Sono molte le persone che, per vissuti personali, covano un senso di inferiorità che le porta verso amori tormentati, aventi una matrice comune e simile, che si ripetono anche con soggetti diversi. Nelle loro relazioni affettive la richiesta di attenzioni, rassicurazioni e conferme è continua e il buco della loro scarsa auto-stima alimenta pensieri denigratori che tendono a far sperimentare emozioni e desideri che mai si soddisfano. La qualità della vita che si mette in atto e che si sperimenta diventa una dolorosa conseguenza, portatrice di fallimenti e attaccamenti morbosi che portano di fatto solo sofferenza. La Cultura Indovedica, attraverso la sua millenaria letteratura, ci fornisce innumerevoli esempi e storie che dimostrano quanto ciò sia vero ed innato nella struttura stessa dell'essere vivente, al di là di qualsiasi contesto storico o sociale. Tra le tante, possiamo citare la storia del re Dhritarashtra, contenuta all'interno del Mahabharata, del re Puranjana, contenuta all'interno del quarto Canto dello Shrimad Bhagavatam, del brahmana Ajamila, contenuta all'interno del sesto Canto o del Re Citraketu, contenuta nel sesto Canto. Qual è la connessione tra l'esperienza, l'esperienza ripetuta, la dipendenza e quindi il ricadere negli stessi schemi mentali? Perché una persona compie gli stessi errori faticando ad imparare dall'esperienza? Di fatto, le emozioni e le sensazioni connesse sono i marcatori chimici delle esperienze precedenti ed esistono in virtù del fatto che le impressioni derivanti da un determinato vissuto hanno attivato specifiche reti neurali (ovvero le loro sinapsi). L'esperienza ripetuta ha poi rafforzato i loro collegamenti strutturando i percorsi a livello elettro-chimico. Ciò ha dato origine a modelli di comportamento (vasana) precostituiti che si sono rafforzati a tal punto che altre modalità di pensiero non vengono neanche prese in considerazione tanto più il collegamento è forte e saldo. Il “box” del nostro pensiero tenderà a creare pertanto la stessa struttura mentale dando origine ai pensieri automatici condizionanti, che portano ad evitare tutto ciò che non si conosce, ovvero che non si è sperimentato precedentemente. Ad ogni stimolo (interno od esterno) è associata una rete neurale a cui a sua volta è associata una componente emotiva. Nel corso dell'attivazione lungo il circuito formato dalla rete costituita dai singoli neuroni vengono rilasciate delle sostanze (i neurotrasmettitori) portatori di un contributo informativo, che viene comunicato a tutte le cellule del corpo, le quali svilupperanno dei particolari recettori a quel determinato neurotrasmettitore (si pensi che al momento se ne conoscono più di 100 e sono in continua crescita). Tanto più il modello di pensiero è strutturato e quindi il circuito neurale prevalente, tanto più si svilupperanno i recettori a quel determinato neurotrasmettitore. Ciò che avviene è una sorta di assuefazione a quella determinata sostanza rilasciata, ovvero saranno le cellule stesse tramite i recettori a richiederne il rilascio. Sussiste quindi una sorta di feedback dal corpo stesso. Lo stimolo scatenante l'emozione non arriva quindi solo dall'esterno e dall'interno (samskara), ma anche dal corpo a livello chimico. Ecco quindi spiegata la dipendenza emozionale. Naturalmente noi non siamo solo il risultato di elettro-chimica delle cellule, poiché ciò che da vita e luce ad esse è la coscienza che è alla base di tutto. Ne consegue che lo schema di comportamento automatico può essere interrotto agendo su di essa, creando i presupposti per un cambiamento alla base mediante lo sviluppo armonico di volontà saggia e autodisciplina delle emozioni. Per fare ciò il primo vero problema da risolvere è quello della conoscenza di chi siamo realmente. Dalla conoscenza a livello teorico (jnana), si passa poi alla messa in pratica attiva e ciò contribuisce alla modificazione delle reti neurali preesistenti ed alla formazione di nuovi circuiti. Infatti quando acquisiamo delle composizioni semantiche comunicate da qualcun altro (si veda ad esempio gli insegnamenti del Maestro Spirituale) e le interiorizziamo attraverso l'analisi, la riflessione, la contemplazione e la nostra critica personale, iniziamo a modificare e a creare nuove connessioni sinaptiche nel cervello. Queste connessioni di recente connessione costituiranno una rete di tessuti neurologici che non aspettano altro che di essere attivati dall'esperienza di vivere con questa conoscenza nuova. Quindi dalla conoscenza all'esperienza, per passare all'emozione fornita da quell'esperienza; essa consente di maturare una comprensione e lo sviluppo della saggezza. Ne consegue l'evoluzione. Nel corso di questo processo il praticante sviluppa la consapevolezza di essere “altro” che il contenuto mentale, facilitando il processo di dis-identificazione dal contenuto psichico e maturando contestualmente il “gusto” di una nuovo sentire, più elevato e sano rispetto al precedente che in definitiva portava solo sofferenza: “L'anima incarnata può astenersi dal godimento dei sensi, sebbene il gusto per gli oggetti dei sensi rimanga. Ma se perde questo gusto sperimentando un piacere superiore, resterà fissa nella coscienza spirituale” Bhagavad Gita II.59. Il gusto superiore a cui fa riferimento Krishna (param drshtva nivartate) è costituito dalle emozioni spirituali, ciò che realmente appartiene alla nostra essenza, la forza causale di tutto ciò che chiamiamo amore e che viene poi distorto. A quel livello l'emozione non è illusoria in quanto non durevole nel tempo, anzi è stabile, profonda, vera ed autentica e dona intensa gratitudine, amore per sé stessi e per il creato. La felicità suprema, la libertà e la compassione sono dentro di noi, sono le emozioni spirituali. Il vero cambiamento nasce solamente da una vera conoscenza di sé, la visione oltre le maschere dell'ego, comprendendo che il piacere vero e autentico che dona un stabile appagamento, può essere conseguito solo riscoprendo la propria ed altrui intrinseca natura Divina.
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sabato 27 novembre 2010
SINAPSI, RETI NEURALI, ATTACCAMENTI, DIPENDENZE E CONDIZIONAMENTI E LORO SUBLIMAZIONE di Andrea Boni.
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martedì 9 novembre 2010
LA RAZIONALITA' SPIRITUALE di Andrea Boni.
Il giorno 06/11/2010, ho avuto la fortuna di assistere ad una lezione molto interessante di Marco Ferrini (Matsya Avatara Dasa) circa il Lila divino della collina Govardhana, in cui Krishna, per proteggere i Suoi cari devoti, e per correggere l'orgoglio di Indra, solleva un'intera collina posandola su un mignolo della Sua mano. Questo episodio è al di fuori di qualsiasi concezione razionale della mente. Mi sono allora chiesto: cosa è veramente razionale? Anche in matematica esistono i numeri reali, i numeri razionali, etc. Su di essi è possibile costruire un'algebra, ovvero una logica di operazioni in cui si stabiliscono delle regole ben precise. In questa logica, per esempio, si può decidere di definire l'operazione “+” tra due numeri: a+b. Se a=1 e b=1 allora si può definire che a+b=2. Il fatto interessante è che non sempre questo tipo di algebra è sufficiente per definire i fenomeni fisici del mondo fenomenico. Ad esempio sono stati definiti i numeri “immaginari” che consentono di modellare il mondo delle frequenze e sono molto utilizzati nell'ambito delle telecomunicazioni. In questo nuovo mondo un numero è composto di due parti, una parte reale ed una immaginaria: z=a+jb; a è la parte reale e b la parte immaginaria. L'indice “j” definisce il passaggio tra la parte reale e la parte immaginaria. Con questi nuovi numeri è necessario definire una nuova algebra in cui le operazioni hanno un senso diverso rispetto a quelle definite sui numeri reali. I soli numeri reali non sono sufficienti per definire i fenomeni inerenti le telecomunicazioni, che possono invece esserlo con questi “nuovi numeri” definiti con una nuova “logica”. Questo “trucco” di definire oggetti nuovi che possono modellare meglio i fenomeni fisici altrimenti inspiegabili è tipico nell'ambito della Scienza. Allora mi chiedo: perché non accettare una razionalità spirituale? Regole che possono definire e spiegare aspetti che la razionalità ordinaria non può spiegare, ma che diventano comprensibili accettando certi assunti di base. Attendo con gioia commenti e riflessioni per stabilire un utile dibattito su questo tema.
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martedì 19 ottobre 2010
LA COSCIENZA SI TROVA NEL CERVELLO? a cura di Andrea Boni.
A seguito di un articolo pubblicato su questo blog, consultabile QUI.
Ho ricevuto alcuni commenti molto interessanti e consultabili presso lo stesso link. Fornisco anche qui di seguito la mia risposta in modo tale che possa essere condivisa da un pubblico più ampio, e quindi eventualmente coinvolgere altri interessati a fornire il proprio punto di vista.
Ho ricevuto alcuni commenti molto interessanti e consultabili presso lo stesso link. Fornisco anche qui di seguito la mia risposta in modo tale che possa essere condivisa da un pubblico più ampio, e quindi eventualmente coinvolgere altri interessati a fornire il proprio punto di vista.
