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mercoledì 20 gennaio 2010

L'ORDINE IMPLICITO (IL DHARMA) NEL 'GRANDE [POEMA DEI] BHARATA'.
'La Provvidenza afferma che in questo mondo solo il Dharma è supremo
e quando il Dharma viene sostenuto diffonde la pace'.
(Mahabharata II.60.1374).

Di Marco Ferrini.

La sacralità del Mahabharata viene enunciata per l’intero corso dell’opera, non solo in virtù del formidabile messaggio spirituale di cui è portatore (cfr. Bhagavata Purana I.4.25), ma anche in quanto caratterizzato dalla discesa (avatara) di Dio nel mondo “per la protezione dei buoni, la distruzione degli empi e la preservazione del Dharma”. Il Dharma rappresenta probabilmente il principale insegnamento del Mahabharata; esso è infatti la costante, l’idea centrale, il filo rosso che unisce anche quelle narrazioni che sembrano discostarsi dal nucleo della storia e che danno senso al poema nella sua interezza. Il Dharma è quella Forza divina che tutto muove, regola e sostiene, l’Equilibrio universale, la Legge sacra, la Giustizia eterna, l’insieme degli infallibili Princìpi della Religione che regolano la vita etica, morale, politica, sociale e familiare di ciascun essere. La parola sanscrita Dharma va dunque oltre il normale concetto di legge. Se talvolta è possibile trovarci di fronte ad una legge ingiusta, non si potrà mai imbatterci in forme ingiuste di Dharma in quanto il Dharma è Legge divina, al contempo causa ed effetto dei sacri Veda. Mentre insegna a re Yudhishthira la scienza politica, il grande saggio Narada afferma infatti che il Dharma è trayi-mula, espressione che può essere interpretata in due modi: A) I tre Veda sono la base del Dharma e B) il Dharma è la base dei tre Veda.


La natura “sottile” del Dharma
.
Il concetto di Dharma pervade la cultura del Mahabharata, e di consegenza tutta la Cultura Indiana, presentandosi sotto svariate forme, non sempre intellegibili. Il Dharma è infatti di origine divina (cfr. Bhagavata Purana, VI.3.19) e, in quanto tale, presuppone sempre l’ulteriorità propria della dimensione metafisica, che va oltre la portata dell’intelletto umano. Quando ad esempio re Drupada non riesce a capire come sia possibile che il Dharma di sua figlia sia sposare tutti e cinque i Pandava, suo figlio Dhrishtadyumna, che condivide i sentimenti del padre, ne conferma la complessità: "Il Dharma è denso di sottigliezze, perciò non possiamo assolutamente comprenderne tutte le dinamiche. Non è possibile stabilire se questo matrimonio è autorizzato dal Dharma o se fa parte dell'Adharma" (Mahabharata I.188.11). Strettamente connesso ai concetti di Karma (azione-reazione), Prakriti (Natura materiale) e Samsara (ciclo di nascite e morti ripetute), il Dharma viene più volte descritto nel corso dell’opera nella propria natura “sottile”, ma in quanto concepito dal Signore per regolare l’azione di chi si trova confinato nella dimensione spazio-temporale, nel “qui” ed “ora” propri della vita incarnata, esso si propone sempre anche in una dimensione concreta, destinata ad essere vissuta e quindi compresa, per quanto possibile, da ogni creatura vivente. Da qui la responsabilità di ciascun uomo nel custodire il Dharma, al fine di recidere definitivamente i nodi del cuore e conseguire lo scopo sommo della vita, che consiste nell’ottenimento della comunione con Dio. Esistono due tipi fondamentali di Dharma, cioè il Dharma che vale per tutti gli uomini e il Dharma peculiare cui ciascun individuo deve attenersi in base al proprio ruolo sociale. La prima forma di Dharma, caratterizzata da generosità, benevolenza, amore verso tutte le creature, va sotto il nome di Sanatana Dharma (Dharma eterno) ed è conosciuta nel Mahabharata come “ottuplice via del Dharma”, costituita di sacrificio (ijya), studio del Veda (adhyayana), carità (dana), ascesi (tapas), veracità (satya), pazienza (kshama), compassione (ghrina) e assenza di cupidigia (alobha). La seconda forma di Dharma, conosciuta come Sva-Dharma (Dharma specifico), si riferisce appunto ai doveri specifici che ogni individuo ha il compito di svolgere in seno al proprio contesto sociale, per cui, ad esempio, le norme che regolano la vita dello spiritualista (brahmana), non potranno essere le stesse cui devono attenersi il principe guerriero (kshatriya), il commerciante (vaishya) o il servitore (shudra). Il Mahabharata afferma che ogni essere umano dovrebbe eseguire i propri doveri senza invadere quelli altrui, nel rispetto delle norme eterne (Sanatana Dharma). Nella Bhagavadgita è spiegato che l'assegnazione dei doveri specifici (Sva-Dharma) avviene sulla base delle tendenze (guna) e delle esperienze (karma) di ciascuna persona. Si può fare l'esempio di una squadra di calcio. Una volta assegnati i ruoli, il successo della squadra dipenderà dall'esecuzione dei doveri specifici da parte di ciascun individuo, che non dovrà assumere il ruolo che spetta ai compagni di squadra. Perciò Krishna afferma ancora nella Bhagavadgita (XVIII. 47-48): “E' meglio compiere il proprio Dharma, anche se in modo imperfetto, che accettare il dovere di un altro e compierlo perfettamente. Eseguendo i doveri prescritti secondo la propria natura non s'incorre mai nel peccato. Ogni impresa è coperta da qualche errore, come il fuoco è coperto dal fumo. Perciò, o figlio di Kunti, nessuno deve abbandonare l'attività propria della sua natura, anche se presenta errori”. Vediamo alcuni esempi tratti direttamente dal grande poema epico. Deposte le armi e abbandonati i doveri regali, re Vasu cominciò a praticare ascesi con l'intenzione di ottenere la potenza necessaria a raggiungere la posizione di Indra, re dell'universo. Allora Indra in persona si recò da Vasu e gli disse di non mischiare i suoi doveri legittimi di sovrano con la funzione governativa di Indra, poiché un imperatore protegge il Dharma verificando che tutti eseguano i loro doveri specifici: "Sovrano della terra, il Dharma dei re non dovrebbe essere confuso. Proteggi il Dharma, poiché quando viene sostenuto, esso sorregge l'universo intero" (Mbh. I.57.5). Similmente Dhritarashtra, esortando il figlio Duryodhana a non invidiare i Pandava e a non bramare la loro legittima posizione, dichiara: "La ricerca esasperata volta ad ottenere la proprietà altrui si rivelerà un atto vano. Prospera colui che è pienamente soddisfatto di quello che possiede e compie il proprio Dharma" (Mbh. II.50.6). Dovremmo rilevare che la correttezza di una particolare azione dipende dal Dharma specifico di colui che la compie. Ne è un esempio la storia di Shakuntala. Il giovane re Dushyanta cerca di convincere l'affascinante fanciulla Shakuntala a sposarsi con lui tramite il matrimonio Gandharva, che consiste in un'unione spontanea dei membri della coppia senza che questi abbiano prima chiesto il consenso dei genitori. La sua richiesta si basa sul fatto che questo tipo di matrimonio può essere preso in considerazione dai membri della classe regale (Kshatriya) e Shakuntala, anche se allevata da un brahmana, il saggio Kanva, di fatto è figlia del guerriero Vishvamitra. Shakuntala accetta la proposta di Dushyanta, ma si sente in grande imbarazzo quando l'amato padre adottivo Kanva ritorna a casa. Però Kanva le dice: "Tu sei di stirpe regale, perciò quel che hai fatto oggi, unendoti con un uomo senza prima esserti consigliata con me, non viola il Dharma. Si dice che per un membro della classe regale il matrimonio Gandharva sia il migliore. [In questo caso] l'unione che avviene in un luogo solitario per il desiderio sia dell'uomo che della donna, senza che questi si consiglino con qualcuno, è autorizzata" (Mbh. I.67.25-26). L'aderenza ai principi del dharma, ed in particolare ai doveri prescritti ad ognuno di noi, pone l'essere in armonia con l'ordine implicito, con quell'armonia che sottende a tutta la manifestazione cosmica. Come conseguenza di questo allineamento riemerge in modo naturale l'armonia già presente in ognuno di noi e che caratterizza la parte più profonda della nostra personalità, la nostra vera essenza. Al contrario, agendo contro il dharma (ovvero compiendo azioni adharma), si genera un'energia che si oppone a questa armonia preesistente, che genera come conseguenza patologie a livello psicologico secondo il principio di azione-reazione che tutti conosciamo a livello fisico, ma che agisce anche su un piano più sottile.

