mercoledì 30 settembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE OTTAVA).
A cura di Andrea Boni.

(La Settima Parte è consultabile QUI)

La Causa di tutte le cause.
La maggior parte delle speculazioni moderne circa la nascita dell'Universo si basano sulla famosa teoria del Big-Bang, e di tutte le sue varianti. Fu concepita per la prima volta nel 1927 grazie al lavoro di un monaco belga, Georges Lemaitre. Sostanzialmente tale teoria si basa sul presupposto che l'intero Universo è esploso a partire da uno stato puntiforme della materia ad altissima densità, temperatura e pressione, quindi avente un livello di energia altissimo. Successivamente l'Universo si è espanso e si è raffreddato. Gli scienziati quindi, speculando circa la nascita dell'Universo, considerano l'evoluzione a partire da un tempo t=0+, ma nulla è detto circa t=0-, ossia prima della “Grande Esplosione”. Perché in quella singolarità era presente tutta la materia condensata in un unico punto con così alte temperature e pressioni? Perché ad un certo punto è esplosa? Quali erano le leggi della fisica prima del Big-Bang? Che ne era dello Spazio-Tempo? Non è dato saperlo, irrilevante per la scienza moderna. Secondo essa, ad un certo punto la materia altamente condensata “decide” di espandersi, esplode e dall'esplosione nascono le particelle elementari e quindi gli elementi base che prima non erano presenti. Dapprima presero forma gli elementi leggeri, come l'idrogeno e l'elio, seguiti poi dagli elementi “pesanti”, ovvero aventi peso atomico maggiore. L'Universo si starebbe tutt'ora espandendo a partire da quella originaria esplosione e non si sa fino a quando. Sembra quindi che sussistano tante domande senza risposte, tanti dubbi, lacune conoscitive. Si dice che conosciamo solo una piccolissima percentuale dell'Universo manifesto, indicativamente il 4%, mentre il resto è tutta energia e materia “oscura”: teoricamente emerge che c'è qualcosa ma non si sa cosa è, dove è, perché è.

La Cultura Vedica non ha invece dubbi in tal senso, e il secondo Sutra del Vedanta ne è l'esplicitazione più evidente. In altre opere, come nello Shrimad Bhagavatam, in particolare nel secondo e nel quinto Canto, vengono forniti tutti i dettagli circa la nascita e l'evoluzione del Creato e delle Creature. Anche la Bhagavad Gita fornisce delle risposte chiare su questo tema:

Aham sarvasya prabhavo
Mattah sarvam pravartate
Iti matva bhajante mam
Budha bhava-samanvitah

“Sono la fonte di tutti i mondi, spirituali e materiali. Tutto emana da Me. I saggi che conoscono perfettamente questa verità Mi servono con devozione e Mi adorano con tutto il loro cuore” (Bhagavad-Gita X.8)

Krishna è l'origine, la Causa di tutte le cause, come peraltro evidenziato anche fin dall'inizio nella Brahma Samhita:

Ishvara paramah krishnah
Sac-cid-ananda-vigrahah
Anadir adir govindah
Sarva-karana-karanam

“Krishna, col nome di Govinda, è Dio, la Persona Suprema. Ha un corpo spirituale eterno di beatitudine. E' l'origine di ogni cosa, ma non ha origine. E' la causa prima di tutte le cause”.

Questa Persona Suprema, origine del Tutto, ha un'infinita potenza ed energia, e con una semplice scintilla di tale energia manifesta ed illumina tutti gli universi materiali:

Yad yad vibhutimat sattvam
Shrimad urjitam eva va
Tad tad evavagaccha tvam
Mama tejo-'msha-sambhavam

Atha va bahunaitena
Kim jnatena tavarjuna
Vishtabhyaham idam krtsnam
Ekamshena sthito jagat

“Sappi che tutto ciò che è bello, potente e glorioso scaturisce da una semplice scintilla del Mio splendore. Ma a che servono, o Arjuna, tutti questi particolari? Con un solo frammento della Mia persona pervado e sostengo l'Universo intero” (Bhagavad-Gita X.41-42).

martedì 15 settembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE SETTIMA).
A cura di Andrea Boni.

(La Sesta Parte è consultabile QUI)

L'Origine dell'Universo.


Sutra I.1.2
janmadyasya yatah

Janma – nascita, Adi, e il resto, ad esempio mantenimento e dissoluzione,
Asya – di questo (universo), Yatah – da lui, da quel Signore.