Gentilissimo/a Amico/a, prima di tutto grazie per gli argomenti proposti, per l'analisi effettuata e per lo stimolo ad una utile discussione che nel nostro intento è veramente costruttiva quando include una varietà di punti di vista. Come studioso di una Cultura Millenaria, tengo a rimarcare il fatto che la Tradizione da noi divulgata non intende sostituire conoscenze acquisite in secoli di studi occidentali, bensì ritengo che possa fornire una prospettiva che integri i risultati ottenuti ad oggi, fornendo un punto di vista utile alla Scienza moderna, non per negarne i risultati, ma appunto per comprenderli e contestualizzarli in una prospettiva olistica, che tenga di conto non solo dell'aspetto fisico e psichico, ma anche e soprattutto spirituale. Aspetto che purtroppo oggi è decisamente trascurato, sebbene sia essenziale per il benessere globale della persona. Ciò è lo scopo principale del Centro Studi Bhaktivedanta. Questo per dirle che concordo con la maggior parte della sua analisi, tenuto anche conto del fatto che conosco ed apprezzo il lavoro prodotto da Damasio nei suoi importanti anni di ricerca, sebbene ci siano tante altre ricerche che pongono dei dubbi circa parte delle sue teorie (http://www.robertoalmada.it/userfiles/file/Antonio%20Damasio(1).pdf). In lui ho riscontrato diversi punti che possono essere ritrovati nella Psicologia dello Yoga. Per esempio, i marcatori somatici di Damasio vengono definiti “samskara” nella Scienza dello Yoga, le traccie di memoria latenti. Impressioni di azioni passate, che come dei solchi rimangono impressi nella memoria profonda del soggetto, provocando un condizionamento psichico e ovviamente fisico. Lo Yoga, pertanto, non nega le affermazioni da lei citate, ma le contestualizza e le amplia. Ad esempio, il concetto di “mente” occidentale, nello Yoga assume un significato più esteso. Si parla di mente (manas) per esprimere quella facoltà psichica connessa ai cinque sensi, una sorta di raccoglitore di dati provenienti dall'esterno. Si parla poi di intelletto (buddhi), come della facoltà psichica discernente. C'é poi la mente profonda (karmashaya), ciò che qui in occidente è stato scoperto essere l'inconscio, dove risiedono i samskara, le memorie latenti delle esperienze passate che creano le tendenze (vasana) e, di fatto, danno struttura alla nostra personalità. Naturalmente c'è anche l'ego (ahamkara), la visione distorta di sé, la falsa identificazione con corpo e psiche. Questi involucri psichici sono da considerarsi come parte integrante del corpo (sharira), sebbene di natura materiale sottile, di cui la struttura celebrale ne è parte. Le sinapsi sono come un ingranaggio del corpo-macchina, che se sono connesse in un certo modo daranno origine ad una funzionalità-comportamento, se sono connesse in un altro daranno origine ad un'altra funzionalità-comportamento. Proprio come gli ingranaggi di una macchina nei quali fluisce corrente: se connessi in un certo modo l'ingranaggio produrrà calore (una stufa), se connessi in un altro l'ingranaggio produrrà fresco (un frigorifero ad esempio). Mi perdoni il paragone Ingegneristico, ma questo è ciò che può produrre un Ingegnere come me nel tentativo di farle capire che la corrente è sempre la stessa sia che scorra in un frigorifero sia che scorra in una stufa! E' l'ingranaggio opportuno che la fa manifestare (l'effetto) in modalità diversa. Ecco per la coscienza funziona allo stesso modo (con i dovuti cambi di paragone …). Cit è la coscienza pura dell'atman, il sé trascendente, oltre corpo e psiche (si, non ci sono prove “scientifiche” della sua esistenza forse, ma non ci sono neanche prove scientifiche della sua non esistenza … ma d'altra parte la Scienza quante cose del mondo ancora non conosce? La visione empirica è così limitata!). Quando la coscienza pura si trova incapsulata in una matrice materiale, con tutte le sue connessioni e le sue sinapsi, si manifesta a livello condizionato (la corrente che produce freddo o caldo a seconda dei diversi ingranaggi …). La Coscienza pura, spirituale, è l'essenza stessa della vita, l'amore che muove tutto nel creato, l'effetto sintropico che si oppone all'effetto entropico della materia. Scopo della vita è riacquisire questo tesoro che giace proprio dentro di noi, l'individuazione di sé, per dirla alla Jung, il Kaivalya di Patanjali o il Nirvana dei Buddhisti, la scoperta del Corpo di gloria dei Cristiani, ecc.... Si tratta di cercare di vedere un pochino oltre il mero aspetto empirico, che, badi, è utilissimo, ma non è sufficiente per una comprensione più vasta e accurata del fenomeno coscienza.
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giovedì 16 settembre 2010
'L'UNIVERSO AMICO' A Cura di Andrea Boni, tratto e ispirato da una lezione di Marco Ferrini (Matsyavatara Dasa).
Oggi, 14 Settembre 2010, ho avuto la fortuna di seguire una lezione di Marco Ferrini che ha stimolato in me una riflessione che desidero condividere con voi riportando alcuni passaggi dell'utile intervento ascoltato. L'Universo è intelligente? Su questo tema sono state enunciate tante teorie, talvolta tra loro in opposizione, che hanno la loro origine nei due principali filoni di pensiero noti rispettivamente come creazionista ed evoluzionista. Secondo i principi veicolati dalla cultura Indovedica possiamo affermare che sì, l'Universo è intelligente, ma non solo: è un caro amico. L'Universo è veramente amico? Sì, ci è supremamente amico. E tutti quegli eventi negativi quali catastrofi naturali, tzunami, abbandoni di neonati, omicidi, guerre, e altro, come si spiegano? Come fa l'Universo ad essere davvero un amico e permettere tutto ciò? E' opinione pressoché condivisa che l'Universo, il cosmo, è ordine, non caos, se non altro per le leggi universali e precise che governano ogni aspetto, dal movimento delle galassie, allo sbocciare di un fiore a primavera. Ma non è solo questo. L'Universo è amico perché soddisfa i nostri desideri più sinceri, ma non quelli egoistici. Quando noi, condizionati e identificati nella nostra struttura psico-fisica, insistiamo per soddisfare i desideri che emergono dalla sfera dell'ego, in realtà, anziché sentirci davvero soddisfatti, ci ritroviamo più insoddisfatti di prima. È per questo che l'universo è un caro amico, perché contrasta l'illusione, proprio come un vero amico che desidera il nostro bene: invece di rafforzare le nostre istanze negative, ci dice esattamente come stanno le cose e ci esorta a superare i nostri condizionamenti, ad evolvere. Le prove che incontriamo nella vita incarnata sono quelle che provengono da un vero amico, che ci stimola a lasciare lo strumento con il quale ci degradiamo, perché la sua vera preoccupazione è quella di vederci crescere, evolvere, maturare. La sua intelligenza è tale che tutte le volte che mettiamo in moto un processo degradante, tutto l'Universo mostra la sua straordinaria tensione e predisposizione a farci salire, mettendoci nelle condizioni di riflettere sul nostro agire. Se sappiamo come trattare con l'Universo e se concordiamo con esso che la nostra priorità è l'evoluzione spirituale, sarà per noi molto amico, si tratta pertanto di capire le sottili leggi che lo regolano. In questo senso la Cultura Indovedica ha fornito degli strumenti davvero preziosi per comprendere le dinamiche che sottendono il nostro agire e le relative conseguenze. Tutto questo non per creare dei robot che agiscono in modo meccanico, l'Universo amico non si aspetta questo da noi, bensì ci incoraggia a coltivare e sviluppare un sano discernimento (tattva viveka) che ci orienti verso il Bene senza lasciarci inorgoglire dai nostri successi, poiché la superbia e l'orgoglio rappresentano i più grandi impedimenti alla nostra crescita spirituale. La vera ricchezza risiede infatti nell'umiltà:
Trinad api sunicena taror api sahishnuna amanina manadena kirtaniya sada harih
“I santi Nomi del Signore andrebbero invocati con mente sottomessa, considerando se stessi meno di una paglia sulla strada,
facendosi più tolleranti di un albero, liberi da ogni senso di falso prestigio e sempre pronti a dar rispetto agli altri. In questo stato di coscienza,
sempre si potranno invocare i Santi Nomi del Signore”.
(Sri Sri Shikshashtaka, verso III)
(Sri Sri Shikshashtaka, verso III)
In un solo verso, Shri Krishna Caitanya Mahaprabhu ci fornisce questo semplice e preziosissimo insegnamento che porta al vero successo nella vita spirituale. Se si realizzano questi insegnamenti riuscendo davvero a metterli in pratica, diventiamo capaci di amare e sentiamo l'universo che ci ama, che è intriso di amore e che dispensa infinita soddisfazione. Non è proibito provare questa soddisfazione purché sia vissuta contraccambiando con amore, anzi dando amore ancor prima di averlo ricevuto. E' questo, infatti, uno dei principi fondamentali dell'universo: per avere bisogna dare. Quindi, l'Universo non solo è ordinato.. ci ama! L'energia Divina è in ogni suo atomo, in ogni sua particella. Nella terminologia Indovedica tale Energia Divina, che è Dio stesso, è indicata con il nome di “Vishnu”: Colui che penetra e pervade tutto. In questo senso, il rito religioso aiuta a realizzare anche questa realtà, ovvero a sentire l'Universo come amico, e attraverso l'atto religioso, come l'adorazione della Divinità o l'invocazione dei Nomi divini, in noi cessa progressivamente la paura perché si percepisce amicizia e dolcezza ovunque, anche se si è consapevoli che nel mondo ci sono anche i malvagi, persone avvelenate dall'invidia con variegati problemi da risolvere, conseguenza di tutte quelle istanze negative accumulate che ostacolano il processo di comprensione e di armonizzazione interiore. Ma anche per proteggersi da queste influenze negative, il miglior comportamento da attuare è sempre quello di offrire affetto, sapienza e amore, in ogni modo e forma possibile.
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lunedì 16 agosto 2010
RIFLESSIONI TRA SCIENZA E SPIRITUALITA' - Intervista di ideeforza.com ad Andrea Boni (Parte Seconda).
Qual è il punto d'incontro tra l'intangibile regno del pensiero e della consapevolezza che costituisce la nostra esperienza interna soggettiva e la "zuppa" biochimica dotata di carica elettrica del cervello?
Andrea Boni: Questa è una domanda molto complicata, che la scienza odierna sta cercando di comprendere. Personalmente apprezzo molto il lavoro svolto da Stuart Hameroff. Studiando i lavori di Hameroff, ho trovato in lui una sintesi accettabile dei meccanismi che sottendono al fenomeno della coscienza e della sua manifestazione nel mondo dei nomi e delle forme. In particolare è molto interessante il lavoro che ha svolto insieme al famoso fisico Penrose, sfociato nella teoria “OR” della coscienza di Penrose-Hameroff, che costituisce un buon punto di partenza per spiegare come sia la coscienza a manifestare la realtà del mondo fenomenico in generale, e i nostri pensieri, sentimenti, emozioni, nello specifico. Questi studi sono ancora allo stato embrionale, e sono concentrati sullo studio del neurone e dei microtubuli in particolare, strutture cave simili a cannucce contenute all'interno di ogni cellula nervosa. Questi interessantissimi studi potrebbero essere l'inizio per una sintesi tra Scienza e Spiritualità, per cambiare il paradigma classico-meccanicistico su cui la nostra società ancora si basa, e sviluppare così un nuovo paradigma quantico-spirituale, olistico, in cui ci sia spazio per un'armonizzazione tra fede e scienza, con l'obiettivo di fornire dei presupposti concreti per interpretare il mondo fenomenico come un immenso laboratorio in cui noi ci muoviamo, dove è la nostra coscienza a creare forme, percezioni, emozioni, e tutto ha un significato, nulla accade per caso, bensì qualsiasi esperienza ha un senso se pensata per un fine evolutivo, l'evoluzione della nostra coscienza stessa. Quando ciò avviene, quando la coscienza ritrova la sua condizione di purezza, il mondo non appare più in quella forma, e l'essere può sperimentare la sua propria natura fatta di beatitudine ed eternità:
Janma karma ca me divyam
Evam yo vetti tattvataha
Tyktva deham punar janma
Naiti mam eti so 'rjuna
“Colui che conosce la natura trascendente della Mia apparizione e delle Mie attività [avendo raggiunto la purezza della mente], o Arjuna, non dovrà più nascere in questo mondo materiale quando avrà lasciato il corpo, ma raggiungerà la Mia eterna dimora”.