venerdì 8 gennaio 2010

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUATTORDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(La Tredicesima Parte è consultabile QUI)

Il Linguaggio Logico-Razionale e la Descrizione del Piano Assoluto.
L'argomento è alquanto affascinante e ha coinvolto filosofi e pensatori fin dall'antichità. In particolare anche Badarayana dedica un Sutra all'inizio della sua opera per trattare l'argomento. Esistono infatti alcuni testi delle Scritture Sacre che mostrano che l'Assoluto, il Brahman, è ineffabile, al di là di ogni logica empirica e pertanto non è conoscibile e non è esprimibile a parole.





In particolare la Taittirya Upanishad (II.4.12) afferma:

Dal [Brahman] le parole arretrano insieme con il pensiero senza averlo attinto.

Nella Kena Upanishad (I.5) troviamo:

Ciò che non è espresso dalla parola
e che per mezzo della parola è espresso,
quello solo è conosciuto come Brahman;
non ciò che [il volgo] venera come tale.

Sembrerebbe quindi che il piano assoluto, la Realtà nella sua globalità (il Brahman secondo le Upanishad), non è esprimibile a parole. Badarayana afferma:

Sutra I.1.5
Ikshaternashabdam

Ikshateh –perché è visto, Na – non, Ashabdam – inesprimibile.

[Il piano Assoluto, Il Brahman] non è inesprimibile a parole,
poiché i Veda stessi lo insegnano - 5

Commentario Scientifico.
La parola ashabdam utilizzata nel Sutra significa in cui o circa cui la parola non può penetrare o su cui non si può esprimere. Il Brahman non è ashabdam. Al contrario è shabdam, o esprimibile a parole. Perché? Ikshateh, “perché è visto”. Infatti le Upanishad stesse in altri passaggi affermano che al Brahman è assegnata la suggestiva designazione aupanishada; la quale significa che il Brahman è conosciuto attraverso le parole delle Upanishad, ad esempio come citata nella Br.Up. (III.9.26):

Ti chiedo della persona insegnata nelle Upanishad.

Qui l’oggetto della ricerca, la “persona” insegnata dalle Upanishad è chiamata Upanishada, ovvero conosciuta attraverso le Upanishad. Il Brahman, dunque, è esprimibile a parole, infatti troviamo anche il seguente testo della Shruti “Colui che tutti i Veda citano, ecc” (Katha II.15??). E’ anche vero che il Brahman è detto essere ashabdam, ovvero ineffabile, ed è da intedenrsi che non è completamente esprimibile attraverso una logica. Così, come la montagna Meru è detta essere invisibile, nel senso che nessuno la può vedere interamente, ma non significa che è interamente invisibile, allora anche il Brahman è detto essere indescrivibile o inesprimibile, nel senso che non è completamente descrivibile. Se fosse totalmente non conoscibile, allora nella Kena Upanishad non avremmo trovato scritto “conosciLo come essere il Brahman”, perché non è possibile conoscere l’inconoscibile. Inoltre nella frase “da cui la parola torna indietro”, il termine yatah, mostra che la parola non lo raggiunge dopo che lo ha realizzato un poco; la stessa idea è espressa dalla parola aprapya, “che non lo afferra”. Inoltre è scritto che il Brahman rivela se stesso attraverso i Veda. Questa idea non entra in conflitto con la nozione che il Brahman si auto rivela. Infatti in qualche modo i Veda sono il corpo del Brahman. Conseguentemente il Brahman è descrivibile a parole. In questo verso si esprime quanto precedentemente affermato riguardo la valenza del linguaggio logico-razionale. Esso è utile per descrivere una parte della realtà, o meglio, per creare dei modelli rappresentativi di quella che sembra a noi essere la realtà, ma non è sufficiente per descrivere completamente piani di consapevolezza superiori. In questo caso occorre utilizzare un linguaggio diverso con specifiche differenti: il linguaggio interiore, quello della coscienza. Le Scritture Sacre sono una rappresentazione del linguaggio interiore di persone illuminate che hanno “visto” la realtà in modo più completo e che cercano di descriverla. L'uso di differenti linguaggi è tipico anche del mondo dell'informatica. Infatti non esiste un linguaggio di programmazione degli elaboratori che vada bene per qualsiasi applicazione. Potremo usare un linguaggio specifico per progettare l'hardware al livello più basso (il linguaggio VHDL o il VERILOG), un linguaggio per applicazioni generiche, (il linguaggio c o il linguaggio c++), uno per gestire flussi informativi e database (ad esempio l'SQL), ed un altro ancora per progettare applicazioni specifiche multimediali (ad esempio per l'oggi tanto diffuso iphone, come i linguaggi java o object-c e tanti altri ancora). Per ogni contesto occorre utilizzare uno specifico linguaggio. Allo stesso modo Il linguaggio logico-razionale non può spiegare tutto. E' sicuramente utile, ma solo in certi contesti e assolutamente inefficace in altri. Può aiutare a descrivere qualcosa della realtà nel suo insieme, ma non tutto. Ecco quindi l'importanza delle Scritture Sacre (autorevoli). Esse aiutano a descrivere modelli che altrimenti non possono essere espressi. Chiaramente non possono tuttavia descrivere totalmente il piano assoluto.

mercoledì 16 dicembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE TREDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.