Egli, il Brahman, è colui che crea, mantiene e dissolve l’universo – 2

Commentario Scientifico
Dal commentario di Baladeva Vidyabushana leggiamo:
La parola ‘janmadi’ utilizzata nel Sutra è una Bahu Brihi, ossia una parola composta. Il suo significato, letteralmente, intende creazione, mantenimento, dissoluzione. La parola ‘asya’ significa di questo Universo, ossia questi quattordici pianeti o ‘loka’ popolati da vari jiva a partire del più importante, Brahmaloka, e terminando con il più piccolo filo d’erba, dove le anime godono e soffrono in base alle loro buone o cattive azioni; questo misterioso universo la cui profondità nessun intelletto umano può comprendere; questo magnifico mondo di strane costruzioni. La parola ‘yatah’ significa “Da Lui”, ossia dal Dio Supremo, la cui potenza è inconcepibile, che è l’agente della creazione tanto quanto la causa materiale, da cui si origina, si preserva e si distrugge l’Universo. Egli è il Brahman. Egli è il tema principale dei Vedanta Sutra, e costituisce l’oggetto principale di ricerca.

Il primo sutra dell'opera di Badarayana è un forte incoraggiamento ad intraprendere la conoscenza della Verità Assoluta, Dio, la Persona Suprema, Il Brahman. In questo secondo sutra, invece, l'Autore fornisce una prima descrizione del Brahman. Esso è ciò che crea, sostiene e dissolve l'Universo. La Verità Assoluta è così connessa agli aspetti cosmologici. Ognuno di noi, in misura diversa, si è interrogato circa i misteri della nascita e della morte, ed in particolare della creazione dell'Universo. Peraltro, questo è stato da sempre uno dei temi più affascinanti per scienziati e teologi. In questo capitolo cercheremo allora di rivedere alcune teorie proposte circa la nascita dell'universo, con particolare riferimento alla teoria del big-bang, e di metterle in relazione con la teoria Bhaktivedantica. Con il termine Bhaktivedanta si intende tutta la letteratura Vedica che oltre al Vedantasutra propriamente detto, e che caratterizza la parte più speculativa della Conoscenza, include anche la letteratura che descrive in modo specifico la bhakti, ovvero la via della devozione, e quindi la Bhagavadgita, lo Shrimadbhagavatam, e altre opere.

Il secondo sutra dell'opera di Badarayana è un incoraggiamento a considerare la formulazione di una nuova teoria teistica circa la nascita e l'evoluzione dell'Universo. Fino ad oggi le teorie che sono state proposte degli scienziati occidentali non sono orientate in questo senso, sebbene diversi eminenti ricercatori abbiano più volte espresso la necessità di una visione alternativa ed innovativa per riuscire a fornire spiegazioni con un orizzonte di senso rispetto a quanto formulato ad oggi. Brian D. Josephson, premio Nobel in Fisica presso la Cambridge University, afferma: “Ora ci sono due modi per affrontare la questione circa se e come Dio abbia un'influenza sulla natura. La prima è continuare a seguire la linea teoretica materialistica adottata fino ad ora e cercare di ottenere, a partire da questo approccio, una teoria del tutto. Questo è senza dubbio un processo molto difficoltoso. Potrebbe richiedere secoli per arrivare al suo completamento [ammesso che si possa giungere ad una conclusione …]. Un approccio alternativo per lo scienziato è affermare: 'bene, proviamo a valutare l'ipotesi opposta, ovvero proviamo a considerare il fatto che esista un'Entità Suprema, oltre la Natura materiale, Dio, ed includiamolo come principio all'interno delle teorie scientifiche; come sarebbe la scienza con questa nuova prospettiva in cui Dio entra a “giocare” un ruolo nella manifestazione dei vari fenomeni?”.

La visione Bhaktivedantica supporta appieno questa formulazione teoretica e il secondo sutra del vedantasutra è un primo importante postulato in tal senso. Secondo il Vedanta, infatti, esiste una sorgente ultima, senziente, al di la del piano materiale:

Aham sarvasya prabhavo
Mattah sarvam pravartate
Iti matva bhajante mam
Budha bhava-samanvitah

“Sono la fonte di tutti i mondi, spirituali e materiali. Tutto emana da Me. I saggi che conoscono perfettamente questa verità Mi servono con devozione e Mi adorano con tutto il loro cuore” (Bhagavad-Gita X.8)

lunedì 7 settembre 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE SESTA).
A cura di Andrea Boni.

