, la creazione, il mantenimento e la dissoluzione dell'Universo sono gestite sotto la supervisione della Coscienza Suprema, Dio, Shri Krishna. Si potrebbe pensare che accettando Dio come la fonte della creazione dell'Universo, qualsiasi speculazione scientifica o qualsiasi nuova teoria scientifica sarebbe inutile. In realtà secondo il Vedanta la “sfida” scientifica rimane soprattutto nel capire lo scopo che sta dietro alla creazione. Comprendendo ciò è così possibile realizzare il significato e lo scopo della vita umana. Nel Vedanta lo studio della coscienza è alla base di tutto, compreso la creazione e lo scopo della nascita dell'universo. Il Vedanta indica che la Coscienza Suprema, che è appunto Suprema tra tutti gli esseri coscienti, manifesta se stessa nelle Sue varie forme con lo scopo di creare. Le entità viventi, atman, sono eterni e sono Sue espansioni separate differenti e non differenti allo stesso tempo:
Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanaha
Manh-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
“Gli esseri viventi, in questo mondo di condizioni, sono Miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente” (Bhagavad Gita XV.7) L'atman è pertanto qualitativamente uno con il Supremo, tuttavie Egli è conscio di qualsiasi cosa, mentre i songoli frammenti sono cosci solo di se stessi. Un attento studio della cosmologia vedantica fornisce le fondamenta della relazione naturale tra Dio e gli esseri individuali, tra l'uomo e le altre forme di vita, tra l'uomo e l'ambiente. Tali fondamenta costituiscono l'essenza dell'etica globale, e sono necessarie per uno sviluppo coscienziale sostenibile. La manifestazione cosmica nasce da una energia Divina (la materia) che dal Divino è comunque separata, e ciò è possibile per opera del tempo (kala), che è una caratteristica impersonale di Dio stesso. Dio, la Persona Suprema, è la fonte e la causa di tutto (sarva karana karanam). Nella Bhagavad Gita (X.8) Shri Krishna dice ad Arjuna, Suo amico e devoto, “Sono la fonte di tutti i mondi spirituali e materiali. Tutto emana da Me” (aham sarvasya prabhavo). Prima di descrivere i cicli cosmici della creazione, del mantenimento e della dissoluzione dell'universo secondo la prospettiva vedantica, occorre comprendere il modello noto come “Big-Vision”, in contrapposizione al modello noto come “Big Bang”.

(Tratto da un articolo di Bhaktisvarupa Damodara Swami apparso sul numero 2 della rivista Savijnanam del Bhaktivedanta Institute).

venerdì 24 aprile 2009

LA RICERCA DELL'IMMORTALITA':
UNA STORIA DALLA UPANISHAD.

di Marco Ferrini.

Nella Cultura Indovedica il metodo utilizzato per arrivare alla conoscenza, anche di tipo materiale, ha la natura dell’intuizione ed ha dunque qualità di introspezione, ricerca, rigore etico ed intellettuale. Ciò presuppone un atteggiamento da parte del ricercatore, dello ‘scienziato’, tale da permettere l’accesso a livelli di coscienza normalmente preclusi ad una mente ordinaria. Nella Katha Upanishad e nella Taittiriya Brahmana(1) viene narrata l’affascinante storia di Naciketa, una personalità eccezionale. La riteniamo importante e quindi la narriamo principalmente per mostrare un esempio di un ricercatore indefesso, dotato di un’attitudine che è propedeutica a qualsiasi indagine e ascolto, condizione primaria nella teoria vedica della conoscenza. La storia, oltre a delineare un profilo etico ideale, evidenzia un confronto tra personalità appartenenti a differenti piani cosmici (umani e deva), illustra il ruolo mediatico del sacrificio, descrive simbolicamente la fuoriuscita dal corpo e lo stadio intermedio tra due vite, comunemente definito morte.
J. Miller ha individuato il principale insegnamento di questa vicenda nella distinzione netta tra dimensione materiale, per quanto elevata, e realtà spirituale; distinzione rilevante per delineare un quadro completo della cosmogonia vedica:

E’ caratteristico che, nella Katha Upanisad, all'unica domanda la cui risposta sta a cuore a Naciketa, Yama eluda tre volte la risposta e tenti di lusingare l'interrogante con promesse di benessere sensoriale (1.23.5) per mettere alla prova la sua sincerità e la sua perseveranza nella ricerca della verità suprema. Il suo infatti é il più grande inter­rogativo mai formulato dall'anima umana e non concerne la mera sopravvivenza ma verte sul significato della liberazione. […] E’ inoltre caratteristico che Yama risponda alla domanda di Naciketa soltanto dopo aver accertato che non si farà illudere dalle effimere glorie del mondo di maya. I paradisi dell'umanità non sono la realtà ultima dei cercatori di verità, realtà contem­plata dai saggi di tutte le epoche, compresa l'età vedica. Quella verità si trova ad un livello trascendente cui i rishi avevano accesso, ma che la mente comune o la persona media, con tutte le sue passioni, é incapace di toccare e tanto meno di penetrare […](2).

Uddalaka, o Vajashrava, era un brahmano che aderiva al sistema ritualistico dei Veda denominato Karma-kanda, che permette di ottenere, attraverso una perfetta esecuzione della cerimonia del fuoco, molteplici benefici d’ordine mondano, assecondanti il proprio desiderio: figli geniali, una o un consorte affascinante, potere e sovranità, salute e bellezza, ricchezza e successo, cultura e sapere. Una volta decise di impegnarsi nella celebrazione di un grande sacrificio vedico che, fra gli innumerevoli tipi di sacrifici che la religiosità del Karma-kanda descriveva, era alquanto singolare, perchè prevedeva che il sacrificante sacrificasse tutto ciò che gli apparteneva. Il brahmano allora si accinse a radunare legname, capretti ed ingredienti da offrire in sacrificio ai diversi deva, oltre ad assumere altri sacerdoti esperti nella celebrazione dei sacrifici, specializzati ciascuno in un Veda particolare: chi negli inni del Rigveda, chi nelle melodie del Samaveda, chi nelle formule dello Yajurveda e chi infine nelle formule dell’Atharvaveda. Una volta radunato tutto ciò che gli occorreva e trovati gli altri sacerdoti esperti nella scienza del sacrificio, cominciò ad allestire l’arena deputata alla celebrazione del grande sacrificio. Dopodiché il sacrificio ebbe inizio.

Om Indraya namah
Om Varunaya namah
Om Candraya namah
Om Suryaya namah
Svah Svah Svah…(3)