(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(La Dodicesima Parte è consultabile QUI)

Il Pensiero degli Scienziati circa la presenza di Dio.


Krishna dice nella Bhagavad gita:

Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham

“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.

E da Quella fonte che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale che caratterizza il metodo scientifico. Nel caso dell'approccio empirico alla conoscenza la rappresentazione della realtà viene fornita attraverso la formulazione di modelli che in qualche modo cercano definire la struttura della materia in un determinato contesto. Si pensi al caso della Fisica classica. La formulazione teorica è stata dimostrata essere vera solo in determinati contesti, ma non in altri e per questo sé stato necessario formulare nuovi modelli (come la teoria della relatività di Einstein o la meccanica quantistica). Ma si pensi anche ai vari modelli dell'atomo che si sono succeduti nel corso del tempo. Il modello di Bohr è stato successivamente rimpiazzato dal modello di Schrödinger in quanto insufficiente. Questi modelli sono definiti a causa di una mancata comprensione della vera natura della realtà. L'approccio analogo vedantico è chiamato jnana-yoga o aroha-pantha. Certamente, attraverso questo metodo, per uno scienziato sincero e senza pregiudizi, è possibile arrivare alla conclusione che la materia non è la realtà ultima ma che esiste qualcosa di ulteriore, di trascendente, che nella cultura vedantica è rappresentato con la forma impersonale di Dio. Ad esempio Heisenberg disse:

“Certamente come scienziati compiamo errori nelle nostre teorie scientifiche, e ci vorrà ancora del tempo prima che questi errori saranno trovati e corretti. Ma possiamo essere sicuri che ci sarà una decisione finale di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato. Tale decisione non dipenderà dalla credenza del singolo, dalla sua razza o dall'origine dello scienziato, ma sarà presa da una potenza superiore e sarà applicata agli esseri di ogni tempo … Esiste una coscienza superiore, non influenzata dai nostri desideri, che in ultima analisi decide e giudica.”

Mentre Max Born affermò:

“Ho visto in esso (l'atomo) la chiave dei segreti più profondi della natura, e mi ha rivelato la grandezza della creazione e del Creatore”

Anche Einstein percepiva la presenza di un'armonia globale:

“Io credo nel Dio di Spinoza che si rivela nella ordinaria armonia di ciò che esiste, non in un Dio che si preoccupa del fato e delle azioni degli esseri umani.”

E ancora:

“Una volta in risposta alla domanda: «Lei crede nel Dio di Spinoza?», Einstein rispose così: «Non posso rispondere con un semplice sì o no. Io non sono ateo e non penso di potermi chiamare panteista. Noi siamo nella situazione di un bambino piccolo che entra in una vasta biblioteca riempita di libri scritti in molte lingue diverse. Il bambino sa che qualcuno deve aver scritto quei libri. Egli non conosce come. Il bambino sospetta che debba esserci un ordine misterioso nella sistemazione di quei libri, ma non conosce quale sia. Questo mi sembra essere il comportamento dell'essere umano più intelligente nei confronti di Dio. Noi vediamo un universo meravigliosamente ordinato che rispetta leggi precise, che possiamo però comprendere solo in modo oscuro. I nostri limitati pensieri non possono afferrare la forza misteriosa che muove le costellazioni. Mi affascina il panteismo di Spinoza, ma ammiro ben di più il suo contributo al pensiero moderno, perché egli è il primo filosofo che tratta il corpo e l'anima come un'unità e non come due cose separate (Brian, Einstein a life, 1996, p. 127).”

“Chiunque sia seriamente impegnato nello studio delle sottili leggi che regolano l'universo si convince che uno spirito è manifesto in esse, uno spirito vastamente superiore a quello dell'uomo (The Expanded Quotable Universe, ed. Alice Calaprice, 2000, originariamente citato in una lettera ad uno studente che chiedeva ad Einstein se uno scienziato prega – Einstein Archive)”

Nel complesso, quindi, Einstein credeva in un Dio impersonale presente nella natura (pur senza identificarsi con essa) in modo misterioso. Fu accusato anche per questo di ateismo dal vescovo di Boston O'Connell e ne soffrì molto. Einstein non ha avuto la possibilità di studiare teologia o spiritualità, tuttavia, proprio grazie alla sua intelligenza acuta, ha potuto comprendere l'esistenza di uno spirito che penetra e sostiene l'universo, e ne regola quindi le geometrie e le leggi perfette (il dharma), e soprattutto ha compreso benissimo che ci sono tante cose nell'universo che non possono essere afferrate sul piano logico-razionale. La nostra intelligenza, non può da sola afferrare l'aspetto profondo del Divino e la sua più intima natura.

Questi sono giusto alcuni esempi di molti che se ne potrebbero fare di come attraverso lo studio analitico del funzionamento della natura materiale e delle sue leggi sia possibile percepire una ulteriorità, una forma di intelligenza che regola tutto il creato, ma anche come tale conclusione comunque sia parziale ed incompleta. Nella Bhagavad Gita Krishna spiega che al fine di conoscere la vera natura della realtà oltre il piano fenomenico tutti gli approcci che non includano la bhakti (il servizio devozionale) sono incompleti e non porteranno mai alla vera conoscenza:

Bhaktya mam abhijanati
Yavan yash casmi tattvatah
Tato mam tattvato jnatva
Vishate tad-anantaram

“Soltanto col servizio devozionale è possibile conoscere Me, il Signore Supremo, così come sono. E quando si diventa pienamente coscienti di Me grazie a questa devozione si può entrare nel regno di Dio”. Bhagavad Gita XVIII.55

In precedenza è stato spiegato che secondo il Vedanta Dio può essere percepito secondo tre differenti modalità: Brahman, Paramatma, Bhagavan. Gli scienziati del livello di Heisenberg e Einstein, dall'alto della loro intelligenza e conoscenza, sono arrivati a percepire il Brahman, che è solo una modalità della realtà trascendente, ma non la definisce completamente. Come spiega Krishna, solo il servizio devozionale (bhakti-yoga) porta a conoscere il trascendente nella Sua forma completa e personale (Bhagavan). Anche Kant nella sua opera “Critica alla ragion pura” ha evidenziato come il ragionamento empirico sia insufficiente per spiegare una realtà trascendente e personale, ma certamente può portare ad intuire la presenza di un'intelligenza superiore, come avvenuto per Einstein e altri eminenti scienziati. Ma per fare il passo decisivo occorre andare oltre e trascendere il piano della ragione integrando la conoscenza che non può arrivare dai sensi limitati (incluse la mente e l'intelligenza), con una conoscenza interiore che porta a realizzare il divino in noi e la stretta relazione di amore che ci lega.