(La Quinta Parte è consultabile QUI)

La Coscienza secondo il Vedanta(1).
Negli ultimi decenni lo studio della coscienza è divenuto un campo di ricerca molto importante in ambito scientifico e filosofico. Assistiamo infatti ad un crescente interesse da parte di fisici quantistici, neuropsicologi, ricercatori delle scienze cognitive, filosofi e spiritualisti. William James, Von Neumann, Eugene Wigner, Erwin Schrödinger e David Bohm, sono alcuni dei pionieri nel campo dello studio della coscienza. Gli studiosi della fisica quantistica hanno evidenziato il ruolo fondamentale della coscienza nella manifestazione della realtà del mondo fenomenico attraverso il collasso della forma d'onda che regola il movimento delle particelle elementari, nella fattispecie l'elettrone. Infatti il fenomeno della coscienza è stato preso in considerazione come determinante nella manifestazione della realtà sensibile solo a seguito dell'avvento dei primi esperimenti di Fisica Quantistica, e comunque qui in Occidente gli studi sulla coscienza sono in ogni caso assolutamente recenti.

Lo studio della fisica delle particelle è stato il presupposto per intuire il ruolo centrale della coscienza nella manifestazione della realtà sensibile.
Già alla fine dell’Ottocento, a livello microscopico si è visto che la materia è composta di atomi, strutture base che la compongono. Ciò è un fatto ben noto nella Cultura del Vedanta e del Vaisheshika, in cui è spiegata con grande precisione la struttura atomistica della materia. In seguito si è scoperto che l'atomo è composto di particelle elementari – protoni, elettroni e neutroni, in cui gli elettroni si muovono attorno ad un nucleo composto da neutroni e protoni. In particolare si è visto che una particella, ad esempio un elettrone, in generale ha un comportamento anomalo: esso può comportarsi sia come onda di energia, sia come un elemento corpuscolare. Si deve a Erwin Rudolf Josef Alexander Schrödinger (1887 – 1961) la definizione di una funzione d'onda, e di un'equazione che porta il suo nome, che modella matematicamente la particella-elettrone espressa come “onda” e grazie alla quale è possibile rappresentare in termini probabilistici la sua posizione all'interno di un atomo. Più o meno nello stesso periodo in cui Schrödinger ha definito l'equazione della funzione d'onda, Werner Karl Heisenberg (1901 - 1976) ha postulato il suo principio di indeterminazione, secondo cui è esplicitata l'impossibilità di conoscere con esattezza la realtà attraverso i sensi. Infatti, dalla definizione dell'elettrone in quanto onda di probabilità, Heisenberg ha osservato che non è possibile definire simultaneamente la posizione e la velocità dell'elettrone; nota una, rimane indefinita l'altra. Si è inoltre osservato che la particella, oltre alle caratteristiche di onda, poteva assumere, sotto altre condizioni, delle connotazioni di corpuscolo vero e proprio, dotato di massa, e di tutti gli attributi connessi. Ciò che fa la differenza tra una manifestazione della particella come onda ed una come corpuscolo, è la presenza di un osservatore, e quindi della coscienza. In assenza di un osservatore che considera il suo movimento, il suo comportamento, questa entità di energia si comporta come un’onda, se invece c’è un osservatore che misura l'oggetto, essa si manifesta come una massa, come una particella, ovvero avviene il collasso della funzione d'onda. Ciò è qualcosa che ha sconvolto completamente la comunità degli scienziati per tutte le implicazioni che possono derivare non soltanto a livello scientifico, che sono pure importanti, ma anche e soprattutto a livello filosofico e sociale, poiché questo fenomeno ha una grossa influenza circa l'interpretazione della realtà, in quanto i risultati degli esperimenti affermano che la manifestazione al livello grossolano della realtà dipende essenzialmente da un osservatore. La realtà è formata da un insieme di possibilità, e quella che si manifesta è una tra tante possibili, definita per il sovrapporsi della coscienza.
E' comunque opinione abbastanza condivisa che la meccanica quantistica, con tutti i suoi limiti matematici e terminologici, può fornire delle indicazioni circa la presenza della coscienza, ma non fornisce una prova assoluta ne tanto meno fornisce una descrizione completa del fenomeno – ricordiamo infatti che quello quantistico rimane comunque un modello di rappresentazione di un certo fenomeno, e come tale non ha una validità assoluta. Max Planck affermava: “E' un fatto che esiste un punto in cui le teorie scientifiche e quindi qualsiasi metodo empirico, è inapplicabile, non solo su basi sperimentali, ma anche teoriche, e rimarrà sempre inapplicabile. Questo è il punto in cui si entra nella sfera della consapevolezza individuale”.