Il brahmano era intento alla recitazione degli inni sanscriti e all’offerta degli ingredienti nel fuoco sacro. Il cortile della sua dimora era affollato di ritvik, sacerdoti ai quali, secondo il cerimoniale vedico, chi sacrificava doveva elargire una gran quantità di offerte perché, con la loro presenza, rendevano possibile il sacrificio. Il figlio di questo brahmano, che stava compiendo l'offerta sacrificale recitando i mantra, si chiamava Naciketa; un bimbo di soli nove anni. Si narra che Uddalaka non fosse veramente intenzionato a sacrificare proprio tutto ciò che possedeva, forse per l’attaccamento, non ancora completamente superato, ad alcuni oggetti. Forse fu una svista, ma l'impressione suscitata in Naciketa fu di preoccupazione: vedeva suo padre immerso nel compimento di un sacrificio che prevedeva l’offerta di tutto ciò che possedeva, ma gli parve che in realtà non stesse offrendo proprio tutto. Il suo sguardo si soffermò sulle mucche, che gli sembrarono alquanto smunte e vecchie. “Hanno bevuto acqua ed ingoiato erba”, pensò Naciketa, “Ma non sono più in grado di digerire. Sacrificando questo tipo di animali, che cosa se ne può ottenere in cambio?”. Allora fu assalito dal dubbio che gli ingredienti, i costituenti del sacrificio, non fossero della qualità richiesta da quel particolare tipo di cerimonia del fuoco; perciò si recò direttamente sul luogo dove stava fiammeggiando il fuoco sacro, lui che era previsto rimanesse sulla veranda di casa, guardando da distante quanto avveniva nell'assemblea dei brahmani. In qualche modo invece s’avvicinò all’area in cui si stava svolgendo il grande sacrificio e senza preamboli domandò al padre: “Padre, a quale deva verrò offerto in sacrificio?”. Suo padre non disse parola, ma Naciketa, determinato, insisté: “A chi verrò sacrificato?”. Il padre lo ignorò, ma Naciketa, per la terza volta, domandò: “Padre, a chi verrò offerto?”. Allora il padre, adirato, rispose: “A Yama”. Cadde un silenzio assoluto. Yama è un nome che incute un timore glaciale in India o tra coloro che conoscono la Tradizione; è un nome che non si pronuncia quasi mai, se non durante la celebrazione di riti sacrificali o in circostanze come quella qui descritta, in cui la conoscenza dev’essere trasmessa da una persona all'altra. Il nome di Yama non va mai proferito per uno scopo futile, non sacro. Yama è il deva della morte; è la morte. Naciketa, riflettendo, si rammaricò di aver irritato il padre, il quale sicuramente, pensava il bambino, non aveva detto ciò che veramente desiderava, ma ormai l’aveva detto. Naciketa sapeva bene chi fosse Yama, perché era nato in una famiglia nella quale era stato educato alla cultura brahmanica, quindi era arya per nascita; e qui, si badi bene, non intendiamo la nascita in quanto fatto meramente biologico ma come evento da leggersi ed interpretarsi entro l’ottica del samsara. In quella famiglia, con ogni probabilità, erano stati celebrati tutti i riti necessari per avere un figlio di tale qualità. Il padre era un sacerdote, un brahmano, ed il nonno era anch’egli famosissimo per avere elargito cibo consacrato in moltissime occasioni. Naciketa, d’animo nobile ed elevato, volse i suoi pensieri alle parole pronunciate dal padre, un brahmano, nell’arena del sacrificio, di fronte al fuoco sacro, di fronte ad Agni: “Va’ da Yama, ti offro a Yama”. Naciketa considerò con grande serietà ciò che suo padre aveva detto. Conscio che suo padre era una persona dharmya, ossia ligio alla Tradizione e alle norme religiose e pienamente consapevole della sfera del sacro, sapeva anche che, l'avesse fatto per scherzo o seriamente, ormai l'aveva offerto a Yama. Per la potenza della formula sacrificale recitata, il bambino si trovò ipso facto sulla soglia della dimora di Yamaraja, gli inferi; ma Yama non c'era. Pur trovandosi sulla soglia del mondo dei dipartiti, la mente di Naciketa era così addestrata alla riflessone, all'analisi, alla meditazione, che egli continuò a seguire il filo dei propri pensieri, domandandosi: “Quali piani terrà in serbo per me Yama? In qual modo diverrò strumento dei suoi progetti? Son io un pessimo discepolo? No. Sono della migliore qualità? Neppure”. Esistono tre categorie di discepoli e di figli, e in questo caso i termini discepolo e figlio sono molto simili. Un discepolo o un figlio di prima qualità conosce il volere del guru o del padre, senza che questi lo debba manifestare; se è di seconda qualità non percepisce il desiderio del guru o del padre ma, quando gli chiedono qualcosa, il discepolo è pronto a soddisfarne le richieste; quando però il guru o il padre, danno un istruzione e il discepolo non la esegue, viene considerato di terza qualità, quasi non più discepolo, quasi non più figlio. In alcuni shastra infatti, il discepolo o figlio di terza categoria, viene paragonato ad un escremento che, pur generato per mezzo dell’organo con il quale si generano i figli, ne è uscito come un escremento anziché come un figlio o un discepolo. Consapevole di ciò, Naciketa si interrogò: “Son io di terza qualità? Forse prima non ho capito ciò che mio padre voleva, ma quando mi ha