giovedì 10 dicembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE DODICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(Liberamente tratto e modificato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami)

(L'undicesima Parte è consultabile QUI)


I metodi per ottenere la conoscenza secondo il Vedanta.
L'epistemologia Vedantica indica che l'acquisizione della conoscenza è possibile in tre differenti modi: (1) attraverso la percezione dei sensi (pratyaksha), (2) attraverso l'inferenza (anumana), e (3) attraverso la conoscenza rivelata (shabda). Shrila Jiva Goswami descrive questi metodi nel suo trattato chiamato Tattva sandarbha, in cui, inoltre, esalta lo Shrimad Bhagavatam come l'opera più eccelsa all'interno del panorama Indovedico. Pratyaksha – è la conoscenza ottenuta direttamente attraverso la percezione sensoriale, ovvero attraverso gli occhi, le orecchie, il naso, la pelle e la lingua. La mente è considerata il sesto senso, e quindi anche attraverso essa è possibile acquisire conoscenza. Certamente pratyaksha è un metodo corretto per ottenere la conoscenza (pramana), ma non è un metodo assoluto poiché la percezione sensoriale ha evidenti limiti e pertanto, in quanto tale, non è completa. Tuttavia nella tradizione Vedantica un ricercatore spirituale sincero che persegue una rigorosa disciplina al fine di purificare mente e sensi, quando tale processo raggiunge il culmine, e quindi i sensi materiali hanno subito una trasformazione che li ha portati a diventare spirituali, ha la possibilità, a quel punto, di conoscere la realtà ultima attraverso pratyaksha. Gli spiritualisti avanzati sono quindi in grado di acquisire la conoscenza con questa modalità. Nella Bhagavad Gita Krishna afferma:

Raja-vidya raja-guhyam
Pavitram idam uttamam
Pratyakshavagamam dharmyam
Su-sukham kartum avyayam

“Questo sapere è il re di tutte le scienze, il più segreto dei segreti. E' la conoscenza più pura, e poiché permette di realizzare con percezione diretta la propria vera identità, è la perfezione della religione. Tale conoscenza è eterna e si applica con gioia.” (Bhagavad Gita IX.2)

La conoscenza che consente di accedere ad un piano di comprensione superiore, oltre la materia, è molto confidenziale, pura e la più elevata. Tale conoscenza è ricevuta direttamente (pratyaksha) da colui che si applica sinceramente nell'adorazione del Divino perché ha raggiunto lo stadio di completa purificazione della mente e di tutti i sensi.

Anumana (inferenza) – Significa dedurre qualcosa a partire dall'osservazione di qualcos'altro. Il tipico esempio che viene riportato è quello per il quale viene inferita la presenza del fuoco in un determinato punto dalla sola osservazione del fumo. E' un tipo di conoscenza ulteriore rispetto a quella diretta-sensoriale che nasce dal presupposto di uso della logica. Sia il metodo pratyaksha che il metodo anumana, seppur approcci corretti, hanno comunque dei limiti che sostanzialmente risiedono nel fatto che, come affermato da Shrila Jiva Goswami, la percezione sensoriale è soggetta a quattro limiti. Essi sono:
1) Illusione (bhrama), si pensi ad esempio al miraggio in un deserto;
2) Sono soggetti ad errore (pramada). Il tipico esempio delle scritture è quello di una corda che viene scambiata per un serpente; accade che spesso interpretiamo come vero ciò che i sensi ci fanno percepire e dentro di noi si innescano tutti i meccanismi connessi (si pensi alle scariche di adrenalina nel caso “vedessimo” un serpente quando invece trattasi di una corda!). E così il detto popolare “errare è umano”. A riguardo di ciò è interessante notare che Einstein diceva: “potrebbe essere euristica mente utile tenere a mente cosa uno ha osservato. Ma è sbagliato dedurre una teoria dai soli dati osservati, è la teoria che ci dice cosa noi possiamo osservare”.
3) Campo di ricezione delle informazioni limitato (karanapatava), ovvero i sensi possono percepire solo una porzione molto limitata della realtà, ad esempio l'orecchio umano non può percepire suoni che hanno una frequenza sotto i 20 Hertz (infrasonici) e sopra i 20000 Hertz (ultasonici), e parimenti non è possibile vedere le radiazioni elettromagnetiche nell'ultravioletto o nell'infrarosso.
4) Tendenza ad ingannare (vipralipsa). L'onestà è una qualità dell'essere umano(1) tuttavia qualche volta l'essere è sopraffatto dall'orgoglio, dal falso ego, dall'arroganza, oppure semplicemente la psiche è fortemente condizionata dalle esperienze del passato (samskara) e dagli attributi della natura materiale (i guna). Capita così che una persona tende ad ingannare gli altri al fine di dominare, prevalere, prevaricare, emergere. Secondo il Vedanta un tale atteggiamento è sintomo di una non consapevolezza spirituale.
Shabda (conoscenza rivelata) – nell'approccio vedantico, shabda è il metodo più corretto per ottenere la conoscenza poiché arriva direttamente dalla Verità Assoluta e trascendente.,ed entra così direttamente nel cuore di persone che hanno raggiunto livelli di coscienza particolarmente elevati e tali da sviluppare un livello di sensibilità che trascende il limitato piano sensoriale. Su questo piano c'è la comprensione della Verità Assoluta come la causa di tutte le cause. Se ci pensiamo bene chiunque ed in qualunque campo del sapere umano (della scienza, dell'arte, ecc.) riceve la conoscenza attraverso l'ispirazione di una qualche forma di “guida”. Anche questo tipo di conoscenza può essere interpretata come conoscenza “rivelata”. Quella che riguarda il piano assoluto, trascendente, arriva direttamente dalla Coscienza Suprema, Dio.

Krishna dice nella Bhagavad gita:

Sarvasya caham hrd isannivishto
Mattah smritir jnanam apohanam ca
Vedaish ca sarvair aham eva vedyo
Vedanta-krd veda-vid eva caham

“Sono nel cuore di ogni essere vivente e da Me viene il ricordo, la conoscenza e l'oblio. Il fine di tutti i Veda e quello di conoscerMi. In verità Io sono colui che ha composto il vedanta e sono colui che conosce i Veda”. Bhagavad-Gita 15.15.

E da Quella fontei che arriva la conoscenza più profonda, quella che non può essere compresa sul piano logico razionale.

(1) Marco Ferrini, Le 26 Qualità del Ricercatore Spirituale, Edizioni CSB.

lunedì 16 novembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE NONA).
A cura di Andrea Boni.

(L'Ottava Parte è consultabile QUI)

La visione Vedantica circa l'origine dell'Universo
.

