giovedì 15 luglio 2010

SULLA 'PLASTICITÀ NEURONALE' E LA MEDITAZIONE di Andrea Boni con la collaborazione di Barbara Ferrando.


Recenti studi scientifici hanno ormai ampiamente dimostrato che una delle caratteristiche principali del sistema nervoso è la sua plasticità, ovvero la stupefacente capacità di adattarsi all’ambiente e, come conseguenza, attraverso l’esperienza e la pratica costante, migliorarne le risposte. Sapendo che i cambiamenti che avvengono nella rete neuronale a seguito degli stimoli ambientali possono persistere molto a lungo, in linea di principio anche per tutta la vita dell’individuo, ne consegue che la plasticità neuronale rappresenta la base delle funzioni cerebrali superiori come l’apprendimento e la memoria e, indirettamente, la causa prima della manifestazione delle emozioni e del carattere di una persona in generale, inteso come la sua capacità di reagire agli eventi. L’organizzazione e il raggruppamento delle reti neuronali sono originariamente determinati da fattori genetici, cioè da proteine di “riconoscimento” chemotattiche e da proteine di adesione cellulare i cui geni sono trascritti e tradotti in modo specifico a seconda della popolazione neuronale. Uno dei primi passi nello sviluppo del sistema nervoso centrale è l’inizio della crescita dell’assone nei neuroni neonati: gli assoni nascenti “navigano” verso i loro bersagli specifici creando con essi connessioni sinaptiche le quali vanno a costituire quell’intricata rete che si ritrova nel sistema nervoso centrale maturo. Per fare questo gli assoni che si proiettano verso il bersaglio devono continuamente controllare il loro ambiente spaziale e selezionare accuratamente i percorsi corretti tra tutti quelli possibili (che sono numerosissimi). Ad oggi sono noti diversi “sistemi di navigazione molecolare” che governano e orientano questa funzione di ricerca da parte degli assoni. Comprendere come funzionino questi sistemi di guida molecolare e come concorrano ad avviare e deviare la migrazione degli assoni è uno dei principali obiettivi della neurobiologia. È stato dimostrato che le reti neuronali sono capaci di adattamento e apprendimento, benché uno studio profondo e completo dell’attività dei loro circuiti sia stato finora impedito dalla complessità della loro dinamica. Tuttavia già con millenni di anticipo, la Scienza dello Yoga aveva fornito una conoscenza molto precisa delle dinamiche che contribuiscono alla strutturazione delle reti neuronali, e quindi delle dinamiche mentali automatiche e condizionanti che ne derivano e soprattutto ha fornito i mezzi per la loro destrutturazione. In sostanza, la plasticità delle reti neuronali può essere definita come il continuo modellamento di morfologia e funzione indotta prevalentemente dall’esperienza e quindi dall’ambiente. Tale modellamento può essere rafforzato e “orientato” attraverso la pratica costante (abhyasa) di un determinato esercizio. Ad esempio, per destrutturare schemi mentali automatici, condizionanti e distruttivi, è possibile applicare la tecnica della visualizzazione meditativa giornaliera, da attuarsi prevalentemente nelle ore del mattino (dalle 4 alle 8):

Il Signore Shri Krishna disse:
O Arjuna dalle braccia potenti, è indubbiamente molto difficile dominare la mente irrequieta;
tuttavia, o figlio di Kunti, è possibile con la pratica adatta e col distacco emotivo.

(Bhagavad Gita VI.35)

In quelle ore (quel periodo è anche detto brahmamurta) il cervello è particolarmente predisposto all'apprendimento, e quindi all'addestramento su nuovi schemi di pensiero, che consentano di codificare nuovi circuiti neuronali, sani e non condizionanti. Anche se i “periodi critici” (fasi dello sviluppo in cui la plasticità neurale raggiunge l'apice di potenzialità espressiva) si riscontrano prevalentemente nell'infanzia, ad oggi è scientificamente risaputo che la plasticità neurale è una facoltà primaria che caratterizza l'intera vita cerebrale, anche in una fase avanzata d'invecchiamento. Possediamo tutte le potenzialità per ri-mappare le aree del cervello che ci condizionano e che sono generatrici di sofferenza e dipendenza (anche e soprattutto affettiva). In questo senso la pratica della meditazione appare come una vera e propria tecnica per orientare la plasticità neuronale e quando l'oggetto della meditazione è un mantra composto da nomi Divini, il risultato che ne consegue, qualora la pratica sia adeguata e costante, porta a serenità interiore, appagamento, ispirazione e desiderio di condividere.