detto: “Va’ da Yama, ti offro a Yama”, ho ben capito e ora mi trovo qui”. Allora entrò in uno stato d’animo piuttosto sereno, considerando anche che era arrivato alla dimora dei dipartiti dopo molti altri che lo avevano preceduto e prima di molti altri che vi sarebbero giunti solo dopo di lui. Immaginò allora di essere di qualità media, sia come figlio che come discepolo. Nel caso suo infatti il padre non era solo il suo padre biologico ma anche il guru (il padre spirituale) perché, come avveniva e avviene ancor oggi, negli antichi gotra brahmanici spesso è il padre ad iniziare il figlio alla scienza sacra. Riflettendo e meditando sul significato della vita e della morte, passarono tre giorni. E per tre giorni Naciketa non vide nessuno. Rimaneva sempre sulla soglia della dimora di Yama, ma costui non c’era. Per ragioni che sicuramente trascendono le nostre capacità di comprensione, per tre giorni Yamaraja rimase assente. La sua dimora era vuota. C'erano la moglie, i servitori, i ministri del regno e altre centinaia di migliaia di persone, ma di Yama non v’era la benché minima traccia. Naciketa, anziché venire ricevuto in maniera adeguata, fu trascurato: non gli furono offerti né cibo, nè bevande, né un giaciglio sul quale riposare. Dal cielo si udì allora una voce che ammonì Yama: “Yama, c’è un brahmano sulla soglia della tua dimora e tu non ti sei ancora preso cura di lui. Sai cosa spetta a chi, ricevendo un ospite di tanto riguardo, lo trascura?”. L’ospite è considerato Narayana, Dio: Ittiti-Brahmana Narayana. All'ospite bramano o al viandante va offerta subito dell'acqua perché si disseti e faccia le abluzioni. Questo è il primo principio d'ospitalità, nella tradizione del dharma, considerata una delle prime qualità di una persona evoluta. Bisogna offrire ospitalità con qualità perchè l’accoglienza di un saggio o di un altro ospite può rivelarsi un'arma a doppio taglio: se l’ospite viene ben curato, ben trattato e riverito, ciò apre la strada della liberazione; se invece viene mal trattato, trascurato o addirittura offeso, ciò diventa distruttivo come il fuoco. Nel sacrificio vedico il fuoco può aprire la via ai mondi delle delizie, può generare la felicità terrestre e celeste ma, per disattenzione, può bruciare anche la casa del brahmano. A questo punto Yama immediatamente apparve di fronte a Naciketa, con aria di scusa, desideroso di espiare la colpa di avere disatteso per tre giorni e tre notti Naciketa che, nonostante di soli nove anni, era stato preannunciato da una voce incorporea come saggio brahmano. Yama pensò che Naciketa fosse stato trascurato per disposizione divina, perchè Yama non trascura nessuno, neanche i criminali, dei quali si prende cura con equanimità. Yama infatti viene detto anche Dharmaraja, re del Dharma, Signore del Dharma o personificazione del Dharma e della morte. Nella Tradizione vedico-vaisnava, la morte è infatti vista come giustizia personificata. E poichè il termine Dharma traduce anche i concetti di giustizia e di religiosità, Yama non è solo la morte ma anche la giustizia e la religiosità personificate, oltre ad essere uno dei dodici grandi saggi, i mahajana. Ma proprio in qualità di Supremo giudice, cioè di colui che conosce il Dharma meglio di chiunque altro nel mondo materiale, sentì di aver commesso una grave offesa verso il bambino-bramano. Per questo gli offrì tre doni: “Mi dispiace che tu sia stato trascurato per tanti giorni. La colpa è mia e vorrei poterla espiare: permettimi di offrirti tre doni, che sarai tu stesso a scegliere”. Accettate le scuse e l’offerta di Yama, Naciketa come primo dono chiese: “Concedimi di ritornare a casa, ma a condizione che mio padre mi conceda il perdono e che nutra per me profondo affetto, e a condizione che non si spaventi quando mi vedrà tornare”. I dipartiti di solito tornano nei luoghi in cui ebbero vissuto nella loro vita mortale, ma in una forma spettrale, che terrorizza parenti e amici, anzichè soddisfarli e renderli felici; perciò la prima assicurazione che il bambino saggio chiese fu che il padre non si spaventasse, ma che, al contrario, l'accogliesse con cuore aperto, con affetto. “E sia” disse Yamaraja “farai ritorno alla dimora di tuo padre.” Yamaraja si convinse di poter ripagare presto il proprio debito, preservando la sua fama di “senza macchia” con questi tre doni, con i quali mondava l'errore commesso disattendendo un ospite. Concesse dunque la prima grazia con grande piacere. Era soddisfatto di sdebitarsi, perchè effettivamente aveva mancato di rispetto avendo tenuto sulla soglia di casa questo illustre ospite, fra l'altro offerto in sacrificio. Naciketa infatti non era giunto nella dimora di Yama per il karma di sue attività colpevoli ma in quanto “oggetto consacrato”, quindi spinto dalla forza scaturita dal sacrificio (yajña) eseguito dal padre e dagli altri sacerdoti. Yama fu molto soddisfatto di corrispondere questo dono al bambino brahmano, e disse: “Bene, ora il secondo dono, il primo ti è già stato concesso. Tuo padre sarà felice, ti abbraccerà, dormirà sonni tranquilli; sarà soddisfatto di rivederti, ti accetterà con