Secondo il Vedanta, quindi, la creazione, il mantenimento e la dissoluzione dell'Universo sono gestite sotto la supervisione della Coscienza Suprema, Dio, Shri Krishna. Si potrebbe pensare che accettando Dio come la fonte della creazione dell'Universo, qualsiasi speculazione scientifica o qualsiasi nuova teoria scientifica sarebbe inutile. In realtà secondo il Vedanta la “sfida” scientifica rimane soprattutto nel capire lo scopo che sta dietro alla creazione. Comprendendo ciò è così possibile realizzare il significato e lo scopo della vita umana. Nel Vedanta lo studio della coscienza è alla base di tutto, compreso la creazione e lo scopo della nascita dell'universo. Il Vedanta indica che la Coscienza Suprema, che è appunto Suprema tra tutti gli esseri coscienti, manifesta se stessa nelle Sue varie forme con lo scopo di creare. Le entità viventi, atman, sono eterni e sono Sue espansioni separate differenti e non differenti allo stesso tempo:
Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanaha
Manh-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
“Gli esseri viventi, in questo mondo di condizioni, sono Miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente” (Bhagavad Gita XV.7) L'atman è pertanto qualitativamente uno con il Supremo, tuttavie Egli è conscio di qualsiasi cosa, mentre i songoli frammenti sono cosci solo di se stessi. Un attento studio della cosmologia vedantica fornisce le fondamenta della relazione naturale tra Dio e gli esseri individuali, tra l'uomo e le altre forme di vita, tra l'uomo e l'ambiente. Tali fondamenta costituiscono l'essenza dell'etica globale, e sono necessarie per uno sviluppo coscienziale sostenibile. La manifestazione cosmica nasce da una energia Divina (la materia) che dal Divino è comunque separata, e ciò è possibile per opera del tempo (kala), che è una caratteristica impersonale di Dio stesso. Dio, la Persona Suprema, è la fonte e la causa di tutto (sarva karana karanam). Nella Bhagavad Gita (X.8) Shri Krishna dice ad Arjuna, Suo amico e devoto, “Sono la fonte di tutti i mondi spirituali e materiali. Tutto emana da Me” (aham sarvasya prabhavo). Prima di descrivere i cicli cosmici della creazione, del mantenimento e della dissoluzione dell'universo secondo la prospettiva vedantica, occorre comprendere il modello noto come “Big-Vision”, in contrapposizione al modello noto come “Big Bang”.

(Tratto da un articolo di Bhaktisvarupa Damodara Swami apparso sul numero 2 della rivista Savijnanam del Bhaktivedanta Institute).

mercoledì 11 marzo 2009

LO SCIENZIATO E LO SPIRITUALISTA.
di Giovanni Canepa.

Un individuo illuminato non vive scienza e spiritualità come due campi separati del conoscere.Lo scienziato olistico, completo, che ha assaporato l’essenza dei Veda, non si ferma alle conoscenze empiriche dei suoi studi, egli sente che tutto quello che rileva con le sue ricerche fa parte di un contesto più ampio di valenza trascendente e anela a ricongiungere i due aspetti dando un orizzonte di senso alto alla sua attività.Sente che la sua vita per avere un senso, collega tutto: le esperienze del laboratorio e quelle dello spirito. La sua capacità di stupirsi scorre parallela al freddo rilievo delle casistiche dei suoi esperimenti. È l’amore che sottostà alla sua vita, quello che se da un lato l’ha portato a studiare fenomeni del mondo fenomenico, dall’altro lo ha portato verso e poi dentro la devozione (Bhakti). Si sente completo soddisfatto mentre inizia la giornata con la meditazione e poi la svolge con le ricerche e le successive descrizioni in documenti scientifici. Per concluderla con un ringraziamento entusiasta.Per lui la scienza vera è quella che concilia i due aspetti della sua vita: sia l’analisi e la comprensione scientifica del mondo sia lo spirito superiore di comunione con la vita. Accettandoli entrambi la scienza ascolta quella saggezza umana che deriva dai suoi differenti rapporti con lo spirito. Porta le ragioni della vita terrena al mondo della scienza, ispirando gli obiettivi accademici, con amore, compassione e mettendoli in armonia con l’universo. Purtroppo oggi molti scienziati considerano la spiritualità come qualcosa di paradossale e fantasioso. In tutti i campi delle relazione umane che esulano dal contesto di puri devoti le pratiche della contemplazione e della preghiera sono paradossalmente sacrileghe. Perché quel mondo ha un suo “sacro” fatto di beni e di cose e persone da bramare. E non riesce a percepire un vivere fatto di "dare" e di "armonizzare". Tutto questo è molto più vero fra gli scienziati per i quali, nella maggioranza, il trascendente è argomento che va oltre il fine del conoscere, del fatto concreto e delle prove di laboratorio. Ciò che conta sono solo i procedimenti sulle reazioni che avvengono nella materia, e l’universo diventa il risultato di reciproche influenze fra parti atomiche.In quanto non misurabili non contano l’ispirazione e l’anelito che sorge spontaneo nell’uomo, ma contano i risultati dell’esperienza empirica. Questo è puro dualismo di spirito e materia. Il dualismo dell’infelicità umana per il quale lo spirito non esiste. La sfera spirituale, fatta di sentimenti, valori e ideali tutti non quantificabili è considerata come accessoria.Mentre essa è quella capacità straordinaria che consente sia di fare il mestiere di scienziati che di conoscere sé stessi e gli altri. Per lo spiritualista gli oggetti hanno un valore e un significato, sono strumenti per la realizzazione del sé, e non sono dovuti alla sorte. Invece, poiché non si mette in discussione quello che si vede con gli occhi e non si tocca con le mani, lo scienziato è immerso in convinzioni che non lasciano spazio al trascendente. D’altra parte il livello di coscienza degli scienziati rispecchia quello del mondo che li ha educati e quindi non ci si può aspettare altra impostazione da parte loro se non quella materialista. Ma… Ora la scienza stessa “scoppia” nelle mani degli scienziati, per la Teoria della Relatività e per le evidenze della fisica quantistica. La scienza stessa sta dimostrando l’esistenza di aspetti non meramente fisici dell’esperienza.Da qui la necessità di un'integrazione tra Scienza e Spiritualità, senza divisioni a priori, ma anzi dialogo e reciproco e ascolto, in cui il bene comune deve essere solo e soltanto un vivere costruttivo per tutto il creato (non solo l'uomo, ma tutte le creature), volto all'evoluzione dell'individuo visto nell'insieme dei suoi aspetti antropologici.


Riflessioni ispirate da un articolo di Katie Green apparsosu www.resurgence.co.uk.

martedì 3 marzo 2009

LA COSCIENZA.
di Andrea Boni.

Il presente contributo video introduce il fenomeno della coscienza secondo la prospettiva del pensiero classico Indiano.

mercoledì 25 febbraio 2009

PARLANDO DI BIOETICA.
di Andrea Boni.

