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mercoledì 21 aprile 2010

LA PARTICELLA DI DIO?


A cura di Andrea Boni.

“PISA. C'è molto di Pisa nel viaggio alla scoperta dell'"universo bambino" che si sta compiendo al Cern di Ginevra. Un viaggio che potrebbe portare un premio Nobel sotto la torre pendente. Da qualche giorno, infatti, all'interno del Large Hadron Collider, l'acceleratore di particelle più potente della storia, si stanno scontrando fasci protonici a 7.000 miliardi di elettronvolt, un livello energetico mai raggiunto prima. I microscopici fuochi di artificio che scaturiscono dalle collisioni, hanno l'obiettivo di riportare piccoli frammenti di materia alle condizioni immediatamente successive al Big Bang, precisamente una frazione di miliardesimo di secondo dopo l'esplosione che generò l'universo. A capitanare uno dei quattro esperimenti collegati all'attività di LHC è il professor Guido Tonelli, 59 anni, ordinario di Fisica generale all'Università di Pisa e collaboratore dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). Da circa un anno Tonelli è responsabile di Compact Muon Solenoid (Cms), un progetto al cui interno lavorano 3.600 persone, tra scienziati, tecnici e ingegneri.

Le leggi della fisica che studiamo oggi, infatti, sono relative a un universo freddo e vecchio di 13,7 miliardi di anni, che non ha più niente in comune con il cosmo appena nato: "Dopo il Big Bang le temperature erano molto elevate e di conseguenza c'erano più particelle di quelle attualmente conosciute - prosegue il fisico - Le più pesanti, infatti, necessitano di grandi quantità di energia e per questo oggi sono scomparse". LHC promette di riportare indietro le lancette dell'orologio e di trovare queste particelle scomparse, utili per svelare molti dei misteri del cosmo: "Prima di tutto cerchiamo il bosone di Higgs, un elemento che permetterebbe di capire come mai le particelle elementari hanno masse così diverse tra loro - spiega Tonelli - Poi c'è la materia oscura, una forma del tutto nuova di sostanza: non la vediamo (perché non emette luce), ma attraverso le osservazioni siamo in grado di dire che rappresenta circa un quarto dell'universo e che tiene insieme enormi ammassi di galassie". Infine, LHC potrebbe confermare (o smentire) le recenti teorie extradimensionali: "Noi viviamo in un mondo a quattro dimensioni (le tre dello spazio più il tempo ndr) ma in origine forse, ce n'era qualcuna in più e con LHC lo scopriremo - spiega Tonelli - Gli elevati livelli di energia all'interno dell'acceleratore potrebbero consentire l'apertura di varchi su dimensioni sconosciute. Ovviamente, parliamo di spazi e tempi estremamente ridotti, per cui sarebbe possibile prelevare soltanto piccole particelle di materia, niente di più. Ma se l'ipotesi fosse confermata, vi sarebbero sviluppi interessanti". Per questi e altri motivi, il nome dello scienziato pisano-lunigianese sembra essere finito nella lista dei candidati al Nobel per la fisica. (Il Tirreno, 7 Aprile 2007)”.

Questi esperimenti sono sicuramente interessanti, tuttavia sarebbe importante comprendere questi fenomeni anche attraverso la Scienza fornita all'interno dei Veda e della Filosofia del Samkhya e della Bhagavad Gita in particolare, dove viene descritto come la materia sia una manifestazione dell'energia Divina che si manifesta a partire dall'elemento etere (akasha).

L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:

“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.

Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto).

Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna diversi fisici oggi spiegano che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:

“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo,
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.

Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.

giovedì 12 febbraio 2009

ETERE, AKASHA, E VUOTO QUANTO-MECCANICO
di Andrea Boni.

Molti non sanno che il pensiero scientifico moderno è stato (ed è tuttora) arricchito da diversi pensatori (fisici, matematici, filosofi), che hanno proposto molte teorie che si avvicinano in modo sorprendente alle conclusioni a cui sono arrivati i saggi indovedici con millenni di anticipo. I loro risultati sono il frutto di un'intelligenza lucida, priva di pregiudizi scientifici e religiosi, e di un'intuizione acuta, che trae molto spesso ispirazione da una vita basata su principi virtuosi, fondati su un desiderio profondo di conoscere e divulgare la verità. Tra i tanti desidero qui menzionare i nomi di Marco Todeschini (1899-1988), fisico, Luigi Fantappiè (1901-1956), matematico, e Massimo Corbucci, fisico. Alcuni aspetti del pensiero del primo e del terzo sono trattati in questo articolo, mentre le straordinarie scoperte del secondo saranno descritte in un altro articolo.