grandissimo affetto e sarà completamente in pace con te. Avanti, procedi con il secondo dono, chiedimi”. Naciketa allora cautamente cominciò a dire: “Io so che esistono dei mondi nei quali la vita è estremamente piacevole, nei quali delle cinque fasi dell'esistenza incarnata: nascita, fanciullezza, gioventù, vecchiaia e morte, non si conoscono nè la vecchiaia nè la morte. Io so che tu non hai il potere di estendere il tuo dominio su quei mondi”. E mentre poneva la domanda, mentre descriveva le caratteristiche del dono che avrebbe desiderato ricevere, poneva anche particolare attenzione alle impressioni che suscitava, parola dopo parola, nell’animo di Yama. “E so anche che i brahmani raggiungono quei mondi attraverso il compimento di un particolare sacrificio: la cerimonia del fuoco sacro. Io ti chiedo di rivelarmi il segreto, l'arcano, il mistero di questa cerimonia del fuoco, di questo atto sacrificale che libera dal tuo dominio”. Yama, dopo qualche istante di riflessione, rispose sorprendentemente che anche lui, nel passato, per ottenere la propria posizione di amministratore della giustizia aveva usufruito degli effetti della cerimonia del fuoco sacrificale. Dopodichè proseguì: “Bene, ti inizierò alla dottrina segreta dei tre fuochi(4), i quali sono tre sacrifici che, eseguiti uno dopo l'altro, ti permetteranno di trasferirti sui pianeti celesti”. Dopo che Naciketa fu convenientemente ammaestrato, Yama aggiunse: “Ti concedo un ulteriore dono: poichè questi tre fuochi li sto consegnando a te per primo in questo ciclo di umanità, d’ora innanzi si chiameranno Trinaciketa.”Tutt'oggi in numerose opere della Tradizione (Smrti) e della Rivelazione (Shruti) ritroviamo questo triplice sacrificio del fuoco chiamato Trinaciketa. Si fa risalire la denominazione di questo atto sacrificale a quanto accaduto fra Yama e Naciketa, di cui stiamo narrando(5).
In realtà Yama sapeva bene che i deva, abitanti dei pianeti celesti, non sono veramente immortali e, come dedurremo dal terzo dono richiesto, anche Naciketa lo sapeva. Benchè fosse consapevole che col primo e col secondo dono non avrebbe ottenuto l'immortalità, aveva chiesto di tornare sulla Terra, un pianeta mediano, e di lì salire sul piano più elevato del sistema planetario, sui pianeti Svarga. Nella Katha Upanishad è testualmente ed esplicitamente affermato che il tipo di amrita (immortalità) concessa a Naciketa col secondo dono in realtà non equivale all'amrita della liberazione vera e propria, pur essendo una vita estremamente lunga, in cui le morti e le rinascite non si susseguono al ritmo incalzante di quelle umane ma coprono iati di tempo straordinariamente lunghi, tali da apparire come immortali anche a coloro che vivono cicli lunghissimi di vita. Infatti, non essendoci malattie e morte, si potrebbe azzardare: “Perchè non diciamo che i deva sono immortali? Se abbiamo detto che sui pianeti Svarga esistono soltanto le prime tre fasi dell’esistenza: nascita, fanciullezza e giovinezza, allora perché diciamo che non sono veramente immortali?” E' vero che come deva non muoiono, ma muoiono poi da umani: quando si sono esauriti i punya, i risultati meritori delle loro attività precedenti, questi esseri ricadono infatti di nuovo sui pianeti mediani, terrestri (bhuh), o persino su quelli inferiori; di solito però accade che dai pianeti celesti ricadano sui pianeti mediani come la Terra. Naciketa in realtà stava solo accortamente avvicinandosi alla richiesta del terzo ed ultimo dono. Yama, dal canto suo si sentiva profondamente felice perchè aveva appena concesso il secondo dono con magnanimità ed aveva addirittura aggiunto che lui stesso si era guadagnato il suo alto incarico eseguendo i riti legati a questi tre fuochi, che egli stesso aveva appena definito Trinaciketa. Yamaraja aveva quasi ripagato il debito, aveva già soddisfatto due terzi delle disponibilità concesse. Quale sarebbe stato il terzo dono? Con il secondo Naciketa aveva avanzato una richiesta di qualità decisamente superiore a quella del primo; e nel formulare la terza richiesta cominciò: “Ho sentito parlare della morte. Alcuni dicono che quando uno è morto scompare, mentre altri dicono che quando uno è morto ricompare in un'altra dimensione. Chi muore scompare; chi muore compare in un'altra dimensione. Queste sono le due opinioni più diffuse fra gli uomini. Io da te voglio conoscere il mistero della morte, voglio sapere la verità, tutta la verità sulla morte. Ciò mi serve per formulare bene la richiesta del terzo dono, perchè io desidero l'immortalità, quella vera, quella al di là del tuo dominio. Io voglio diventare immortale, non come i deva che alla fine, quando si distruggono i mondi, anche loro sono soggetti alla dissoluzione. Io voglio diventare immortale. Voglio che tu mi riveli il segreto dell'immortalità”. Yama a questo punto apparve visibilmente contrariato dalla domanda che gli era stata posta, e cercò di sviare il bambino lusingandolo con altre proposte, per cui gli rispose: “Questo no. Chiedimi qualunque altra cosa, ma dimentica ciò che mi hai appena chiesto. Dimenticalo, perchè immortali non lo sono