Le problematiche legate alla bioetica sono assai numerose e l'opinione pubblica è sempre più coinvolta nella discussione delle tematiche ad essa connesse, anche a causa del bombardamento mediatico cui è sottoposta dai mass-media. Si pensi solo - per fare alcuni esempi - a questi aspetti: clonazione, utilizzo delle cellule staminali, ingegneria genetica, procreazione assistita, sperimentazione clinica dei farmaci, trapianti d'organo nell'uomo, IVG, accanimento terapeutico, eutanasia, problematiche ambientali da compromissione dell'equilibrio biologico, screening generalizzato, etc. I recenti avvenimenti che hanno coinvolto l'opinione pubblica in termini di Bioetica hanno evidenziato la necessità di una profonda riflessione circa la modalità con cui il progresso tecnologico interviene nel modificare il corso naturale degli eventi del vivere umano. Aspetti che sembravano assolutamente naturali non lo sono più a seguito delle innovazioni portate da nuovi ritrovati della tecnica.

“… Una volta, la nascita e la morte erano fatti “naturali” per eccellenza, e dunque sottratti, nell’immodificabilità radicale del loro accadimento, a ogni regola elaborata dalla società. Semplicemente, si nasceva e si moriva. Oggi non è più così: la potenza della tecnica — che non è altro se non la forza dell’intelligenza umana in cammino per appropriarsi fino in fondo dei proprio destino — sta modificando la forma intrinseca di quegli eventi; sta cominciando a farli entrare, per dir così, nel raggio delle nostre scelte. La tecnica infatti ha sempre come effetto quello di accrescere, talvolta in modo smisurato, la nostra capacità di decidere. E quando noi possiamo scegliere, abbiamo bisogno di etica, di democrazia e di diritto. Per ora, non abbiamo inventato strumenti migliori, per aiutarci.” (Aldo Schiamone, 3 feb 2009 su La Repubblica).


Si pone quindi il problema di dover affrontare scelte etiche molto delicate che, non potendo essere state codificate in precedenza in termini costituzionali, devono essere rielaborate con sensibilità ed intelligenza. In questo processo la Scienza e la Politica da sole non possono fornire risposte a quesiti di elevato contenuto morale, bensì occorre necessariamente attingere ai principi derivanti da tradizioni in cui lo studio e l'applicazione dei valori etici e morali è stato posto come fondamento del vivere umano. In un recente articolo di Francesco Alberoni dal titolo “La scienza non può dire cosa è bene e cosa è male” apparso su Il Corriere della Sera del 16/02/2009, viene espressa bene questa difficoltà oggettiva della Scienza (ma soprattutto della Politica) nel prendere decisioni in termini di Bioetica.

“La vicenda di Eluana è un episodio dell'unico vero grande conflitto del nostro tempo: il conflitto sui valori. La scienza produce una vertiginosa trasformazione del mondo e dell'uomo e ogni progresso apre nuovi dilemmi. La scoperta dell'energia atomica ha reso possibile una guerra termonucleare. Gli uomini hanno scelto di non farla. Negli anni Sessanta i contraccettivi hanno consentito alle donne di evitare una gravidanza indesiderata.
Le donne li hanno usati anche quando le tradizionali leggi morali lo proibivano. Poi si sono diffuse numerose droghe ma, in questo campo è prevalsa la proibizione. Fra non molti anni i genitori potranno decidere il corredo genetico dei figli, la neuroscienza consentirà di modificare idee, sentimenti e passioni agendo sui processi fisico chimici del cervello. E ogni volta si porrà il quesito: farlo o non farlo? E' bene o è male? Ma la scienza non può dire cosa è bene e cosa è male. Può parlarti di fatti, di processi, dirti cosa puoi fare ma non può dirti assolutamente nulla su cosa è giusto fare, cosa devi fare, sui valori. L'universo scientifico non ha categorie morali. Certo il singolo scienziato può avere criteri etici ma li ha in quanto uomo non in quanto scienziato. Lo scienziato atomico ti dice quali effetti devastanti ha una guerra atomica. Ma se farla o non farla la scienza non te lo sa dire. Chi ci dice allora cosa è bene e cosa e male? In alcuni casi la religione, in altri l'ideologia politica, in altri la civiltà in cui sei stato allevato. Ma oggi tutti e tre questi fattori sono indeboliti e sotto accusa. Prevale la tesi che siano validi tutti i punti di vista. Ma una società in cui tutti i giudizi hanno lo stesso peso non può decidere, non può fare leggi, cade in preda al disordine. Però, oltre una certa soglia di disordine, si crea un disagio intollerabile e gli uomini alla fine scoprono in se stessi cosa è bene e cosa è male, e si raccolgono in movimenti collettivi che si scontrano finché non prevale una delle due alternative. E' gia successo: pensiamo ai movimenti a favore e contro la contraccezione, gli OGM, le droghe, l'aborto, il divorzio, la vivisezione, la clonazione umana, l'eutanasia. Col progredire della scienza e della tecnica questi scontri sono destinati a diventare sempre più violenti. Non solo in Italia dove c'è la Chiesa o nei paesi Paesi islamici, ma dappertutto. E ci saranno partiti politici in cui i valori diventeranno più importanti dei tradizionali temi economici”.

Mentre per l’Occidente la bioetica è una disciplina relativamente recente, nella Tradizione della Cultura antico-indiana da sempre sono state disponibili soluzioni naturali per gestire il rapporto tra creato e creature, per poter affrontare i quesiti posti dai misteri della nascita e della morte, il senso della vita, lo scopo del soffrire e del gioire umano. Tutto questo grazie alla possibilità di attingere ad una scienza completa essenzialmente basata sull’ordine etico universale (dharma), che gestisce sia il micro che il macrocosmo. Nel suo magistero il Divino interviene in tutte le manifestazioni e quindi anche nelle regole degli umani che si attengono ad esso per preservare la loro natura, anch’essa divina. Non è che l’insegnamento dei Veda fornisca risposte puntuali ed esatte a tutte le problematiche che caratterizzano la società moderna circa l’applicazione delle più avanzate scoperte scientifiche e la loro influenza sui trattamenti del corpo umano, sia esso nello stato di embrione o nella manifestazione di un corpo di adulto, anzi, la Cultura Indovedica si rivela pre-veggente, offrendo soprattutto un panorama vasto e completo di insegnamenti e principi che, opportunamente interpretati, consentono di poter affrontare quello che per la società di oggi è un continuo dilemma di opportunità e di problemi. Poiché la bioetica si occupa delle questioni morali che sorgono parallelamente al rapido progredire della ricerca biologica e medica, la sua natura è marcatamente multidisciplinare, potendo annoverare al proprio interno aspetti relativi a varie materie, quali: biologia, medicina, filosofia, diritto, ed altre ancora. Un approccio attento e scrupoloso alla bioetica non può quindi prescindere dal prendere in esame tutte le componenti che provengono da queste aree del sapere umano. E' anche per questo che la politica o la Scienza in sé non possono fornire risposte adeguate alla soluzione dei quesiti che sorgono con l'avanzare del progresso tecnologico. La Scienza Indovedica, al contrario, è per definizione olistica, ovvero più che multidisciplinare, è quindi esente dalle difficoltà che sorgono nel cercare di armonizzare le tante branche citate, e proprio per questo offre insegnamenti e principi che aiutano nello sviluppo di una coscienza globale del problema, sganciata da identificazioni, condizionamenti o speculazioni che hanno la loro radice nei piani materiali dell'esistenza. L'essere è definito nei suoi tre piani atropologici (bio-psico-spirituali) come una parte del Tutto, e come tale ontologicamente eterno nella parte più profonda della personalità. E' in questo senso una scintilla Divina.