(Bhagavad Gita IV.9.)
(Bhagavad Gita IV.9.)
Come si pone l'antica tradizione Indovedica alle attuali problematiche etiche in materia di eutanasia o accanimento terapeutico? Per un soggetto è plausibile poter decidere preventivamente in un testamento biologico le modalità del trattamento del fine vita?
Andrea Boni: Le problematiche legate alla bioetica sono assai numerose e l'opinione pubblica è sempre più coinvolta nella discussione delle tematiche ad essa connesse, anche a causa del bombardamento mediatico cui è sottoposta dai mass-media. Si pensi solo - per fare alcuni esempi - a questi aspetti: clonazione, utilizzo delle cellule staminali, ingegneria genetica, procreazione assistita, sperimentazione clinica dei farmaci, trapianti d'organo nell'uomo, IVG, accanimento terapeutico, eutanasia, problematiche ambientali da compromissione dell'equilibrio biologico, screening generalizzato, etc. I recenti avvenimenti che hanno coinvolto l'opinione pubblica in termini di Bioetica hanno evidenziato la necessità di una profonda riflessione circa la modalità con cui il progresso tecnologico interviene nel modificare il corso naturale degli eventi del vivere umano. Aspetti che sembravano assolutamente naturali non lo sono più a seguito delle innovazioni portate da nuovi ritrovati della tecnica. Si pone quindi il problema di dover affrontare scelte etiche molto delicate che, non potendo essere state codificate in precedenza in termini costituzionali, devono essere rielaborate con sensibilità ed intelligenza. In questo processo la Scienza e la Politica da sole non possono fornire risposte a quesiti di elevato contenuto morale, bensì occorre necessariamente attingere ai principi derivanti da tradizioni in cui lo studio e l'applicazione dei valori etici e morali è stato posto come fondamento del vivere umano. Mentre per l’Occidente la bioetica è una disciplina relativamente recente, nella Tradizione della Cultura antico-indiana da sempre sono state disponibili soluzioni naturali per gestire il rapporto tra creato e creature, per poter affrontare i quesiti posti dai misteri della nascita e della morte, il senso della vita, lo scopo del soffrire e del gioire umano. Tutto questo grazie alla possibilità di attingere ad una scienza completa essenzialmente basata sull’ordine etico universale (dharma), che gestisce sia il micro che il macrocosmo. Nel suo magistero il Divino interviene in tutte le manifestazioni e quindi anche nelle regole degli umani che si attengono ad esso per preservare la loro natura, anch’essa divina. Non è che l’insegnamento dei Veda fornisca risposte puntuali ed esatte a tutte le problematiche che caratterizzano la società moderna circa l’applicazione delle più avanzate scoperte scientifiche e la loro influenza sui trattamenti del corpo umano, sia esso nello stato di embrione o nella manifestazione di un corpo di adulto, anzi, la Cultura Indovedica si rivela pre-veggente, offrendo soprattutto un panorama vasto e completo di insegnamenti e principi che, opportunamente interpretati, consentono di poter affrontare quello che per la società di oggi è un continuo dilemma di opportunità e di problemi. Poiché la bioetica si occupa delle questioni morali che sorgono parallelamente al rapido progredire della ricerca biologica e medica, la sua natura è marcatamente multidisciplinare, potendo annoverare al proprio interno aspetti relativi a varie materie, quali: biologia, medicina, filosofia, diritto, ed altre ancora. Un approccio attento e scrupoloso alla bioetica non può quindi prescindere dal prendere in esame tutte le componenti che provengono da queste aree del sapere umano. La Scienza Vedica è per definizione olistica, ovvero più che multidisciplinare, è quindi esente dalle difficoltà che sorgono nel cercare di armonizzare le tante branche citate, e proprio per questo offre insegnamenti e principi che aiutano nello sviluppo di una coscienza globale del problema, sganciata da identificazioni, condizionamenti o speculazioni che hanno la loro radice nei piani materiali dell'esistenza. L'essere è definito nei suoi tre piani atropologici (bio-psico-spirituali) come una parte del Tutto, e come tale ontologicamente eterno nella parte più profonda della personalità. E' in questo senso una scintilla Divina.
Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanah
Manah-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
Manah-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
“Gli esseri viventi, in questo mondo materiale, sono miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente.” (Bhagavad Gita XV.7)
Nascita e morte vengono interpretati come momenti di cambiamento e come motivo di nuove possibilità di crescita in quel cammino affascinante che è la vita nel suo insieme. Non esiste un inizio, non esiste una fine, ma un ciclo (samsara) che si sussegue eternamente finché l'essere ottiene l'emancipazione (moksha) dalla natura materiale, anch'essa di natura Divina, ottenendo la piena consapevolezza della sua relazione con l'Essere Supremo.
Na jayate mriyate va kadacin
Nayam bhutva bhavita va na bhuya
Ajo nityah shashvato 'yam purano
Na hanyate hanyamane sharire
Na hanyate hanyamane sharire
“Per l'anima non vi è nascita né morte. La sua esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e non avrà inizio nel futuro. Essa non nata, eterna, sempre esistente e primordiale. Non muore quando il corpo muore.”
(Bhagavad Gita II.20)
(Bhagavad Gita II.20)
La natura materiale viene allora vista come strumento di liberazione, non demonizzata, ma anzi prezioso aiuto per superare i condizionamenti indotti da una falsa identificazione con corpo e psiche.
Daivi hy esha guna-mayi
Mama maya duratyaya
Mam eva ye prapadyante
Mayam etam taranti te
Mayam etam taranti te
“Questa mia energia divina [la materia], costituita dalle tre influenze della natura materiale, è difficile da superare, ma coloro che si abbandonano a Me ne superano facilmente i confini”.
(Bhagavad Gita VII.14)
(Bhagavad Gita VII.14)
Questi sono i principi base, le premesse, che occorre avere ben chiari quando si affrontano i temi delicati che sorgono nella società di oggi in chiave bioetica. Senza di essi qualsiasi discussione sarà affrontata solo superficialmente, e non si potranno avere contribuiti oggettivi, ma solo vaghe speculazioni che saranno interpretate soggettivamente. Detto questo, personalmente sono favorevole all'istituzione di un documento in cui il singolo definisce la sua volontà circa la modalità con cui desidera che venga trattato il suo corpo qualora venisse meno la sua consapevolezza cosciente. Ciò è senza dubbio indice di civiltà, ma come sopra ribadito, una tale decisione può essere pienamente compresa e contestualizzata solo con le premesse citate.
venerdì 30 luglio 2010
RIFLESSIONI TRA SCIENZA E SPIRITUALITA' - Intervista di ideeforza.com ad Andrea Boni (Parte Prima).
La fisica moderna dal 900 in poi è giunta alle stesse conclusioni degli antichi Rishi Vedici di circa 5000 anni fa. Cioè che la realtà non è altro che lo spettro di un mosaico vibrante e illusorio, (Maya) appunto. Secondo lei com'è stato possibile giungere ad una realizzazione così profonda della comprensione della realtà ascoltando soltanto la voce dell'interiorità?Andrea Boni: La voce dell'interiorità dice molto di più di quanto può dire la mera conoscenza ottenuta attraverso i sensi. Questo è uno dei primi insegnamenti dei Rishi Vedici, secondo cui la retta conoscenza (pramana) può essere ottenuta in tre modi distinti: attraverso la percezione sensoriale (pratyaksha), attraverso la deduzione (anumana) e attraverso una realizzazione interiore ottenuta sperimentando livelli di consapevolezza che vanno oltre il piano fenomenico (shabda Brahman). Sebbene tutti e tre corretti, solo l'ultimo permette l'ottenimento di una conoscenza vera, priva di errori. Ciò ha naturalmente a che fare con il livello di coscienza di colui che sperimenta. Il Centro Studi Bhaktivedanta (www.c-s-b.org), da anni opera proprio con l'obiettivo di far comprendere al vasto pubblico dell'Occidente questi importantissimi insegnamenti, i cui principi sono quanto mai attuali ed estremamente utili per potersi orientale in questa società.
Ervin Laszlo, un famoso scienziato dell'est europeo (presidente del club di Budapest e più volte candidato al Nobel - tra l'altro residente in toscana -) sostiene che l'universo è collegato e tutto è in relazione continua tra le parti. Riscopre e prende in prestito dalla cosmologia Indù l'Akasha, un campo invisibile che tutto pervade, il luogo di nascita di tutte le cose. Può aiutarci a rendere più chiaro di cosa si tratta?
Andrea Boni: Posso rispondere a questa domanda citando letteralmente una conversazione che ho avuto con Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta, con il quale ho avuto modo di confrontarmi proprio su questo tema. Per chi è interessato ad approfondire questo argomento può consultare il testo: Coscienza e Origine dell'Universo di Marco Ferrini, pubblicato dal Centro Studi Bhaktivedanta. Il termine Akasha utilizzato da Ervin Laszlo, Il vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci nella sua teoria delle particelle subatomiche, riteniamo possano, in buona parte, corrispondere alle caratteristiche dell’elemento “etere” postulato anche dal famoso studioso Marco Todeschini e all'elemento akasha introdotto millenni or sono dalla filosofia Samkhya. L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:
“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.
Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto). Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna il dottor Corbucci spiega che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:
Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.
Ervin Laszlo, un famoso scienziato dell'est europeo (presidente del club di Budapest e più volte candidato al Nobel - tra l'altro residente in toscana -) sostiene che l'universo è collegato e tutto è in relazione continua tra le parti. Riscopre e prende in prestito dalla cosmologia Indù l'Akasha, un campo invisibile che tutto pervade, il luogo di nascita di tutte le cose. Può aiutarci a rendere più chiaro di cosa si tratta?
Andrea Boni: Posso rispondere a questa domanda citando letteralmente una conversazione che ho avuto con Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta, con il quale ho avuto modo di confrontarmi proprio su questo tema. Per chi è interessato ad approfondire questo argomento può consultare il testo: Coscienza e Origine dell'Universo di Marco Ferrini, pubblicato dal Centro Studi Bhaktivedanta. Il termine Akasha utilizzato da Ervin Laszlo, Il vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci nella sua teoria delle particelle subatomiche, riteniamo possano, in buona parte, corrispondere alle caratteristiche dell’elemento “etere” postulato anche dal famoso studioso Marco Todeschini e all'elemento akasha introdotto millenni or sono dalla filosofia Samkhya. L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:
“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.
Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto). Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna il dottor Corbucci spiega che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:
“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo,
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.
Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.
giovedì 22 luglio 2010
'NEWTON SI E' SBAGLIATO, LA GRAVITA' NON ESISTE' di Andrea Boni.