nemmeno i cosiddetti immortali. Si chiamano immortali ma in realtà non lo sono. Vengono definiti così perchè vivono quanto dura la manifestazione del loro mondo: nascono con quei mondi e con quei mondi si dissolvono. Ecco perchè vengono definiti immortali.” Col termine ‘immortali’ si vuol dare l’impressione di una vita spropositatamente lunga, tale che agli occhi degli umani i deva appaiono come fossero immortali, come gli umani agli occhi di una farfalla. Le farfalle di solito vivono dieci, quindici o venti giorni, quindi sarebbe difficile far loro intendere appieno la realtà di una vita che duri cento anni: meglio dire che gli umani sono immortali. Ma gli umani immortali non sono; e nemmeno i deva sono immortali. Naciketa l’aveva capito e non desiderava diventare solo un deva, desiderava diventare immortale. Questa fu dunque la sua terza richiesta. Yama tentò di scoraggiarlo in tutte le maniere per cui rincarando l'offerta, disse: “Non mi infastidire più con questa domanda. Di grazia, scegli fra tutto quello che ti posso offrire”. Yama giunse a proporre a Naciketa di scegliere diversi cicli di esistenza, promettendogli che glieli avrebbe concessi. “Ma non l'immortalità; di questo non far parola. Perchè mi tormenti?” Intanto andava delineandosi con sempre maggior precisione la saggezza di Naciketa, per nulla attratto dai doni offerti da Yama. Questi però ancora rincarando disse: “Ti posso dare carrozze bellissime, meravigliose fanciulle, posso farti vivere il numero di anni che desideri, posso metterti in grado di estendere il tuo dominio per ogni dove… ti darò i pianeti più alti, i più elevati; potrai estendere il tuo dominio, ma della morte non venga fatta parola alcuna. I grandi deva, le grandi personalità che governano l'universo e le sue ferree leggi, incontrano grandi difficoltà nel capire questo fatto. E' così inafferrabile e così controverso che è meglio non farne parola. Sii soddisfatto con quel che ti ho offerto.” E continuò ad offrire beni mondani a Naciketa, affinchè si ritenesse pienamente soddisfatto: “Ti darò un regno tanto vasto che nemmeno potrai conoscerne i confini, ti darò potere e sovranità su tutti, ti darò cantori dalla voce soave, destrieri alati, donne bellissime, affascinanti…”. Dopo avergli offerto svariati beni d’ordine mondano e varie fonti di piacere, Yama si scoraggiò profondamente perchè, osservando il viso di Naciketa, si rese conto che non era in grado di esercitare nessun tipo di influenza su di lui; infatti Naciketa, appena poté replicò: “Tieniti pure cocchi e destrieri; tieniti pure le belle fanciulle, i canti e le danze; tieniti pure quelle belle fanciulle che alla fine consumano il vigore, non lasciando altra possibilità che quella di cadere in tuo dominio. Tutte queste cose mi distrarrebbero. Ciò che tu mi offri consumerebbe vanamente il mio tempo. Non sono interessato alle ricchezze. Solo uno stolto si lascerebbe abbagliare dal piacere dei sensi, dalle belle fanciulle, dalle ricchezze, da ciò che è perituro ed effimero. Chi mai, se è saggio, trovandosi in una condizione di degrado e tristezza, destinato ad invecchiare e morire, mentre sa che esistono coloro che nè invecchiano nè muoiono e li ha contemplati, pensando ai fugaci piaceri della bellezza e dell'amore chi mai si compiacerebbe di una vita lunghissima? Chi mai, se è saggio? Il saggio antepone il bene al piacere. E’ lo sciocco che preferisce il piacere. Gli stolti restano abbagliati dalle gioie effimere del piacere dei sensi mentre i saggi cercano di conseguire un'esistenza di eterna beatitudine(6). Io non voglio distrarmi, non voglio impegnarmi in attività che non siano in grado di garantirmi la libertà dalla morte perchè quando mi ritroverò nel mezzo di attività, pur piacevoli che siano, d’un tratto arriverai tu e dirai: ‘Ora basta.’ Chi è saggio aspira all'immortalità, aspira a vivere la beatitudine eternamente. Hai promesso tre doni: ora, se intendi mantenere la tua promessa, di grazia, svelami il mistero della morte”. Il dialogo fra Yama e Naciketa, quello vero, spirituale, sul piano metafisico, ebbe inizio in quel preciso istante. Prima altro non fu se non una sorta di negoziazione di beni materiali, che potevano sì e no garantire la felicità sulla Terra o al massimo sui mondi celesti. Naciketa mostrò le caratteristiche tipiche del brahmacari, del saggio, dello spiritualista, che è completamente disinteressato a benefici effimeri. E Yama dovette riconoscere che, nonostante avesse un corpo da bambino, di fronte a lui si trovava una grande personalità, un grande saggio. E come tale lo trattò. Infatti Yama cambiò completamente tono, usò un altro linguaggio, altre parole, quasi un’altra costruzione verbale, e gli disse: “Bene, mi rendo conto che tu sei un’anima speciale, capisco che hai tutte le qualificazioni per diventare un sadhaka(7), un adhikari(8), una persona determinata a fare solo quel che va fatto e a non concedersi nessuna distrazione. Queste sono le uniche, le sole caratteristiche e la sola condizione in base alle quali io posso effettivamente rivelarti la scienza sacra della liberazione.” E cominciò a spiegare.