Mamaivamsho jiva-loke
jiva-bhutah sanatanah
manah-shashthanindriyani
prakriti-sthani karshati

“Gli esseri viventi, in questo mondo materiale, sono miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente.” (Bhagavad Gita XV.7)
Nascita e morte vengono interpretati come momenti di cambiamento e come motivo di nuove possibilità di crescita in quel cammino affascinante che è la vita nel suo insieme. Non esiste un inizio, non esiste una fine, ma un ciclo (samsara) che si sussegue eternamente finché l'essere ottiene l'emancipazione (moksha) dalla natura materiale, anch'essa di natura Divina, ottenendo la piena consapevolezza della sua relazione con il Divino.

Na jayate mriyate va kadacin
nayam bhutva bhavita va na bhuya
ajo nityah shashvato 'yam purano
na hanyate hanyamane sharire

“Per l'anima non vi è nascita né morte. La sua esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e non avrà inizio nel futuro. Essa non nata, eterna, sempre esistente e primordiale. Non muore quando il corpo muore.” (Bhagavad Gita II.20)
La natura materiale viene allora vista come strumento di liberazione, non demonizzata, ma anzi prezioso aiuto per superare i condizionamenti indotti da una falsa identificazione con corpo e psiche.
Daivi hy esha guna-mayi
mama maya duratyaya
mam eva ye prapadyante
mayam etam taranti te

“Questa mia energia divina [la materia], costituita dalle tre influenze della natura materiale, è difficile da superare, ma coloro che si abbandonano a Me ne superano facilmente i confini”. (Bhagavad Gita VII.14)
Questi sono i principi base che occorre avere ben chiari quando si affrontano i temi delicati che sorgono nella società di oggi in chiave bioetica. Senza di essi qualsiasi discussione sarà affrontata solo superficialmente, e non si potranno avere contribuiti oggettivi, ma solo vaghe speculazioni che saranno interpretate soggettivamente.

Ringraziamenti:
Si ringrazia Giovanni Canepa per il prezioso lavoro di ricerca e per gli utili suggerimenti forniti.

lunedì 23 febbraio 2009

LA SCIENZA DELLA MEDITAZIONE E LA TRASFORMAZIONE EVOLUTIVA DELLA PERSONALITA'.
di Marco Ferrini.


venerdì 13 febbraio 2009

IL PENSIERO
di Marco Ferrini.