Leggendo sulle versioni on-line dei più importanti quotidiani mi sono imbattuto in questa notizia che ha riacceso in me passati e non terminati studi e ricerche. La notizia riguarda una disputa scientifica circa la validità o meno della Legge di Gravitazione Universale che è stata enunciata da Newton. E' questo un tema davvero interessante già affrontato da eminenti studiosi anche italiani (si consideri ad esempio tutto il lavoro svolto da Todeschini che senza particolari remore esplicitamente affermava che la legge di gravitazione non esiste), e certamente, sebbene non in maniera diretta, anche dagli “scienziati” della coscienza Indovedici.
Letteralmente dall'articolo di Repubblica leggiamo(1):
“La teoria della gravità è forse la più formidabile legge della fisica, il principio più evidente e universale perché corrisponde a un'esperienza empirica irresistibile. Il bambino ancora non sa parlare e uno dei primi giochi in cui si trastulla dal seggiolone, consiste nel far cadere il cucchiaio della pappa. Lo spettacolo è affascinante nella sua ripetitività. Afferra il cucchiaio, lo solleva, lo lascia cadere, e ogni volta il miracolo si ripete: quell'oggetto viene attratto irresistibilmente a terra, costringendo il paziente genitore a raccoglierlo. Ognuno di noi all'età di 18 mesi è stato Newton senza saperlo. Ebbene, ricrediamoci: la forza di gravità è un'illusione, una beffa cosmica, o un "effetto collaterale" di qualcos'altro che avviene a un livello molto più profondo della realtà". Krishna nella Bhagavad Gita ci dice che tutto emana da Lui (aham sarvasya prabhavo …) e che “tutto su di Lui riposa come perle su un filo”. Dal punto di vista della filosofia del Samkhya, il mondo manifesto di cristallizza a partire dall'etere, il vuoto quanto meccanico, sotto la spinta della coscienza creatrice divina, ed è li a quel livello più profondo di realtà che vanno cercate le cause dei moti dei pianeti e di tutti i fenomeni a noi – più o meno – conosciuti. Questa era peraltro la stessa interpretazione di Todeschini. E poi ancora: “L'abbandono di Newton era già stato anticipato dalla relatività di Albert Einstein ma ora avviene una rottura ancora più radicale. Un celebre fisico matematico olandese-americano, il 48enne Erik Verlinde che ha già legato il suo nome alla "teoria delle stringhe" (la supersimmetria negli universi paralleli), sta agitando il mondo accademico degli Stati Uniti con una serie di conferenze in cui fa a pezzi la teoria della gravità. […]. Andrew Strominger, fisico-matematico di Harvard, è uno dei colleghi di Verlinde che non nasconde la sua ammirazione: "Queste idee stanno ispirando discussioni molto interessanti, vanno dritte al cuore di tutto ciò che non comprendiamo del nostro universo". Verlinde è l'ultimo di una serie di scienziati che da trent'anni a questa parte stanno smantellando pezzo dopo pezzo la teoria della gravità. Negli anni Settanta Jacob Bekenstein e Stephen Hawking hanno esplorato i legami tra i buchi neri e la termodinamica.
Negli anni Novanta Ted Jacobson ha illustrato i buchi neri come degli ologrammi, le immagini tridimensionali usate per la sicurezza delle nostre carte di credito: tutto ciò che è stato "inghiottito" ed è sparito dentro i buchi neri dell'universo, è presente come un'informazione stampata nell'ologramma, sulla superficie esterna. Juan Maldacena dell'"Institute for Advanced Study" ha costruito un modello matematico dell'universo espresso come un barattolo di minestra in conserva. Tutto ciò che accade dentro il barattolo, inclusa quella che chiamiamo la gravità, è sintetizzato nell'etichetta incollata all'esterno: fuori invece la gravità non esiste.
Pensate all'universo come una scatola dello scrabble (lo scarabeo, ndr), il gioco in cui si compongono parole con le lettere dell'alfabeto. Se agitate la scatola e sparpagliate le lettere a caso, c'è una sola possibile combinazione che può darvi una poesia del Leopardi. Una quantità pressoché infinita di combinazioni non hanno alcun significato. Più scuotete la scatola delle lettere più è probabile che il disordine aumenti via via che le lettere si combinano per ordine di probabilità. Questo è il nuovo modo di vedere la forza di gravità, come una forma di entropia. O un "effetto collaterale della propensione naturale verso il disordine". Questa è l'interpretazione degli Scienziati moderni. In realtà, le leggi che governano il nostro Universo sono ben altro che un mero risultato del caso. Anzi, come Dante stesso cita è “l'Amore che move il sole e l'altre stelle”. Certamente se ci concentriamo solo su ciò che i nostri sensi possono percepire e/o misurare i risultati che riusciremo ad ottenere ne saranno una diretta conseguenza che porterà ad inevitabili risultati parziali. Newton aveva avuto sicuramente una grande intuizione, ma ciò che ha delineato altro non è che un modello della realtà che in talune circostanze funziona, in altre no. Così è in generale per tutte le leggi. Noi possiamo solo rappresentare la realtà fenomenica con dei modelli rappresentativi, ma potremo entrare nella sua più profonda essenza e forma (svarupa) solo accedendo a livelli di consapevolezza e coscienza più elevati, come ci spiegano lo Yoga e la Bhagavad Gita:
“Sono la fonte di tutti i mondi, spirituali e materiali. Tutto emana da Me. I saggi [che accedono a livelli di coscienza elevati] conoscono questa verità, Mi servono con devozione e Mi adorano con tutto il loro cuore.”
(1) LA Repubblica, 15 Luglio 2010.
Letteralmente dall'articolo di Repubblica leggiamo(1):
“La teoria della gravità è forse la più formidabile legge della fisica, il principio più evidente e universale perché corrisponde a un'esperienza empirica irresistibile. Il bambino ancora non sa parlare e uno dei primi giochi in cui si trastulla dal seggiolone, consiste nel far cadere il cucchiaio della pappa. Lo spettacolo è affascinante nella sua ripetitività. Afferra il cucchiaio, lo solleva, lo lascia cadere, e ogni volta il miracolo si ripete: quell'oggetto viene attratto irresistibilmente a terra, costringendo il paziente genitore a raccoglierlo. Ognuno di noi all'età di 18 mesi è stato Newton senza saperlo. Ebbene, ricrediamoci: la forza di gravità è un'illusione, una beffa cosmica, o un "effetto collaterale" di qualcos'altro che avviene a un livello molto più profondo della realtà". Krishna nella Bhagavad Gita ci dice che tutto emana da Lui (aham sarvasya prabhavo …) e che “tutto su di Lui riposa come perle su un filo”. Dal punto di vista della filosofia del Samkhya, il mondo manifesto di cristallizza a partire dall'etere, il vuoto quanto meccanico, sotto la spinta della coscienza creatrice divina, ed è li a quel livello più profondo di realtà che vanno cercate le cause dei moti dei pianeti e di tutti i fenomeni a noi – più o meno – conosciuti. Questa era peraltro la stessa interpretazione di Todeschini. E poi ancora: “L'abbandono di Newton era già stato anticipato dalla relatività di Albert Einstein ma ora avviene una rottura ancora più radicale. Un celebre fisico matematico olandese-americano, il 48enne Erik Verlinde che ha già legato il suo nome alla "teoria delle stringhe" (la supersimmetria negli universi paralleli), sta agitando il mondo accademico degli Stati Uniti con una serie di conferenze in cui fa a pezzi la teoria della gravità. […]. Andrew Strominger, fisico-matematico di Harvard, è uno dei colleghi di Verlinde che non nasconde la sua ammirazione: "Queste idee stanno ispirando discussioni molto interessanti, vanno dritte al cuore di tutto ciò che non comprendiamo del nostro universo". Verlinde è l'ultimo di una serie di scienziati che da trent'anni a questa parte stanno smantellando pezzo dopo pezzo la teoria della gravità. Negli anni Settanta Jacob Bekenstein e Stephen Hawking hanno esplorato i legami tra i buchi neri e la termodinamica. Aham sarvasya prabhavo
Mattah sarvam pravartate
Iti matva bhajante mam
Budha bhava-samanvitah
Mattah sarvam pravartate
Iti matva bhajante mam
Budha bhava-samanvitah
“Sono la fonte di tutti i mondi, spirituali e materiali. Tutto emana da Me. I saggi [che accedono a livelli di coscienza elevati] conoscono questa verità, Mi servono con devozione e Mi adorano con tutto il loro cuore.”
(1) LA Repubblica, 15 Luglio 2010.
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giovedì 15 luglio 2010
SULLA 'PLASTICITÀ NEURONALE' E LA MEDITAZIONE di Andrea Boni con la collaborazione di Barbara Ferrando.
Recenti studi scientifici hanno ormai ampiamente dimostrato che una delle caratteristiche principali del sistema nervoso è la sua plasticità, ovvero la stupefacente capacità di adattarsi all’ambiente e, come conseguenza, attraverso l’esperienza e la pratica costante, migliorarne le risposte. Sapendo che i cambiamenti che avvengono nella rete neuronale a seguito degli stimoli ambientali possono persistere molto a lungo, in linea di principio anche per tutta la vita dell’individuo, ne consegue che la plasticità neuronale rappresenta la base delle funzioni cerebrali superiori come l’apprendimento e la memoria e, indirettamente, la causa prima della manifestazione delle emozioni e del carattere di una persona in generale, inteso come la sua capacità di reagire agli eventi. L’organizzazione e il raggruppamento delle reti neuronali sono originariamente determinati da fattori genetici, cioè da proteine di “riconoscimento” chemotattiche e da proteine di adesione cellulare i cui geni sono trascritti e tradotti in modo specifico a seconda della popolazione neuronale. Uno dei primi passi nello sviluppo del sistema nervoso centrale è l’inizio della crescita dell’assone nei neuroni neonati: gli assoni nascenti “navigano” verso i loro bersagli specifici creando con essi connessioni sinaptiche le quali vanno a costituire quell’intricata rete che si ritrova nel sistema nervoso centrale maturo. Per fare questo gli assoni che si proiettano verso il bersaglio devono continuamente controllare il loro ambiente spaziale e selezionare accuratamente i percorsi corretti tra tutti quelli possibili (che sono numerosissimi). Ad oggi sono noti diversi “sistemi di navigazione molecolare” che governano e orientano questa funzione di ricerca da parte degli assoni. Comprendere come funzionino questi sistemi di guida molecolare e come concorrano ad avviare e deviare la migrazione degli assoni è uno dei principali obiettivi della neurobiologia. È stato dimostrato che le reti neuronali sono capaci di adattamento e apprendimento, benché uno studio profondo e completo dell’attività dei loro circuiti sia stato finora impedito dalla complessità della loro dinamica. Tuttavia già con millenni di anticipo, la Scienza dello Yoga aveva fornito una conoscenza molto precisa delle dinamiche che contribuiscono alla strutturazione delle reti neuronali, e quindi delle dinamiche mentali automatiche e condizionanti che ne derivano e soprattutto ha fornito i mezzi per la loro destrutturazione. In sostanza, la plasticità delle reti neuronali può essere definita come il continuo modellamento di morfologia e funzione indotta prevalentemente dall’esperienza e quindi dall’ambiente. Tale modellamento può essere rafforzato e “orientato” attraverso la pratica costante (abhyasa) di un determinato esercizio. Ad esempio, per destrutturare schemi mentali automatici, condizionanti e distruttivi, è possibile applicare la tecnica della visualizzazione meditativa giornaliera, da attuarsi prevalentemente nelle ore del mattino (dalle 4 alle 8):Il Signore Shri Krishna disse:
O Arjuna dalle braccia potenti, è indubbiamente molto difficile dominare la mente irrequieta;
tuttavia, o figlio di Kunti, è possibile con la pratica adatta e col distacco emotivo.