Secondo il Vedanta la coscienza è una facoltà di ciascun essere vivente, un suo attributo spirituale. Esistono due categorie di coscienza: quella universale e quella individuale. Tale attributo è quindi oltre il piano materiale, non è un prodotto della chimica cerebrale, che anzi ne costituisce un effetto. La filosofia Samkhya così come descritta nel terzo Canto dello Shrimadbhagavatam, Capitolo 26, spiega che il jiva è caratterizzato dalla presenza di coscienza (cit). Essa è la sorgente della conoscenza e dell'esperienza sperimentata dell'essere nella sua globalità. Il Vedanta spiega che la materia è il campo (kshetra) dell'esperienza, ed è assolutamente inerte, priva di coscienza. Sussiste tuttavia una interazione tra il campo ed il conoscitore del campo (kshetrajna), anche attraverso la coscienza universale, di cui ogni particella individuale ne è parte.

Circa quattro secoli fa, il famoso filosofo francese Rene Descartes disse: “Penso, dunque sono”. Da un punto di vista del Vedanta l'espressione “Io sono” è l'esperienza cosciente ed è inerente le proprietà trascendenti del sé. Millenni prima di Descartes, i saggi della tradizione Vedica realizzarono lo stesso principio in forma più avanzata, inteso nella forma aham brahmasmi, intendendo con questo “Io sono Brahman”, “Io sono il sé spirituale, il sé cosciente”. Questa è la coscienza, espressa in sanskrito attraverso la parola cetana. L'atto di pensare di un essere vivente è l'effetto della coscienza ed appartiene alla vita.

Diversi scienziati già all'inizio del ventesimo secolo hanno evidenziato l'impossibilità di definire la coscienza in termini materiali. Niels Bohr scriveva: “Dobbiamo ammettere che non esiste nessuna teoria in fisica, chimica o in qualsiasi ambito delle scienze positive che possa in qualche modo spiegare il fenomeno coscienza. Possiamo altresì affermare che esiste questo tipo di attributo poiché ciascuno di noi lo possiede. Quindi la coscienza deve essere parte della natura, o più generalmente della realtà, il che significa che al di là delle leggi della fisica classica o della chimica, come postulato peraltro dal paradigma quantistico, dobbiamo postulare l'esistenza di leggi di diversa natura [che trascendono il piano fenomenico]”1. In modo simile il noto scienzato Inglese Michael Polanyi argomentava: “... una volta che è stato riconosciuto che la vita trascende le leggi della fisica e della chimica, non c'è ragione di sorprendersi per il fatto ovvio che la coscienza è un principio che trascende non solo le leggi della fisica e della chimica ma anche i principi meccanicistici degli esseri viventi(2)”.

Il Vedanta afferma che la coscienza è un principio che trascende il piano materiale, oltre la mente e l'intelligenza, e fornisce una precisa gerarchia, come confermato in Bhagavad Gita III.42:

Indriyani parany ahur
Indriyebhyah param manaha
Manasas tu para buddhir
Yo buddheh paratas tu saha

“I sensi attivi sono superiori alla materia inerte, ma superiore ai sensi è la mente, e superiore alla mente è l'intelligenza. Ma ancora più elevata dell'intelligenza è il sé”.

Possiamo quindi identificare la seguente gerarchia:Il Vedanta spiega lo stesso principio attraverso lo schema degli involucri (pancakosha), ben spiegato all'interno del corpus letterario delle Upanishad.

(1) T.D. Singh and R. L. Thompson, back cover, Consciousness The Missing Link.
(2) M. Polanyi, “Life's irreducible structure”, Science, 160, 1968, pp. 1308-1312.

Questo articolo è stato ispirato dalla lettura di un articolo di Bhaktisvarupa Damodara Goswami apparso sulla rivista Savijnanam pubblicato a cura del Bhaktivedanta Institute, da cui sono state tratte alcune citazioni.

lunedì 24 agosto 2009

ARTICOLI: CORRIERE DELLA SERA (19 Agosto 2009).
La raccolta dei suoni perduti.
Il musicista Fabio Pianigiani e il progetto di registrare il paesaggio sonoro: dal canto del gallo al calpestio dei passi.

SIENA – L'archivio dei suoni perduti è per ora un database multimediale sul computer di Fabio Pianigiani, docente universitario e musicista, compositore di grandi successi scritti insieme a Gianna Nannini, Mario Castelnuovo, Riccardo Fogli e collaboratore di Franco Battiato. Poche registrazioni, che aumentano giorno dopo giorno, come un crescendo di una sinfonia ancora tutta da scrivere. C’è il suono di una corte toscana al mattino con il canto del gallo, il chiocciare delle galline, il calpestio della gente che cammina. C’è il suono del vento sulle Apuane che sembra un improbabile xilofono. E ancora la pioggia nella pineta della Versilia che ti proietta immediatamente nel tuo passato scolastico e nelle emozioni del decadente D’Annunzio.