Che cos’è un pensiero? E’ esclusivamente chimica cerebrale, il risultato di un “movimento neurale” o un fenomeno che sottintende ad energie più sottili, che utilizzano la struttura bio-neurologica come strumento?
Cerchiamo anzitutto di dare una definizione di pensiero, di capire di cosa si tratti. Un pensiero è un oggetto psichico, così come un’idea, un desiderio o un’emozione. Tramite complesse elaborazioni, che avvengono nell’encefalo, sul piano corporeo i loro effetti si possono manifestare con sudorazione, tremito, pallore, arrossamento, brividi e via dicendo, ma la loro genesi è sempre psichica. Se i pensieri sono oggetti, dove risiedono? Esiste un deposito nel quale sono collocati? Chi li produce e da dove vengono? Come la luce e il suono si trasmettono nell’etere, come gli odori vengono trasportati dall’aria, così i pensieri si manifestano e si propagano nella mente. Secondo la scienza psicologica dell’India classica anche la mente è un elemento costitutivo del cosmo, conosciuto nei Veda con il termine Mahat o buddhi, la Mente cosmica. La mente individuale è parte minutissima della mente cosmica ed è un importante strumento a disposizione del sé, una sorta di ricetrasmittente che riceve dati dai sensi e a sua volta li trasmette alle aree più profonde della psiche, individuale e collettiva. Il pensiero è una realtà pre-esistente rispetto agli strumenti fisici, neurologici; è come il suono, sempre presente nell’etere; così come per captare il suono abbiamo necessità di una radio o comunque di uno strumento adatto a recepire e a tradurre quel tipo di segnale acustico, allo stesso modo per recepire, per cogliere un pensiero, già presente nell’etere della mente, abbiamo necessità di una strumentazione adeguata, che in questo caso è costituita dal lobo temporale.
Abbiamo detto che un pensiero è un oggetto psichico, ha la sua realtà psichica e una fondamentale rilevanza nella formazione del carattere e della personalità, che saranno molto differenti a seconda che noi siamo portatori di pensieri di un certo tipo o di un altro. Pensare non è assolutamente qualcosa di astratto e ininfluente, poiché da ciò dipende la buona o la cattiva direzione della nostra vita. Ognuno è ciò che pensa; a tal proposito le Upanishad affermano: “così come pensi, diventi”. Un pensiero è un poliedro dalle molte sfaccettature, eccone due principali: le motivazioni e i contenuti. Va da sé che le motivazioni possono essere positive o negative, esattamente come i contenuti, che possiamo più incisivamente definire reali o illusori. Prendiamo come esempio un tipico slogan: “X crea il vostro stile”. Si tratta di un pensiero falso perché nessuno può creare il vostro stile, solo voi potete creare il vostro, altrimenti quello stile è di chi lo ha creato. Se facessimo pulizia dei tanti pensieri tossici che circolano ovunque e di cui molti di noi si nutrono ogni giorno, ci eviteremmo molti problemi e innalzeremmo considerevolmente la qualità della nostra vita; purtroppo ne siamo sommersi, ciononostante non siamo tenuti ad accoglierli, a fondare la nostra vita su di essi. Che cosa sono i pensieri tossici? Come si riconoscono? Sono quelli che non hanno nessuna attinenza con la realtà, concetti fasulli, strutture di pensiero di mera apparenza, prive di connessione con il reale; pensieri propagati, diffusi, assunti, metabolizzati, senza tener conto delle conseguenze. Come esiste un inquinamento dell’aria, dell’acqua e del cibo, esiste anche un inquinamento psichico, assai più grave e ben più difficile da riconoscere rispetto ai rifiuti tossici fisici, dai quali, volendo, si possono agevolmente prendere le distanze. Ma il pensiero, come abbiamo detto, è costituito anche di motivazioni; la motivazione è il secondo aspetto fondamentale del pensare infatti, se un pensiero che esprime un contenuto reale è fondato su motivazioni negative, quali invidia, rancore, vendetta, a causa della carica emotiva tossica anche quel contenuto reale si corrompe, si distorce, e alla fine rende tossico anche il pensiero.Esistono diversi aspetti del pensare; il darshan Nyaya (logica), ad esempio, ne individua due principali: il primo consiste nell’analisi dei propri pensieri, analisi che avviene interiormente; il secondo consiste invece nella riflessione o nell’esame, che a questo punto si può esternare attraverso l’argomentazione, delle deduzioni derivate dall’analisi. Il pensiero si suddivide inoltre in due fasi: la fase in corso, mentre viene pensato, che produce effetti generalmente sotto il controllo del pensatore, che è quindi in grado di modellarlo, e una seconda fase in cui il pensiero, una volta che è stato “ospite” o creatura del soggetto pensante, scivola nell’inconscio, dove lascia una traccia latente, una registrazione mentale inconscia detta samskara. Ma che succede quando un oggetto psichico scivola nell’inconscio? Si aggrega a contenuti psichici di analoga caratteristica emotiva: paura con paura, gioia con gioia, invidia con invidia e così via. Da quel momento in poi, il “pensiero pensato” diventa autonomo rispetto al soggetto pensante e può agire inaspettatamente anche contro la sua volontà. Nella fase in cui il pensiero viene pensato, il soggetto può ancora intervenire, plasmarlo, ma una volta scivolato nell’inconscio ciò non è più possibile, se non con tecniche speciali che diano accesso a quella parte blindata della psiche profonda. Queste categorie inconsce esistono già, a priori, e assorbono le emozioni a seconda della loro specifica natura; sono come serrature in attesa di chiavi. Questi composti inconsci costituiscono componenti emotive importanti, generano le tendenze caratteriali (vasana) e formano così la base sommersa della personalità. Prendiamo una persona che nutre sentimenti di invidia, gelosia o rancore: anche quando si concentra su altro, i pensieri negativi che hanno originato in lei i suddetti sentimenti non si sono annullati, sono stati solo temporaneamente “eclissati” e, poiché niente si crea e niente si distrugge, tali sentimenti, dall’inconscio, ancor più pericolosamente in quanto subdoli, continuano a generare misteriosi effetti negativi sul piano cosciente. Un numero sempre maggiore di moderni ricercatori nel campo scientifico della fisica quantistica, ritiene che l’universo fisico abbia le proprie coordinate di riferimento in una dimensione più sottile, di natura psichica, definita da alcuni ordine implicito. Secondo la tradizione vedica l’universo è esso stesso costituito di psiche, è energia psichica in espansione, un pensiero complesso la cui condensazione è il mondo fisico, da cui scaturisce l’esperienza empirica. Il tema offre stimoli infiniti, soprattutto perché non riguarda semplicemente dei tecnicismi, ma si rifà a figure, a strutture che si trovano già nella nostra mente, sebbene non siano di facile accesso o non si rivelino nell’immediato. Un termine tecnico in senso psicologico per indicare queste strutture è archetipi, frequentemente utilizzato anche da Jung. Nella scienza dello Yoga, rupa è il piano(1) delle forme, che comprende le forme mentali ma anche quelle psichiche(2), dalle quali il corpo fisico dipende. Il piano rupa dipende a sua volta dal piano di realtà ad esso superiore, la bhumi detta vibhuti(3). Qualsiasi oggetto, come una penna o un orologio, prima di diventare tale è stato un pensiero, un’idea, ha avuto dunque un imprinting psichico. Il mondo fisico, come quello psichico, è carico di energia; ogni oggetto è carico psichicamente e questo flusso di energia psichica prende il nome di pratyaya.Microcosmo e macrocosmo, come spiegano le Upanishad, sono indissolubilmente collegati; gli elementi psicofisici, pensieri e atomi, che costituiscono il microcosmo, corpi umani inclusi, sono gli stessi che costituiscono il macrocosmo; il pensiero individuale tossico va ad aumentare la tossicità della mente collettiva. Mentre sono in molti ad essere coscienti della propria salute fisica, è molto più raro trovare qualcuno che sia consapevole di quanto sta accadendo alla sua salute psichica, perché la cultura nella quale viviamo non dà parametri sufficienti per poterla conoscere e monitorare. La conoscenza della struttura fisica pare destinata a tutti, quella psichica solo a pochi specialisti. Ogni specie, nel mondo animale e vegetale, ha la sua peculiare struttura psichica ed è in forza di quella che prendono forma un uomo, una donna, un rettile, un pesce. Nella Gita (XV.9) si spiega che la struttura fisica di qualsiasi essere vivente ruota attorno a quella psichica. Lo stesso vale per il macrocosmo: tutto ciò che si cristallizza, che prende forma nel mondo, si “appoggia” per così dire, su di un ordine celato, implicito, che poi altro non è se non pensiero. Persone di grande valore hanno dimostrato che esiste molto più di ciò che si vede e si percepisce con i sensi. Vi sono percezioni che vanno ben oltre la portata dell’apparato sensoriale e ci sono persone in grado di accedere a questo tipo di esperienze e di percezioni, ad esempio i mistici autentici. Essi riescono a sfondare il velo dell’apparenza e a penetrare la realtà, entrando nell’essenza delle cose. L’essere umano è potenzialmente in grado di generare pensieri con intenzioni valide, ecologiche e contenuti reali. Questo è il livello di consapevolezza che dovremmo raggiungere, fonte di benessere prima di tutto per il soggetto ma anche per l’ambiente in cui vive. Come la tradizione vedica afferma e come possiamo sperimentare nella pratica, l’essere, la persona, non è la struttura psichica né quella fisica, ma dispone di questi strumenti psicofisici per raggiungere il fine della vita, lo scopo ultimo: il più alto bene-essere, la realizzazione del sé. Più ci avviciniamo al sé, più ciò diventa chiaro e reale; il sé è quel “motore immobile” che gestisce tutto il dinamismo, anche all’interno del paradigma spazio-temporale. Questo motore immobile è l’atman, le cui tre caratteristiche inalienabili sono esistenza, consapevolezza e beatitudine (saccidananda). A causa della rifrazione della luce dell’atman in ahamkara, l’ego distorto, l’individuo si trova a vagare nel mondo cangiante, trasportato dalle onde dell’oceano dell’impermanenza, onde generate principalmente dal pensiero. Perfezionando il proprio pensiero l’uomo può tuttavia modificare la propria azione e conseguentemente raggiungere la propria suprema destinazione: illuminazione, felicità e Amore.

(1) Il termine sanscrito è bhumi.
(2) Con mentale ci si riferisce al piano superficiale della mente, con psichico alla struttura mentale nel suo insieme.
(3) Il terzo dei sette piani o livelli, detti bhumi, descritti nella scienza dello Yoga. Nel caso delle vibhuti l’ambito è di natura energetica.