(Bhagavad Gita VI.35)
O Arjuna dalle braccia potenti, è indubbiamente molto difficile dominare la mente irrequieta;
tuttavia, o figlio di Kunti, è possibile con la pratica adatta e col distacco emotivo.
(Bhagavad Gita VI.35)
In quelle ore (quel periodo è anche detto brahmamurta) il cervello è particolarmente predisposto all'apprendimento, e quindi all'addestramento su nuovi schemi di pensiero, che consentano di codificare nuovi circuiti neuronali, sani e non condizionanti. Anche se i “periodi critici” (fasi dello sviluppo in cui la plasticità neurale raggiunge l'apice di potenzialità espressiva) si riscontrano prevalentemente nell'infanzia, ad oggi è scientificamente risaputo che la plasticità neurale è una facoltà primaria che caratterizza l'intera vita cerebrale, anche in una fase avanzata d'invecchiamento. Possediamo tutte le potenzialità per ri-mappare le aree del cervello che ci condizionano e che sono generatrici di sofferenza e dipendenza (anche e soprattutto affettiva). In questo senso la pratica della meditazione appare come una vera e propria tecnica per orientare la plasticità neuronale e quando l'oggetto della meditazione è un mantra composto da nomi Divini, il risultato che ne consegue, qualora la pratica sia adeguata e costante, porta a serenità interiore, appagamento, ispirazione e desiderio di condividere.Per maggiori approfondimenti sui benefici della meditazione si veda:
http://psicologiaespiritualita.blogspot.com/2009/04/la-scienza-della-meditazione.html
lunedì 7 giugno 2010
PERDONARE UN TORTO AIUTA A STARE MEGLIO, LO DICE LA SCIENZA. STUDIO DI RICERCATORI PISANI SULLA RISONANZA MAGNETICA FUNZIONALE.
Perdonare un torto non solo solleva simbolicamente la coscienza, ma scientificamente aiuta a stare meglio: lo dimostra la risonanza magnetica funzionale, almeno secondo una ricerca condotta dal dipartimento diMedicina di laboratorio e diagnostica molecolare dell'Azienda ospedaliero-universitaria pisana intitolato 'The Moral Brain: an fMRI study of the neural bases of forgiveness and unforgiveness in humans', premiato con il primo premio per giovani ricercatori dalla 'Fondazione Giannino Bassetti'. Nello studio i ricercatori hanno utilizzato metodiche di risonanza magnetica cerebrale funzionale (fMRI) per esaminare le basi cerebrali che sottendono distinte scelte morali. "Ci siamo chiesti - spiega Giuseppina Rota, assegnista di ricerca nel laboratorio del professor Pietrini e primo autore della ricerca - cosa succede nel cervello quando un individuo che ha subito un torto da una persona a cui è legato deve decidere come superare la situazione di conflitto, se perdonare o meno la persona". Studiando le connessioni funzionali del cervello nelle diverse situazioni, i ricercatori hanno dimostrato che complesse reti di aree cerebrali coinvolte nei processi decisionali, nelle teorie della mente e nella regolazione emotiva dialogano intensamente tra loro nel prendere una o l'altra decisione. "Perdonare permette di superare una situazione di stallo che, se protratta, porterebbe altrimenti ad un'alterazione dell'omeostasi biochimica e psicologica dell'individuo", spiega Emiliano Ricciardi, coautore dello studio. In pratica, i circuiti coinvolti nell'empatia sono chiamati in causa quando si perdona, come se 'calarsi nei panni altrui' potesse aiutare a comprendere le ragioni di chi ci ha offesi e, quindi, a perdonare.
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mercoledì 5 maggio 2010
LA COSMOGONIA NELLA COMMEDIA E NELLA GITA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).
Questo Amore che tutto move si trova più nei pianeti spirituali, Vaikunta, nei pianeti celesti, come Brahma Loka e Svarga Loka, solo in parte nei pianeti mediani, cui noi apparteniamo e in parte o quasi niente negli inferni, dove c’è l’aere bruno e tutto si vede in penombra. Inoltre, secondo la tradizione della filosofia Vaishnava, Dio appare attraverso manifestazioni quadruple e multiple di se stesso, l’ Uno che diventa molti e crea tutto il mondo dell’esistenza empirica (eko bahunam). Nella parte più alta c’è il fiore di loto ed è notevole la corrispondenza con la candida rosa. Quindi, dall’oceano causale sorgono queste manifestazioni che sono divise in tre sistemi planetari: quello inferiore, quello mediano e i cieli che hanno diversi gradi di realizzazione, di gioia e d’illuminazione. Nella visione di Dante il mondo materiale è costituito da quattro elementi sensibili: acqua, aria, fuoco e terra, poi c’è un quinto elemento, l’etere, che fa da spazio a tutta la creazione cosmica, il niente che contiene il tutto. Secondo la visione dantesca, la terra è composta da un emisfero sommerso dalle acque e da un emisfero solido il cui centro è Gerusalemme, sotto Gerusalemme si apre il baratro dell’inferno. Il mondo va dal Gange a Gibilterra, il resto è ” mondo sanza gente”. Attorno alla terra il cielo atmosferico è sormontato dal cielo teologico e da vari tipi di cieli. Agli antipodi di Gerusalemme e dell’inferno c’è il monte del Purgatorio. C’è una simmetria, la stessa che si ritrova nella storia dell’arte, nei dipinti fondo oro di Cimabue, Giotto, Simone Martini, Duccio da Boninsegna e più tardi nelle opere di Perugino, Piero Della Francesca e altri. Il Purgatorio fu teorizzato teologicamente poco prima del 1300, anno del Giubileo indetto da Bonifacio VIII. In quell’occasione fu un purgatorio contaminato da manovre di frode, ma questo luogo in cui le anime potessero purificarsi, espiare per evolversi, non era nuovo per i padri della Chiesa: gli islamici, i sufi, Averroè, Avicenna e molti altri avevano già concettualizzato un processo di purificazione, un posto, una dimensione, per saldare i debiti e purificarsi per poi salire attraverso i vari cieli del Paradiso, attraversare la candida rosa, oltre l’Empireo, nella residenza di Dio. Il Purgatorio, questa montagna altissima, come dirà Ulisse, compare all’inizio della creazione. Quando Dio manifesta le sue potenze, queste si scindono in luminose e tenebrose: a capo delle schiere degli angeli c’è Michele, a capo delle schiere dei demoni c’è Lucifero, l’angelo più bello, intelligente, acuto, capace, creativo, ma orgoglioso ed egocentrico, infatti, immediatamente tende ad avere per sé la bellezza di quello che si sta per creare e non è ancora stato creato. Quando l’uomo nasce ha già in sé una polarizzazione della mente, una parte divina ed una demoniaca, lui deve fare la scelta col libero arbitrio. Nei Veda il mito è narrato con millenni di anticipo, a capo degli angeli (deva) c’è Indra e a capo dei demoni (asura) Vrittra (Rig Veda). L’uomo quando nasce è oppresso da questa tensione, da questo scontro cosmico la cui arena è la psiche. L’uomo tende al cielo, lacerato dalle forze di terra, le forze demoniache, che sono archetipi divini. Non possiamo eliminare il bene ed il male che c’erano e ci saranno prima e dopo di noi, possiamo scegliere se stare con il bene o con il male.
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lunedì 26 aprile 2010
LA COSMOGONIA NELLA COMMEDIA E NELLA GITA (PARTE PRIMA).
Di Marco Ferrini (Matsyavatar das).
Ogni civiltà ha prodotto una sua cosmogonia, perché una delle più pungenti curiosità dell’uomo è stata quella di sapere da dove proviene, dove si trova e dove sta andando, domande eterne a cui la filosofia ha sempre cercato di dare una risposta. Dante aveva accettato per buona la cosmogonia alessandrina, la visione tolemaica geocentrica, ereditata dall’Ellade e dai Latini, che considerava la terra al centro del cosmo. Bisognerà arrivare a Copernico, uomo del Rinascimento, per avere una nuova teoria, dimostrata da funzioni matematiche, che descrive un cosmo differente, cioè eliocentrico con il sole al centro del mondo. Questa nuova visione fu confermata e ampliata nel 1600 da Galileo Galilei, che rischiò la persecuzione e il rogo; fu costretto ad abiurare e lo fece per non diventare una fiaccola vivente in mano ai domenicani, come successe invece al filosofo Giordano Bruno. La concezione che aveva Galileo del mondo non è quella che abbiamo noi oggi con la fisica quantistica ed i telescopi elettronici, eppure i problemi esistenziali rimangono sempre gli stessi: l’uomo continua a nascere, a morire, a non sapere da dove viene e dove sta andando, a vivere con angoscia, a provare il dolore, la frustrazione della vecchiaia, la morte, la transizione e la rinascita. Dante aderisce alla concezione dell’Universo del tredicesimo secolo, anche se essendo una personalità grande ed eclettica, ne dà una sua interpretazione. Dante è un pellegrino speciale, non viaggia solo su terreni fisici come Magellano, Vasco De Gama o Cortes, ma come Virgilio, Enea, san Paolo, Maometto, è una di quelle persone che sperimentano addirittura un viaggio in un’altra dimensione. Nella Gita e il Bhagavata Purana il Cosmo viene rappresentato su tre livelli: ci sono pianeti inferiori (Bhu), pianeti intermedi (Bhuva) e pianeti superiori (Sva), che vengono chiamati anche paradisi. Dall’oceano causale, in basso, avviene la creazione attraverso una promanazione di Maha Vishnu, il Creatore, che è lui stesso una promanazione da Krishna, nome che significa “l’immensamente affascinante”. Nell’alto Empireo esiste la dimora divina che è Goloka Vrindavana (Katha e Svetasvatara Uphanishad, Bhagavad Gita): dimora di luce, fulgenza che illumina tutto il mondo, e nella Commedia si dice:La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
(Paradiso Canto I)
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
(Paradiso Canto I)
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mercoledì 21 aprile 2010
LA PARTICELLA DI DIO?
A cura di Andrea Boni.