SOUNDSCAPE - C’è tutto questo e molto altro ancora. E tantissimo ci sarà più avanti quando il progetto dell’Università di Siena, coordinato da Pianigiani, sarà concluso. L'idea è quella di creare un archivio multimediale dei suoni della natura e degli antichi manufatti che rischiano l’estinzione. E affiancarlo a un altro archivio dove la musica della natura e quella umana si fondono e diventano arte. «È ciò che è stato definito soundscape – spiega Pianigiani -, parola inglese che deriva da landscape (paesaggio), ovvero il paesaggio sonoro in cui viviamo, tutti quei suoni che circondano la nostra vita e compongono la colonna sonora della quotidianità. Sono semplici suoni della natura (acqua, vento, pioggia, ecc) o i suoni che caratterizzano la presenza dell’uomo».

CULTURA UMANA - Un concerto al quale purtroppo gli umani non danno la dovuta importanza. «Ed invece dobbiamo riconoscerli, ascoltarli e tutelarli – continua Pianigiani – perché fanno parte della nostra cultura umana e sono ecologia sonora». L'antropizzazione e l'inquinamento hanno cancellato suoni straordinari e altri sono a rischio. Dunque è arrivato il momento di immortalare queste emozioni. «Non solo per contribuire alla loro salvezza – spiega Fabio Roggiolani, leader dei Verdi toscani e presidente della Commissione sanità della Regione Toscana – I suoni della natura sono cosa viva e possono essere impiegati anche in medicina. Ci sono pagine e pagine di letteratura medica che dimostrano come l'ecologia sonora possa essere applicata in alcune terapie per creare un ambiente favorevole al malato. Noi abbiamo già un progetto per inserirla in alcune strutture sanitarie, tra le quali l’ospedale di Pitigliano, il primo nel quale convivono medicina tradizionale e alternativa».

NATURA - Tra i suoni che saranno campionati e catalogati quelli del Parco naturale della Maremma, con i suoi torrenti, i fruscii particolari provocate da piante autoctone alcune minacciate dall'estinzione. Poi toccherà alla vendemmia, nel Chianti e in altre aree dove i vigneti sono sovrani. E ancora saranno registrati i venti e gli animali delle Dolomiti, gli antichi mercati (Porta Portese a Roma, la Vucceria a Palermo), i suoni dei vecchi mestieri. Ci saranno anche le emozioni sonore delle manifestazioni popolari, come il Palio di Siena, delle risacche dei litorali minacciati dall'erosione, dei barconi di legno sui fiumi oggi sostituiti dai motoscafi in vetroresina. «Uno degli obiettivi del progetto è quello di è far conoscere la dimensione ecologica del suono – continua Pianigiani –. Le domande sono: conosciamo davvero i suoni di Madre Natura? Sappiamo interpretarli? E che effetti o sensazioni ci danno? Dunque, isolare i suoni e imparare a riconoscerli può essere importante anche per creare un mondo migliore».

Marco Gasperetti
SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUINTA).
A cura di Andrea Boni.

(La Quarta Parte è consultabile QUI)

I differenti modi di percepire la Verità Assoluta(1).
La Verità Assoluta, ciò che è oltre il piano sensoriale, può essere percepita secondo tre differenti modalità. Ciò è ben espresso nello Shrimad Bhagavatam I.2.11:

Vadanti tat tattva-vidas
Tattvam yaj jnanam advayam
Brahmeti paramatmeti
Bhagavan iti shabdyate

“I saggi che conoscono la Verità Assoluta chiamano questa sostanza unica, al di là di ogni dualità, col nome di Brahman, Paramatma o Bhagavan”.

Bhaktivedanta Swami Prabhupada commentando questo verso afferma:

“La Verità Assoluta è contemporaneamente soggetto e oggetto perché in Essa non c'é alcuna differenza qualitativa. Perciò, Brahman, Paramatma e Bhagavan sono manifestazioni uguali sul piano qualitativo. Questa sostanza unica è realizzata come Brahman impersonale da coloro che studiano [ed interpretano in modo impersonale] le Upanishad, come Paramatma localizzato dagli yogi, come Bhagavan dai devoti, [ovvero da coloro che si rapportano all'Assoluto in termini personali, una Persona con la Quale scambiare sentimenti di intenso Amore e devozione]. Bhagavan, la persona Suprema, rappresenta l'aspetto ultimo della Verità Assoluta [, ovvero la forma più intima e per questo difficilmente accessibile stati rimossi tutti gli ostacoli interiori]. Il Paramatma è la manifestazione parziale del Signore, mentre il Brahman è lo sfolgorio irradiante del Suo corpo, come i raggi che emanano dal corpo del sole. […] Come si è visto nel primo shloka del primo capitolo, la Verità Suprema è sufficiente in sé stessa, possiede la conoscenza perfetta ed è libera da ogni illusione generata dal concetto della relatività. Nel mondo del relativo ciò che conosce è differente da ciò che è conosciuto, mentre sul piano della Verità Assoluta non c'è alcuna differenza. Nel mondo del relativo, chi conosce è l'anima spirituale vivente, o energia superiore, e ciò che è conosciuto è la materia inerte, o energia inferiore. C'è dunque dualità tra l'energia inferiore e l'energia superiore. Sul piano dell'Assoluto, invece, conoscente e conosciuto appartengono entrambi all'energia superiore.” Si tratta di tre forme di energia che emanano da una stessa sorgente, quindi come tali non esistono differenze fondamentali, tuttavia si distinguono differenti qualità di energie. Il Brahman non ha attributi ed è il principio astratto della Verità. E' l'aura che emana dall'energia più intima, quella più profonda, Bhagavan. La Scuola advaita Vedanta ha come scopo la realizzazione di questa forma dell'Assoluto. Facciamo l'esperienza della forma di Paramatma quando si prova un'intensa ispirazione ad esempio in qualche attività scientifica, religiosa o artistica. In tutti questi casi l'ispirazione arriva dal Paramatma, che guida ogni essere vivente dal cuore. E' il Paramatma che indica la via agli uccelli migratori, o quella forma sottile che guida qualsiasi organismo nel suo viaggio all'interno del mondo fenomenico. Bhagavan è la Suprema Persona, l'aspetto più intimo della Verità Assoluta. Può essere realizzato solo da coloro che, avendo compreso l'illusorietà del mondo materiale, avendo inoltre compreso la necessità di dare e ricevere Amore, perché ognuno di noi nella parte più profonda della personalità è Amore, si abbandonano con un atto di intima e sincera devozione all'adorazione di Dio attraverso i principi emanati dal Bhaktiyoga. Tutte le Scuole Vaishnava del Vedanta hanno come scopo la realizzazione di questa forma dell'Assoluto.

(1) Tratto e parzialmente rivisto da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Goswami pubblicato sulla rivista Savijananam, del Bhaktivedanta Istitute.

domenica 16 agosto 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUARTA).
A cura di Andrea Boni.

(La Terza Parte è consultabile QUI)

Importanza della ricerca spirituale e dell'unicità della forma umana.

La ricerca spirituale, jijnasa, è l'occupazione fondamentale per un essere umano. Ognuno di noi in un modo o nell'altro si interroga sul senso della vita, sul perché della sofferenza, della malattia, della vecchiaia. Sul perché della morte. E in una qualche forma si cerca di fornire una risposta a queste domande. Quando non è manifesto un approccio critico a tali temi di fondamentale interesse per un'evoluzione sana e costruttiva della personalità significa che il corpo che è stato acquisito non viene utilizzato per lo scopo corretto. Può un uccello interrogarsi sul significato della sua esistenza? Questo e altri tipi di animali possono interrogarsi su aspetti di base per la sopravvivenza come conseguenza dei propri istinti, ma non hanno certo la capacità di andare a fondo sul significato ultimo della vita. Nella forma umana invece ciò è possibile, ed in questo senso è unica e preziosa.

Il processo di investigazione della Verità Assoluta viene definito in sanscrito jivasya tattvajijnasa. A tal riguardo lo Shrimad Bhagavatam afferma (I.2.10):

Kamasya nendriya-pritir
Labho jiveta yavata
Jivasya tattva-jijnasa
Nartho yashceha karmabhih

“Il nostro desiderio non dev'essere quello di vivere per soddisfare i sensi, ma solo quello di condurre una vita sana, sufficiente al proprio sostentamento, perché la forma umana deve guidare alla ricerca della Verità Assoluta. E questo dovrebbe essere l'unico obiettivo di ogni azione”.

Anche la Katha Upanishad (I.3.14) afferma con forza l'importanza della forma umana:

“Alzatevi, svegliatevi! Avendo ottenuto la grazia [di avere questa forma umana], state attenti. La via della realizzazione spirituale è molto difficile da sormontare ed è come la lama tagliente d'un rasoio, così dicono i saggi”.