Sappi che l’atman è il padrone del carro e che il corpo è il carro, sappi che la ragione poi è l’auriga e la mente le redini.
I saggi chiamano cavalli i sensi, gli oggetti dei sensi sono l’arena, la [personalità condizionata] composta di anima, di sensi e di mente la chiamano il fruitore.
Colui che non possiede la ragione e non ha mai la mente ben controllata,
costui ha sensi indocili,
come un auriga che abbia cavalli cattivi.
Ma colui che possiede la ragione e ha la mente sempre concentrata, costui ha sensi docili, come un auriga che ha cavalli buoni.
Colui che è privo di ragione, senza criterio, sempre impuro,
costui non giunge alla sede [suprema] ma ricade nel ciclo delle esistenze.
Ma colui che è dotato di ragione e di criterio ed è sempre puro,
giunge a quella sede da cui non più si ritorna alla vita.
L’uomo che ha come auriga la ragione e come redini la mente,
costui giunge al termine del cammino, alla sede altissima di Vishnu.
Superiori ai sensi sono infatti gli oggetti [che determinano le sensazioni],
superiore agli oggetti è la mente, superiore alla mente è la ragione, superiore alla ragione è il grande atman [individuale](9).
Superiore al grande [atman] è [l’elemento primordiale] non evoluto, al non evoluto superiore è il Brahman, superiore al Brahman non v’è nulla: esso è lo scopo, esso è il rifugio supremo. Nascosto in tutte le creature, questo Spirito non si palesa, ma si fa percepire da coloro che acutamente indagano con sottile, alta intelligenza. Il saggio soggioghi parola e mente; soggioghi poi [la mente facendola rientrare nella ragione,; soggioghi la ragione [facendola rientrare] nel sé, poi nell’ atman quieto.
(Katha Up. III.3-13)