“PISA. C'è molto di Pisa nel viaggio alla scoperta dell'"universo bambino" che si sta compiendo al Cern di Ginevra. Un viaggio che potrebbe portare un premio Nobel sotto la torre pendente. Da qualche giorno, infatti, all'interno del Large Hadron Collider, l'acceleratore di particelle più potente della storia, si stanno scontrando fasci protonici a 7.000 miliardi di elettronvolt, un livello energetico mai raggiunto prima. I microscopici fuochi di artificio che scaturiscono dalle collisioni, hanno l'obiettivo di riportare piccoli frammenti di materia alle condizioni immediatamente successive al Big Bang, precisamente una frazione di miliardesimo di secondo dopo l'esplosione che generò l'universo. A capitanare uno dei quattro esperimenti collegati all'attività di LHC è il professor Guido Tonelli, 59 anni, ordinario di Fisica generale all'Università di Pisa e collaboratore dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). Da circa un anno Tonelli è responsabile di Compact Muon Solenoid (Cms), un progetto al cui interno lavorano 3.600 persone, tra scienziati, tecnici e ingegneri.Le leggi della fisica che studiamo oggi, infatti, sono relative a un universo freddo e vecchio di 13,7 miliardi di anni, che non ha più niente in comune con il cosmo appena nato: "Dopo il Big Bang le temperature erano molto elevate e di conseguenza c'erano più particelle di quelle attualmente conosciute - prosegue il fisico - Le più pesanti, infatti, necessitano di grandi quantità di energia e per questo oggi sono scomparse". LHC promette di riportare indietro le lancette dell'orologio e di trovare queste particelle scomparse, utili per svelare molti dei misteri del cosmo: "Prima di tutto cerchiamo il bosone di Higgs, un elemento che permetterebbe di capire come mai le particelle elementari hanno masse così diverse tra loro - spiega Tonelli - Poi c'è la materia oscura, una forma del tutto nuova di sostanza: non la vediamo (perché non emette luce), ma attraverso le osservazioni siamo in grado di dire che rappresenta circa un quarto dell'universo e che tiene insieme enormi ammassi di galassie". Infine, LHC potrebbe confermare (o smentire) le recenti teorie extradimensionali: "Noi viviamo in un mondo a quattro dimensioni (le tre dello spazio più il tempo ndr) ma in origine forse, ce n'era qualcuna in più e con LHC lo scopriremo - spiega Tonelli - Gli elevati livelli di energia all'interno dell'acceleratore potrebbero consentire l'apertura di varchi su dimensioni sconosciute. Ovviamente, parliamo di spazi e tempi estremamente ridotti, per cui sarebbe possibile prelevare soltanto piccole particelle di materia, niente di più. Ma se l'ipotesi fosse confermata, vi sarebbero sviluppi interessanti". Per questi e altri motivi, il nome dello scienziato pisano-lunigianese sembra essere finito nella lista dei candidati al Nobel per la fisica. (Il Tirreno, 7 Aprile 2007)”.
Questi esperimenti sono sicuramente interessanti, tuttavia sarebbe importante comprendere questi fenomeni anche attraverso la Scienza fornita all'interno dei Veda e della Filosofia del Samkhya e della Bhagavad Gita in particolare, dove viene descritto come la materia sia una manifestazione dell'energia Divina che si manifesta a partire dall'elemento etere (akasha).
L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.
Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto).
Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna diversi fisici oggi spiegano che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:
“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo,
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.
Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.
lunedì 12 aprile 2010
UMANITA' NELLA BHAGAVAD GITA.
A cura di Andrea Boni.
La Bhagavad Gita non parla dell'uomo in astratto, ma dell'uomo incarnato, con i suoi condizionamenti, le sue paure e le sue crisi, e lo aiuta ad uscire fuori da questa situazione sgradevole che causa solo sofferenza. L'aiuto concreto portato da Krishna è andare oltre il contingente, quel contingente che è insostenibile dagli umani. In questo senso la Bhagavad Gita costituisce un patrimonio dell'umanità, infatti tutti gli esseri viventi, pur essendo frammenti infinitesimali di Dio, e quindi pur godendo con Lui di una relazione unica e distinta propria della nitya svarupa di ogni frammento eterno, poiché costituiti di energia marginale, possono essere soggetti all'azione ammaliatrice (maya) della potenza intrinseca della natura materiale. Se avviene il contatto tra purusha e prakriti, conseguenza comunque del libero arbitrio del purusha stesso, l'essere si ritrova incarnato e condizionato e lotta così contro le influenze della natura materiale e contro i sensi e la mente:Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanah
Manah-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
Jiva-bhutah sanatanah
Manah-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
“Gli esseri viventi, in questo mondo di condizioni, sono Miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente. (Bhagavad Gita XV.7)”
Apparentemente è una lotta impari poiché la materia (prakriti) ha una potenza superiore, che il jiva non riesce ad affrontare con le sue forze, ma può farlo tramite l'abbandono fidente a Colui che è fonte dell'energia stessa
Daivi hy esha guna-mayi
Mama maya duratyaya
Mam eva ye prapadyante
Mayam etam taranti te
Mama maya duratyaya
Mam eva ye prapadyante
Mayam etam taranti te
“Questa Mia energia Divina, costituita dalle tre influenze della natura materiale, è difficile da superare, ma coloro che si abbandonano a Me ne varcano facilmente i confini. (Bhagavad Gita VII.14)”.
Il Jivabhuta è quindi costituito di spirito e materia. Lo spirito costituisce l'energia di Amore del Divino, mentre la materia, priva di coscienza, costituisce le coperture fisiche e psichiche, ed è per questo la causa vera della sofferenza (quando il soggetto si identifica completamente con tali coperture):
Bhumir apo 'nalo vayuh
Kham mano buddhir eva ca
Ahamkara itiyam me
Bhinna prakrtir ashtadha
Apareyam itas tv anyam
Prakrtim viddhi me param
Jiva-bhutam maha-baho
Yayedam dharyate jagat
Kham mano buddhir eva ca
Ahamkara itiyam me
Bhinna prakrtir ashtadha
Apareyam itas tv anyam
Prakrtim viddhi me param
Jiva-bhutam maha-baho
Yayedam dharyate jagat
“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente, intelligenza e falso ego – questi otto elementi, distinti da Me, costituiscono la Mia energia materiale.
O Arjuna dalle braccia potenti, oltre a questa energia ne esiste un'altra, la Mia energia superiore, costituita dagli esseri vivienti che sfruttano le risorse dell'energia inferiore, la natura materiale. (Bhagavad Gita VII.4-5).”
In questi versi troviamo quindi l'uomo dal punto di vista fisico, psichico e spirituale, l'uomo nei suoi tre piani antropologici così come spiegato da Krishna nella Bhagavad Gita.
La fonte della sofferenza dell'uomo risiede quindi in questa scissione della personalità. La natura Divina che si identifica con la natura transitoria di corpo e psiche, dovuta al riflesso del sé: l'ego. L'essere pensa di essere l'autore dell'azione che in realtà è attuata sotto l'influenza dei tre elementi della natura materiale per mezzo della distorsione provocata dalla percezione erronea di sé (l'ego, ahamkara):
Prakrteh kriyamanani
Gunaih karmani sarvashah
Ahankara-vimudhatma
Kartaham iti manyate
Gunaih karmani sarvashah
Ahankara-vimudhatma
Kartaham iti manyate
“Sviata per l'influenza del falso ego, l'anima spirituale, crede di essere l'autrice delle proprie azioni, che in realtà sono compiute dalle tre influenze della natura materiale. (Bhagavad Gita III.27)”.
A causa dell'ego l'Amore puro che costituisce la natura più intima della personalità, entrando a contatto con rajio-guna, diventa kama (desiderio di natura egoica). Ed é la vera causa di sofferenza, il nemico da combattere per riscoprire la centralità della personalità, l'umanità vera. Krishna stesso ad una domanda di Arjuna che chiedeva quale fosse la causa della sofferenza, afferma:
Kama esha krodha esha
Rajo-guna-samudbhavah
Mahashano maha-papma
Viddhy enam iha vairinam
Rajo-guna-samudbhavah
Mahashano maha-papma
Viddhy enam iha vairinam
“E' desiderio egoico soltanto, o Arjuna. Nata al contatto con l'influenza della passione e poi trasformatasi in collera, è il nemico devastatore del mondo intero e la fonte del peccato. (Bhagavad Gita III.37)”.
Dove risiede il desiderio egoico? Risiede a vari livelli e secondo differenti coperture dipendenti dalla struttura fisico-psichica e dal grado di condizionamento con la materia:
Dhumenavriyate vahnir
Yathadarsho malena ca
Yatholbenavrto garbhas
Tatha tenedam avrtam
Yathadarsho malena ca
Yatholbenavrto garbhas
Tatha tenedam avrtam
Come il fuoco è coperto dal fumo, lo specchio dalla polvere e l'embrione dall'utero, così l'essere vivente è coperto dalla dal desiderio egoico? in differenti gradi. (Bhagavad Gita III.38)
E' il desiderio egoico che sia annida nella psiche il vero ostacolo all'evoluzione. E' esso che occorre combattere con l'arma del distacco e della pratica costante:
Indiriyani mano buddhir
Asyadhishthanam ucyate
Etair vimohayaty esha
Jnanam avrtya dehinam
Asyadhishthanam ucyate
Etair vimohayaty esha
Jnanam avrtya dehinam
“I sensi, la mente e l'intelligenza sono i luoghi in cui si annida il desiderio egoico. E' in questo modo che il desiderio egoico copre la vera conoscenza dell'essere vivente e lo confonde. (Bhagavad Gita III.40)
Questi versi descrivono quindi l'umanità, fatta di corpo, psiche e desiderio egoico, che li si annida, e che occorre conquistare con l'arma della conoscenza e del distacco che insieme portano ad un stabile cammino di realizzazione interiore e conseguente piena armonizzazione della personalità. Conoscenza significa conoscere le dinamiche che portano al dannoso condizionamento, e la natura superiore dell'essere vivente che trascende ogni involucro materiale e psichico:
La Bhagavad Gita è quindi un perfetto manuale che consente di conoscere la l'umanità dell'essere vivente nel suo insieme e la sua natura intima che lo lega a Dio. Tale conoscenza (jnana) diventa strumento vero di evoluzione quando realizzata (vijnana), attraverso una pratica spirituale costante e coerente. Solo allora l'armonizzazione della personalità sarà completa e il purusha potrà godere della beatitudine divina.
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domenica 21 marzo 2010
LE TRACCE DI MEMORIA (SAMSKARA)
A cura di Andrea Boni.
A cura di Andrea Boni.
Da un articolo di Adele Sarno apparso su Repubblica del 13 Marzo 2010, leggiamo che oggi la tecnologia è un pochino più avanti nel tentativo di leggere nel pensiero."Per la prima volta un gruppo di studiosi londinesi ha usato degli scanner per imaging a risonanza magnetica per 'leggere nel pensiero'. Ciò è stato possibile perchè nello studio sono state individuate tracce di memoria 'fissa' visibili e misurabili nel cervello".