Vincent Dethier, un ben noto biologo e psicologo americano, ha affermato:

“Una delle caratteristiche che contraddistingue un essere umano da tutti gli altri esseri viventi è un forte bisogno di conoscenza per il proprio bene. Molti animali sono curiosi, ma in loro la curiosità è conseguenza di istinto all'addattamento. L'essere umano è affamato di sapere, ha il dovere di conoscere”(1).

Analogamente, Ayn Rand, una famosa scrittrice e filosofa Russa conclude nella sua opera Atlas Shrugged:

“L'essere umano non può sopravvivere se non sviluppa la conoscenza, e l'intelletto è il solo mezzo per ottenerla …. la mente dell'essere umano è lo strumento principale per la sopravvivenza … per rimanere vivo deve agire, e prima che possa agire deve conoscere la natura e lo scopo della sua azione … per poter vivere appieno deve poter pensare ...(2)”.

“Chi sono?”, “Cosa è la Verità Suprema?”, “Qual è l'origine della vita?”, “Cosa è l'esistenza?”, “Qual è la destinazione dell'anima quando il corpo muore?”. Queste sono alcune delle domande basilari su cui si interroga ciascun essere umano – consciamente o inconsciamente.

Il primo sutra dell'opera di Badarayana è quindi un'esortazione ad intraprendere la ricerca della Verità Assoluta.

(1) Dethier, V.G., To Know a Fly, Holden-Day, San Francisco, 1962.
(2) A. Rand, Atlas Shrugged, Random House, New York, 1957.

Liberamente tratto e riadattato da un articolo di Bhakti Svarupa Damodara Swami pubblicato sulla tivista "Savijnanam" a cura del Bhaktivedanta Institute.

mercoledì 8 luglio 2009

SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE TERZA).
A cura di Andrea Boni.

(La Seconda Parte è consultabile QUI)

Sutra 1.1.1
Athato brahma-jijnasa

Atha - ora, atah - ordunque, brahma-jijnasa - la ricerca del Brahman
.

Ordunque [intraprendiamo] la ricerca sul Brahman(1).

Commentario Scientifico.
Questo primo, famoso sutra, ‘ordunque [intraprendiamo] la ricerca sul Brahman’, definisce subito la natura e lo scopo dell’intera opera: la ricerca e l’analisi della Verità assoluta. Il termine atha indica un momento cruciale, di passaggio; nel suo significato di ‘ora, adesso’, sottolinea l’irrimandabilità della ricerca da intraprendere, nel caso esplicito del Vedanta una ricerca spirituale, per scoprire la natura del sé, dell’universo e di Dio. Atha è un avverbio particolarmente significativo anche perché questo ora è la chiave di apertura ad una realtà superiore. I sutra sullo Yoga e sul Karmamimamsa, due dei sei darshana del pensiero classico indiano, esordiscono in maniera del tutto simile1. La persona non più condizionata dalle forze dell’energia materiale vive costantemente nel presente, un presente dilatato, senza limiti, dinamico, caratteristica del “tempo non tempo” della dimensione spirituale. L’esortazione di apertura si può dunque leggere anche come un invito esplicito al discepolo da parte del Maestro di spiccare il volo, di fare un definitivo salto di qualità e di passare, così, dalla dimensione umana a quella sovrumana o spirituale. Secondo Ramanuja e Nimbarka il termine atha, da interpretare come ‘dunque, poi’, significa “dopo l’acquisita consapevolezza del karma e dei suoi frutti”, intendendo con ciò che i frutti delle azioni, per quanto buoni, hanno comunque sempre natura limitata ed effimera; la persona saggia, avendo compreso in maniera profonda questo concetto, si dedica alla ricerca del Brahman, l’unica, suprema realtà in grado di concedere il conseguimento dell’eterna beatitudine. Per Shankara invece, atha ha il significato di “dopo l’ottenimento dei quattro prerequisiti”, che sono: il discernimento tra ciò che è eterno e ciò che è temporaneo, il rifiuto della gratificazione sensoriale, il controllo di sé e il desiderio per la liberazione. Secondo il punto di vista scientifico Vedico in totale esistono 8.400.000 specie di vita (che includono tutte le varietà di microrganismi, vegetali, animali e esseri umani) raggruppate tenendo conto di livelli simili di coscienza. Secondo questa visione la forma umana è raggiunta solo dopo aver sperimentato milioni di differenti varietà di corpi nelle varie specie. Quindi la visione vedantica implica il concetto di biodiversità come processo naturale per consentire di sperimentare la vita a differenti livelli di coscienza e quindi procedere gradualmente nella scala evolutiva passando da livelli inferiori a livelli via via superiori secondo le leggi sottili del karma. In questo senso la visione evoluzionistica del vedanta si oppone alla teoria di Darwin secondo cui l'evoluzione procede secondo canoni strettamente biologici. Le specie di vita sono degli archetipi coscienziali presenti nel progetto cosmico, e ciascun essere prenderà uno specifico corpo secondo una logica strettamente coscienziale piuttosto che biologica. E' la coscienza che evolve e che rende possibile sperimentare una particolare forma di vita piuttosto che un'altra. Questo concetto è espresso molto bene nella Bhagavad-gita (XIII.22):