Parte di quanto segue è stato liberamente tratto e parzialmente modificato dal libro di Marco Teodorani "Marco Todeschini: Spaziodinamica e Biopsicofisica", Macroedizioni.
Nato a Valsecca di Bergamo il 25 Aprile 1899, Marco Todeschini lasciò il corpo a Bergamo il 13 Ottobre 1988. Si laureò in Ingegneria a Torino nel 1921 e in seguito si specializzò in svariati rami della Fisica e della Neurofisiologia. Insegnò sia alle scuole Superiori che al biennio di Ingegneria Superiore STGM di Roma. I suoi studi ebbero ampia diffusione in Italia e nel mondo e riconosciuti da importanti esponenti del mondo Accademico (tra cui Fermi, Majorana, Marconi, ecc.). Ebbe anche diversi scambi di idee con Bohr, Chain, Heisenberg, Pauli, Dirac, ed altri. Tuttavia, malgrado ciò, Todeschini fu sostanzialmente emarginato dal resto della comunità Accademica, e la sua opera, di fatto, è tuttora ignota ai più, malgrado le sue forti implicazioni: è un fatto davvero grave che i libri di Todeschini non siano presenti nella maggior parte delle Biblioteche Universitarie Italiane. Ciò è principalmente dovuto al fatto che il lavoro di Todeschini pone dei forti dubbi su molti dei risultati scientifici che si pensano ormai acquisiti, un terreno scientifico che si è sempre creduto solido, monolitico, assodato e indiscutibile. Cercare realmente la verità ha tuttavia un prezzo: comporta spesso ed inevitabilmente uno scontro con i paradigmi e i dogmi correnti. Todeschini fu un uomo saldamente fermo nei suoi principi elevati, e dedicò la sua vita alla scienza. Principalmente, egli fondò una nuova disciplina chiamata “Psicobiofisica”, per la quale, nonostante numerosi contrasti con l'Accademia, fu proposto per il Nobel nel 1974. Tale teoria fu definita dal suo stesso autore la “scienza unitaria del terzo millennio”, poiché inglobava in sé la fisica, la biologia e la psicologia. Il suo scopo era una riunificazione di tutte le leggi del creato e partiva dall'assunzione che i moti dell'universo, dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande, nascessero da un “etere” universale in perenne moto vorticoso in grado di influenzare sia la materia che gli esseri viventi. La psicobiofisica comprende tre settori: 1) una parte fisica, con la quale è dimostrato come tutti i fenomeni naturali si identifichino in particolari movimenti di spazio fluido (l'etere); 2) una parte biologica, con la quale si evidenzia che i movimenti di spazio fluido, urtando contro i nostri organi di senso, producono delle correnti elettriche che vengono trasmesse dalle linee nervose del cervello, suscitando così nella psiche le sensazioni di luce, elettricità, calore, suono, tatto, odore, dimostrando così che tutti gli organi del sistema nervoso di un essere vivente funzionano in base ad una vera e propria tecnologia elettronica; 3) una parte psichica, dove la psiche viene intesa come un atto di volontà che si serve del sistema nervoso come di un semplice strumento. Con questa teoria Todeschini riuscì a superare tantissime contraddizioni, dimostrando che la frammentazione della scienza nelle sue tantissime branche è alla radice della nostra ignoranza sulla reale natura dell'Universo e sulla nostra stessa vita. Solo una teoria unificata può davvero cercare di comprendere le radici profonde dell'Universo ed il suo scopo (incluso il ruolo di ciascun essere vivente).

La teoria di Todeschini contraddice la teoria della gravitazione universale così come enunciata da Isaac Newton la quale, negando l'esistenza dell'etere, contempla l'esistenza di misteriose “forze” che si manifesterebbero in corpi dotati di massa, e che sarebbero in grado di muoversi di moto uniforme all'interno di uno spazio assolutamente vuoto e quindi privo di attrito.

Il pensiero di Todeschini raccoglie in parte quello di Cartesio, il quale era fermamente convinto che lo spazio non fosse “vuoto”, come riteneva invece Einstein, ma riempito di una sostanza denominata “etere”, nella quale possono prodursi vortici e onde (che generano la materia e tutte le sue interazioni). Cartesio riteneva che lo stesso sistema solare fosse un gigantesco vortice di etere in cui i pianeti sarebbero immersi e costretti a continue evoluzioni intorno al sole. E ancora prima di Cartesio la stessa idea era nata dal caposcuola Anassagora, seguita e rielaborata da Leucippo, e poi adottata dai Filosofi Platone e Aristotele, che condividevano l'idea che non esistesse spazio vuoto, ma che la materia fosse immersa in una sostanza che indicavano come spazio “pieno” (Platone) o “etere” (Aristotele), intendendo, in definitiva, la stessa cosa, simile a quello che i fisici moderni chiamano “vuoto-quanto-meccanico”. Tale termine è stato recentemente utilizzato anche dal Fisico Massimo Corbucci nel suo libro “Alla scoperta della particella di Dio”.

Il vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci nella sua teoria delle particelle subatomiche riteniamo possa, in buona parte, corrispondere alle caratteristiche dell’elemento “etere” di Todeschini e all'elemento akasha introdotto millenni or sono dalla filosofia Samkhya. Questo, peraltro, è affermato anche da uno dei più famosi scienziati contemporanei, Ervin Laszlo.

L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:

“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.


Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto).

Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna il dottor Corbucci spiega che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:

“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo,
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.

Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.

Per saperne di più:
Marco Ferrini, “Coscienza e origine dell'Universo”, Edizioni CSB
Marco Ferrini, “Psicologia del Samkhya”, Edizioni CSB
Ervin Laszlo. "L'esperienza akashica", Scienza e conoscenza, Gen.-Feb.-Mar.2009
Massimo Teodorani, “Marco Todeschini: Spaziodinamica e psicobiofisica”, Macroedizioni.
Massimo Corbucci, “Alla Scoperta della Particella di Dio”, Macroedizioni.