Presto bisognerà fare attenzione a ciò che ci passa per la mente, perché con l’aiuto di uno scanner sarà possibile leggere i pensieri. Questi infatti possono lasciare tracce visibili e misurabili nel cervello. L’esperimento è riuscito a un’equipe di ricercatori dell’Università di Londra che ha registrato l’attività cerebrale legata a differenti tipi di ricordi. Con un apparecchio per le risonanze magnetiche funzionali per immagini (fMRI) , che normalmente si usa per monitorare l’attività di vari organi, gli studiosi hanno analizzato i processi mentali che avvengono nella zona lombo temporale del cervello e hanno rilevato che i ricordi lasciano una sorta di segno indelebile, che può essere decifrato. In altre parole sono riusciti a individuare l’impronta di un ricordo che stimola il pensiero. Il lavoro si basa su le cosiddette "tracce di memoria", la cui esistenza è accettata da quasi un secolo ma i cui meccanismi, natura e localizzazione rimangono ancora in gran parte un mistero. Questo studio, pubblicato su Current Biology, prova a capirne i meccanismi sfruttando la "memoria episodica". Nell’esperimento gli studiosi hanno sottoposto sei donne e quattro uomini, di un’età media di 21 anni, alla proiezione di tre clip di differenti film, ognuna della durata di sette secondi. Tutti i filmati erano simili e mostravano diverse persone impegnate in normali attività quotidiano: imbucare una lettera, bere un caffè, camminare. Dopo la visione i partecipanti hanno descritto, su richiesta, ciò che ricordavano delle scene appena viste. In quel momento è entrata in azione lo ‘scanner’ che ha monitorato le tracce di memoria lasciate nei cervelli. Nella seconda parte del test i volontari dovevano ricordare casualmente le clip mentre erano sottoposti alla risonanza. Nella metà dei casi il computer riusciva a predire ciò che avrebbero detto. Questo accade, spiegano i ricercatori, perché le tracce della memoria associate ad ogni clip sono rimaste invariate per tutta la durata dell’esperimento, suggerendo che queste erano “fisse”. E così la macchina per la risonanza magnetica funzionale, registrando le ‘tracce di memoria’ ha dimostrato di essere in grado di leggere nel pensiero.
Ma, aggiungono i ricercatori, le tracce dei ricordi per ciascuna delle tre proiezioni erano simili in tutti i partecipanti. “Sebbene gli schemi cerebrali fossero in generale diversi per ciascun individuo, esiste una notevole similarità nelle zone dell'ippocampo attivate dal ricordo”, scrivono nello studio Sempre lo stesso team di di neuroscienziati dell’University College London aveva già dimostrato di essere in grado di ‘vedere’ i pensieri di una persona posta in una situazione di realtà virtuale. “La ricerca è un passo in avanti, ma è ancora una tecnica in fase embrionale e va sviluppata in futuro”. La Scienza dello Yoga descrive molo bene le “traccie di memoria”. Sono i cosiddetti samskara, le impressioni latenti, che si imprimono nella mente profonda (cittah) e da li costituiscono fonte di condizionamento (positivo o negativo) per l'essere incarnato. In particolare se si insiste nel fare qualcosa che non dev'essere fatto, si diventa schiavi di quello che si sta facendo, perché si stabilisce un numero sempre maggiore di samskara che si rafforzano vicendevolmente ed esercitano forza, pressione sul carattere. Allo stesso modo, se ci impegniamo nel seguire una giusta disciplina, sebbene talvolta ci costi fatica, questo ci porterà a costruire i samskara per le suddette azioni e a sviluppare il gusto necessario per portarle poi avanti spontaneamente. Tale meccanismo può apparire misterioso e, generalmente, persone inconsapevoli di questo attribuiscono un grande potere volitivo a quel che a loro piace e non piace, ignorando il ruolo dei samskara, i quali determinano gusti e tendenze e sono modificabili. Per questo motivo è necessario crearsi i giusti samskara e, anche quando per pigrizia sembrerebbe più comodo non fare una cosa che andrebbe fatta, meglio essere attenti, perché il non farla genera quel tipo di samskara e quel particolare samskara di “pigrizia” diviene poi un ostacolo ancora più ingombrante la volta successiva che crederemo opportuno fare quel qualcosa. Con i samskara poi perdiamo la nostra libertà e la capacità di agire in maniera autonoma? No, affatto, infatti la dimostrazione consiste proprio nel fatto che, quando decidiamo di non fare una cosa, possiamo non farla, ma dobbiamo sapere che in quel modo generiamo altri samskara. Noi siamo sempre responsabili delle nostre scelte e dunque anche la scelta di quale genere di samskara dotarci, fornirci.venerdì 19 febbraio 2010
LA COSCIENZA SI TROVA NEL CERVELLO? a cura di Andrea Boni.
Questa volta, grazie all'indicazione della cara collega Dott.ssa Diana Vannini, mi sono imbattuto in un interessantissimo articolo pubblicato su un blog specializzato di Neuropsicologia (QUI).
Di seguito riporto integralmente l'articolo per comodità:
"Alla base dell'assunto dell'esistenza di una correlazione fra coscienza e attività neurale misurabile con gli strumenti della neurofisiologia vi sarebbe una profonda confusione filosofica”... Lo sostiene Ray Tallis, dell'Università di Manchester, sul New Scientist (R. Tallis, You won't find consciousness in the brain, New Sci, 7/1/2010). La gran parte dei neuroscienziati e dei filosofi della mente “vedono avvicinarsi il giorno in cui saranno finalmente in grado di spiegare tutti i misteri della coscienza umana attraverso l'osservazione dell'attività del cervello”. Allo stesso tempo, “una minoranza contesta questa ortodossia”, principalmente mettendo in discussione la “precisione” delle correlazioni fra le misure indirette dell'attività cerebrale e le funzioni mentali, caratteristica saliente degli studi finora condotti in questo complesso campo di indagine. Nel 2009 uno studio pubblicato da Harol Pashler e colleghi su Perspectives on Psychological Sciences aveva messo in evidenza e dubitato delle “troppo elevate correlazioni” fra attività del cervello e vari costrutti psicologici (peraltro “raramente illustrate a dovere”, a detta degli Autori) riscontrate nei paper di comunicazione dei risultati di ricerche condotte con risonanza magnetica funzionale (fMRI) nel campo della cognizione sociale, delle emozioni e della personalità. Il vero problema però, per come la vede Tallis, non è tanto nelle “limitazioni tecniche” degli strumenti, destinate a essere temporanee visto l'incalzante progresso delle neuroscienze, quanto nel metodo di indagine adottato, fondato a suo giudizio su una “confusione filosofica profonda”. Secondo il professore di Manchester infatti, sarebbero ancora numerosi gli aspetti della coscienza ordinaria che "resistono" alla spiegazione neurologica e “il fallimento dei tentativi di spiegare la coscienza in termini di attività nervosa non è dovuto a limiti tecnici facilmente superabili, ma alla natura auto-contraddittoria del compito, di cui l'incapacità di spiegare la contemporanea unità e molteplicità della consapevolezza, l'avvio dell'azione, la costruzione del sé, il libero arbitrio, la presenza esplicita del passato (non ammessa in un sistema fisico; le sinapsi, in quanto strutture fisiche, lavorano solo a stati presenti) ecc. non sono che i sintomi”. La ragione fondamentale della “incompletezza o irrealizzabilità” di qualsiasi spiegazione in questi termini sarebbe legata alla “disgiunzione fra gli oggetti della scienza e i contenuti della coscienza: la scienza incomincia proprio nel momento in cui rifugge dall'esperienza soggettiva, l'esperienza in prima persona, preferendovi la misurazione oggettiva che ci allontana dal fenomeno della coscienza soggettiva verso il regno in cui le cose sono descritte in termini quantitativi astratti". Questo modo di procedere - conclude Tallis - scarterebbe d'ufficio proprio i contenuti essenziali della coscienza che si vuole spiegare...Una curiosità: Ray Tallis non è un filosofo, è un medico della Academy of Medical Sciences. Questo articolo ci rimanda ad una riflessione pubblicata proprio su questo Blog (QUI), in cui venivano criticati i metodi di indagine della scienza positiva, basati sulla misurazione sperimentale, oggettiva, quando applicati per descrivere i fenomeni della coscienza. La cultura Antico Indiana, infatti, afferma che non è possibile descrivere la coscienza con i sensi (o con loro estensioni, quali possono essere anche i più moderni strumenti di misurazione), bensì è possibile spiegare questo fenomeno fondamentale della personalità solo con la coscienza stessa! Ovvero attraverso una visione interiore, quella a cui è possibile accedere mediante la meditazione. La coscienza non risiede nel cervello, di cui le sinapsi con i loro collegamenti risultano essere un effetto (quelli che Tallis chiama i sintomi), ma nella parte più profonda della personalità, l'atman, il sé che trascende ontologicamente la natura transitoria effimera del corpo. Parliamo quindi di due piani di valutazione differenti, non in contrapposizione, perché ovviamente il cervello con le sue connessioni interviene nel fenomeno Coscienza, ed infatti, più propriamente, dovremmo in tal caso definirla “coscienza condizionata”, poiché la natura pura della coscienza (cit), si trova ad essere condizionata (cittah) a causa della presenza del materiale psichico sottile e delle connessioni strutturate (“l'hardware” celebrale costituito dalle interconnessioni di sinapsi). Come Krishna spiega nella Bhagavad Gita (VII.4-5): “Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente, intelligenza e falso ego – questi otto elementi, distinti da Me, costituiscono la Mia energia materiale. […] Oltre a questa energia ne esiste un'altra, la Mia energia superiore, costituita dagli esseri viventi che sfruttano le risorse dell'energia inferiore, la natura materiale”. Le energie ontologiche sono due: materia (prakriti) ed il sé (purusha). Il sé può essere conosciuto solo con il sé, non con la materia, altrimenti si cade in una contraddizione, come evidenziato dal Prof. Tallis. Riflessioni di questo tipo, espresse da importanti ricercatori come il Prof. Tallis, evidenziano il dibattito tutt'ora aperto sul tema della coscienza, e le diverse contrapposizioni presenti. La Cultura Antico Indiana, in questo senso, costituisce un importante contributo per tutti i ricercatori aperti a visioni che possono integrare e migliorare le attuali conoscenze.