Purushah prakriti-stho hi
Bhunkte prakriti-jan gunan
Karanam guna-sango 'sya
Sad-asad-yoni-janmasu

“Così l'essere vivente segue, nell'ambito della materia, i diversi modi di vita e gode delle tre influenze della natura materiale. Ciò è dovuto al contatto con questa natura. Incontra così il bene e il male nelle varie specie”.

Non è una selezione naturale o una mutazione genetica casuale la causa della biodiversità, ma una conseguenza del grado di evoluzione dello stato di coscienza. Il sé trasmigra da una specie all'altra finché viene raggiunta la forma umana, da cui è possibile fare il salto finale verso la liberazione dai condizionamenti materiali (moksha). Nella forma umana la coscienza (cetana), l'intelligenza (buddhi), la mente (manas), i sensi (indriya), sono pienamente sviluppati, e costituiscono nel loro insieme uno strumento prezioso per l'emancipazione finale. L'essere è equipaggiato adeguatamente per intraprendere il viaggio più importante dell'intera esistenza, ovvero jijnasa, la ricerca spirituale, la ricerca del Brahman. Qualcosa di simile è stato menzionato da Albert Einstein, il quale ricordava che conoscere i piani di Dio è la ricerca più importante, tutto il resto è mero dettaglio. Tale ricerca interiore porterà gradualmente a riscoprire la relazione (sambandha) che sussiste tra il sé e Dio, riscoprendo così la conoscenza più intima della vera natura ontologica di ogni essere. La Ishopanishad afferma: ishavasyamidam sarvam, tutto appartiene a Dio (Isha), perciò qualsiasi cosa, includendo il lavoro di ricerca di tutti gli scienziati e di tutti i leader mondiali, dovrebbe essere usato per riscoprire questo stretto legame e ripristinare quindi la relazione ontologica tra il Sé ed il sé. Il Bhagavata purana afferma ciò in modo molto chiaro (I.2.8):

Dharmah svanushthitah pumsam
Vishvaksena-kathasu yah
Notpadayed yadi ratim
Shrama eva hi kevalam

“Le occupazioni che ogni uomo svolge secondo la propria posizione sono sforzi inutili se non suscitano attrazione per il messaggio del Signore Supremo”.

In questo contesto le parole “Ora, ordunque”, assumono un significato decisamente importante. Esse indicano che ora, avendo raggiunto la forma umana, così difficile da ottenere e strumento davvero eccelso per la ricerca spirituale, è necessario intraprendere la ricerca del Brahman, ovvero della Verità Assoluta. Con queste parole è quindi espressa pienamente l'esortazione a prendere coscienza della illusorietà della vita e della sofferenza in essa presente. La forma umana è fatta apposta per operare un processo di emancipazione attraverso la realizzazione consapevole della transitorietà dei luccichii della natura materiale, che come pezzi di vetro luccicano e appaiono attraenti a colui che è fagocitato dal potere illusorio di maya. Oggi più che mai, anche dopo aver sperimentato un notevole progresso tecnologico, stiamo testimoniando una dimensione di forte pericolo a causa di guerre, carestie, malattie, crisi ambientale ed economica. Direttamente o indirettamente la causa di tutto ciò è una visione materialistica della vita che ha reso quasi nulli gli alti valori etico-morali quali la compassione, la misericordia, la carità, l'amore per tutte le creature, portando così ad un profondo stato di disagio globale. Il Vedanta fin dal primo sutra esorta quindi ad una presa di consapevolezza della necessità di intraprendere un percorso spirituale al fine di acquisire la piena conoscenza di sé e della Verità Assoluta oltre gli inganni della materia. In questo senso il primo sutra è un messaggio davvero importante per tutta l'umanità.

(1) Negli Yogasutra di Patanjali si esordisce con: atha yoga anushasana: "ora la disciplina dello yoga"; nei sutra del Karmamimamsa la prima esortazione è invece: athato dharma jijnasa: "ordunque, intraprendiamo lo studio del dharma".