(1) Nella Katha Upanishad la storia di Naciketa viene narrata per sommi capi, mentre nella Taittiriya Brahmana risultano estremamente più ampie ed approfondite sia la narrazione degli eventi, che vedono protagonisti Naciketa e Yama, che la spiegazione delle cause originarie.

(2) J. Miller, op. cit., p. 154.

(3) Formule di offerta nell’ordine rivolte a: Indra, Signore delle acque celesti; Varuna, Signore delle acque terrestri; Candra, deva della Luna; Surya, deva del Sole.

(4) Diverse cerimonie sacrificali.

(5) Questi sacrifici costituiscono una cerimonia complessa di cui, nella Taittirya Brahmana, in una certa misura viene spiegata anche l'esecuzione. Oggi però questi sacrifici sono completamente inaccessibili poiché, con il progredire di Kaliyuga, mancano i sacerdoti che abbiano la purezza e l’esperienza necessarie; vedi p. 48 e segg..

(6) Katha Up. IV.1,26.

(7) Lett. ‘Colui che segue la disciplina, sadhana’.

(8) Lett. ‘Colui che ha comptenza, adhikara’.

(9) Cfr. lo stesso verso in Bg III.42, con l’unica differenza che mentre nella Katha Up. la materia è definita superiore alla percezione (“superiori ai sensi sono … gli oggetti”), al contrario nella Bhagavadgita sono i sensi ad essere definiti superiori alla materia non senziente.