Di seguito riporto integralmente l'articolo per comodità:
"Alla base dell'assunto dell'esistenza di una correlazione fra coscienza e attività neurale misurabile con gli strumenti della neurofisiologia vi sarebbe una profonda confusione filosofica”... Lo sostiene Ray Tallis, dell'Università di Manchester, sul New Scientist (R. Tallis, You won't find consciousness in the brain, New Sci, 7/1/2010). La gran parte dei neuroscienziati e dei filosofi della mente “vedono avvicinarsi il giorno in cui saranno finalmente in grado di spiegare tutti i misteri della coscienza umana attraverso l'osservazione dell'attività del cervello”. Allo stesso tempo, “una minoranza contesta questa ortodossia”, principalmente mettendo in discussione la “precisione” delle correlazioni fra le misure indirette dell'attività cerebrale e le funzioni mentali, caratteristica saliente degli studi finora condotti in questo complesso campo di indagine. Nel 2009 uno studio pubblicato da Harol Pashler e colleghi su Perspectives on Psychological Sciences aveva messo in evidenza e dubitato delle “troppo elevate correlazioni” fra attività del cervello e vari costrutti psicologici (peraltro “raramente illustrate a dovere”, a detta degli Autori) riscontrate nei paper di comunicazione dei risultati di ricerche condotte con risonanza magnetica funzionale (fMRI) nel campo della cognizione sociale, delle emozioni e della personalità. Il vero problema però, per come la vede Tallis, non è tanto nelle “limitazioni tecniche” degli strumenti, destinate a essere temporanee visto l'incalzante progresso delle neuroscienze, quanto nel metodo di indagine adottato, fondato a suo giudizio su una “confusione filosofica profonda”. Secondo il professore di Manchester infatti, sarebbero ancora numerosi gli aspetti della coscienza ordinaria che "resistono" alla spiegazione neurologica e “il fallimento dei tentativi di spiegare la coscienza in termini di attività nervosa non è dovuto a limiti tecnici facilmente superabili, ma alla natura auto-contraddittoria del compito, di cui l'incapacità di spiegare la contemporanea unità e molteplicità della consapevolezza, l'avvio dell'azione, la costruzione del sé, il libero arbitrio, la presenza esplicita del passato (non ammessa in un sistema fisico; le sinapsi, in quanto strutture fisiche, lavorano solo a stati presenti) ecc. non sono che i sintomi”. La ragione fondamentale della “incompletezza o irrealizzabilità” di qualsiasi spiegazione in questi termini sarebbe legata alla “disgiunzione fra gli oggetti della scienza e i contenuti della coscienza: la scienza incomincia proprio nel momento in cui rifugge dall'esperienza soggettiva, l'esperienza in prima persona, preferendovi la misurazione oggettiva che ci allontana dal fenomeno della coscienza soggettiva verso il regno in cui le cose sono descritte in termini quantitativi astratti". Questo modo di procedere - conclude Tallis - scarterebbe d'ufficio proprio i contenuti essenziali della coscienza che si vuole spiegare...Una curiosità: Ray Tallis non è un filosofo, è un medico della Academy of Medical Sciences. Questo articolo ci rimanda ad una riflessione pubblicata proprio su questo Blog (QUI), in cui venivano criticati i metodi di indagine della scienza positiva, basati sulla misurazione sperimentale, oggettiva, quando applicati per descrivere i fenomeni della coscienza. La cultura Antico Indiana, infatti, afferma che non è possibile descrivere la coscienza con i sensi (o con loro estensioni, quali possono essere anche i più moderni strumenti di misurazione), bensì è possibile spiegare questo fenomeno fondamentale della personalità solo con la coscienza stessa! Ovvero attraverso una visione interiore, quella a cui è possibile accedere mediante la meditazione. La coscienza non risiede nel cervello, di cui le sinapsi con i loro collegamenti risultano essere un effetto (quelli che Tallis chiama i sintomi), ma nella parte più profonda della personalità, l'atman, il sé che trascende ontologicamente la natura transitoria effimera del corpo. Parliamo quindi di due piani di valutazione differenti, non in contrapposizione, perché ovviamente il cervello con le sue connessioni interviene nel fenomeno Coscienza, ed infatti, più propriamente, dovremmo in tal caso definirla “coscienza condizionata”, poiché la natura pura della coscienza (cit), si trova ad essere condizionata (cittah) a causa della presenza del materiale psichico sottile e delle connessioni strutturate (“l'hardware” celebrale costituito dalle interconnessioni di sinapsi). Come Krishna spiega nella Bhagavad Gita (VII.4-5): “Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente, intelligenza e falso ego – questi otto elementi, distinti da Me, costituiscono la Mia energia materiale. […] Oltre a questa energia ne esiste un'altra, la Mia energia superiore, costituita dagli esseri viventi che sfruttano le risorse dell'energia inferiore, la natura materiale”. Le energie ontologiche sono due: materia (prakriti) ed il sé (purusha). Il sé può essere conosciuto solo con il sé, non con la materia, altrimenti si cade in una contraddizione, come evidenziato dal Prof. Tallis. Riflessioni di questo tipo, espresse da importanti ricercatori come il Prof. Tallis, evidenziano il dibattito tutt'ora aperto sul tema della coscienza, e le diverse contrapposizioni presenti. La Cultura Antico Indiana, in questo senso, costituisce un importante contributo per tutti i ricercatori aperti a visioni che possono integrare e migliorare le attuali conoscenze.
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lunedì 8 febbraio 2010
LA RELIGIONE IMPEDISCE DI RAGIONARE?
A cura di Andrea Boni.
A cura di Andrea Boni.
Quest'oggi come di consueto ho aperto i siti Internet di alcuni dei più importanti quotidiani per leggere le notizie e tenermi informato. E' una pratica che adotto da tempo per dedicare 15-30 minuti alla lettura degli articoli più interessanti. Mi sono imbattuto in una notizia il cui contenuto non è nuovo, certamente, ma visto il tono e i temi che abbiamo deciso di trattare in questo Blog non potevo ignorare. La notizia riporta alcune dichiarazioni di Umberto Veronesi circa la religiosità che riporto integralmente di seguito così come pubblicato sul Corriere della Sera.
MILANO - La religione impedisce di ragionare mentre la scienza vive nella ricerca della verità. Sono mondi molto lontani. Umberto Veronesi, nel corso di Sky Tg24 Pomeriggio, ha spiegato i motivi che, da scienziato, lo hanno portato ad allontanarsi dalla fede. «Scienza e fede non possono andare insieme - ha affermato l' oncologo - perché la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di legenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti».
«INTEGRALISTA» - Secondo Veronesi, infatti, la religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità, nel bisogno di provare, di criticare se stessa e riprovare. In sostanza, è la sua tesi, si tratta di due mondi e concezioni del pensiero molto lontani l'uno dall'altro, che non possono essere abbracciati tutti e due. Nel corso della trasmissione l'oncologo ha poi ricordato di venire da una famiglia religiosissima, «ho recitato il rosario tutte le sere fino ai 14 anni», ma di aver deciso di allontanarsi, nei primi tempi con grande difficoltà, dopo aver esaminato a fondo tutte le religioni. «Perché - ha concluso - mi sono convinto che ogni religione esprime il bisogno di una determinata popolazione in quel momento storico». (Fonte: Ansa)
Il connubio Scienza e Fede ha caratterizzato la dialettica degli ultimi millenni. Già Tommaso D'Aquino si occupò di questo importantissimo aspetto, infatti. Probabilmente le esperienze spirituali di Veronesi sono state davvero traumatiche e dispiace leggere tali contenuti un poco “chiusi” e limitati da una mente intelligente e colta. La mia esperienza con la Scienza appartiene alla “tradizione” occidentale: laureato in Ingegneria Elettronica, Dottorato di Ricerca in Ingegneria Elettronica ed Informatica, Ricercatore presso l'Università di Trento con studi sulle Reti Neurali e modelli di apprendimento Automatico, Docente di Elettronica dei Sistemi Digitali presso la stessa Università. Davvero tanta razionalità e Scienza nel mio Curriculum! La mia esperienza con la spiritualità appartiene prima alla tradizione Cattolica, poi, più recentemente alla tradizione Induista con matrice Vedico-Vaishnava. Ebbene posso dire che se la religiosità, o meglio la spiritualità, viene vissuta in modo dogmatico e fideistico allora si impedisce di ragionare. Ma allo stesso modo impedisce di ragionare un certo tipo di scienza quando imposta secondo concezioni guidate da fattori che esulano da una libera interpretazione della ricerca. Siamo sicuri che oggi la ricerca sia proprio libera? La Tradizione dello Yoga, per esempio, ma anche in tutte le tradizioni autentiche, in cui si cerca con sincerità l'evoluzione dello spirito che porta ad una reale armonizzazione della personalità, propone un metodo che consente di migliorare tutte le componenti della psiche, intelligenza inclusa, attraverso una continua analisi del proprio avanzamento e attraverso un metodo esatto di evoluzione spirituale. Posso dire da scienziato di avere trovato una Scienza esatta nella spiritualità dell'India Antica, che non impedisce di ragionare, ma anzi la ragione (Vedanta) si coniuga in modo armonico con la fede e la devozione (Bhakti) verso il Divino. Ciò è espresso chiaramente nella parola sanscrita “Bhaktivedanta”. L'invito a tutti i ricercatori sinceri è di non mettere delle barriere intellettuali a priori, ma di rimanere versatili e aperti, con spirito critico costruttivo, a tutti quei contenuti autentici che possono davvero migliorare la nostra vita.
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mercoledì 27 gennaio 2010
STUDIO DELL'UNIVERSITÀ DI PADOVA.
La religiosità rallenta demenza senile.
L'attitudine alla spiritualità si assocerebbe a una riduzione dalla velocità del decadimento cognitivo.
La religiosità rallenta demenza senile.
L'attitudine alla spiritualità si assocerebbe a una riduzione dalla velocità del decadimento cognitivo.
VENEZIA - La religiosità, intesa come attitudine alla religione o spiritualità, rallenta la progressione della demenza senile. È quanto emerge da uno studio di due ricercatori della Clinica geriatrica dell' Università di Padova, diretta dal professor Enzo Manzato e pubblicato sulla rivista «Current Alzheimer Research».LO STUDIO - Lo studio è stato condotto su 64 pazienti affetti da Alzheimer in differenti stadi della malattia, monitorando per 12 mesi la progressione della demenza, dopo aver suddiviso gli ammalati in due gruppi: quelli con un basso livello di religiosità e quelli con un moderato o alto livello di religiosità. Per un anno i pazienti sono stati sottoposti a test per misurare il loro stato mentale e la loro funzionalità nelle attività quotidiane, sia quelle che permettono un primo grado di autosufficienza (vestirsi, lavarsi e mangiare da soli) sia quelle maggiormente complicate (come telefonare). I malati del gruppo con basso livello di religiosità hanno avuto nell'anno una perdita delle capacità cognitive del 10% in più rispetto a quelli con un livello di religiosità medio-alto. Le malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer non sono guaribili, farmaci e condizioni particolari di vita possono solo rallentarne la progressione. «È noto che gli stimoli sensoriali provenienti da una normale vita sociale rallentano il decadimento cognitivo - spiega il professor Manzato - ma nel caso dello studio riportato sembra essere proprio la religiosità interiore quella in grado di rallentare la perdita cognitiva. Non si tratta quindi di una ritualità cui si associano determinati comportamenti sociali, bensì di una vera e propria tendenza a credere in una entità spirituale».
(Fonte agenzia Ansa).
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