Per maggiori approfondimenti sui benefici della meditazione si veda:
http://psicologiaespiritualita.blogspot.com/2009/04/la-scienza-della-meditazione.html

martedì 15 giugno 2010

HIGH TECH, SERVITORE DI DUE PADRONI. 'DALLA SINDROME DA I-PHONE ALLA SUPERFICIALITA' DELLE RELAZIONI VIRTUALI DI MASSA' (PARTE TERZA) di Caterina Carloni.

L’ultima novità proviene dalle ricerche del colosso dei microprocessori Intel, il quale ha appena presentato un software in grado di indovinare con estrema accuratezza cosa una persona sta pensando tramite l'analisi della sua attività cerebrale. Il sistema è stato dimostrato per la prima volta al Tech Heaven di New York, ma la tecnica è ancora in una fase di sviluppo. Il programma messo a punto da Intel è collegato a un'apparecchiatura per la risonanza magnetica. Ad un soggetto viene chiesto di pensare una serie di nomi comuni suggeriti da un ricercatore. L'algoritmo associa a ogni parola le aree del cervello che si attivano quando esse vengono pensate. Successivamente, al soggetto viene chiesto di pensare a una delle parole precedentemente suggeritegli. Se la ricerca andrà avanti, in futuro sarà possibile comandare un computer senza usare tastiera, mouse o touch-screen. Ma la ricaduta più importante si avrebbe nell'assistenza alle persone affette da gravi invalidità o menomazioni fisiche, che potrebbero riacquistare una parziale autosufficienza manovrando col pensiero sedie a rotelle, sintetizzatori vocali e altri strumenti di assistenza fisica. L’evoluzione tecnologica è certamente un bene prezioso per tutti. L’unico rischio è che, parafrasando la divertente commedia goldoniana, diventi uno strumento al servizio di due padroni poco avveduti: da un lato, il Piacere che ottunde, confonde le idee, stordisce, allenta la connessione con se stessi e, in definitiva, mina le nostre più autentiche risorse umane e spirituali; dall’altro il Progresso che separa l’uomo dal suo centro, la Medicina frammentaria e settoriale, che identifica la vita nel segmento nascita-morte privandola della sua funzione evolutiva, il Benessere scorporato dalla sua dimensione metacorporea, ridotto ad “aggiustamenti” fisici e a manipolazioni virtuali, in cui la salute psicologica si riduce a un esercizio di normalizzazione sociale. La salute psicologica è plasticità, dinamismo, trascendenza dai confini angusti dell’io, è espansione di sé stessi, è esperienza di viaggio in territori magici e sconosciuti fino al ritorno alla propria Sorgente Suprema, è esplorazione della propria, unica e irripetibile essenza. E’ Amore al più alto livello, dato e ricevuto senza condizioni né condizionamenti. “Ma con Amor l’inzegno no val gnente/Per causa de Cupido impertinente/No son più servitor de do Patroni/Ma sarò servitor de chi me sente”, conclude la maschera del grande commediografo veneziano. Perché le nostre attività apportino un reale beneficio a noi stessi e a chi ci circonda, qualunque sia il mezzo portentoso di cui disponiamo, è decisivo a quale padrone offriamo il nostro servizio e con quale sentimento. Nessun avanzamento è possibile senza una coscienza illuminata da valori spirituali. L’evoluzione tecnologica ha permesso di abbattere molte barriere e di spianare la strada della comunicazione globale, ma potrebbe elevare altri muri sottili e invisibili dentro la nostra anima. La via della Bhakti (del servizio di amore verso il Creatore e le Sue creature) ci aiuta a rammentare che l’intero universo è permeato, generato e riassorbito da un’unica potente energia d’Amore da cui noi tutti proveniamo e verso cui noi tutti tendiamo: Shri Krishna. Onorare questa grande forza è il segreto per ottenere tutti i più autentici e durevoli benefici dell’esistenza.

Krishna stesso nella Bhagavad Gita ci ricorda che non è necessario fare chissà quali opere, ma ciò che è importante è la motivazione che ci spinge all'azione:

Patram pushpam phalam toyam
Yo me bhaktya prayacchati
Tad aham bhakty-upahrtam
Ashnami prayatatmanah

“Se qualcuno Mi offre con amore e devozione [bhakti] una foglia, un fiore, un frutto o dell'acqua, accetterò la sua offerta”. Bhagavad Gita XI.26

Yat karoshi yad ashnasi
Yaj juhoshi dadasi yat
Yat tapasyasi kaunteya
Tat kurushva mad-arpanam

“Qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa tu mangi, sacrifichi ed offra in carità, come pure le austerità che compi, offri tutto a Me, o figlio di Kunti”, dice La Persona Suprema in Bhagavad-gita IX.27.

Che ogni nostra attività, mondana, virtuale o spirituale sia un’offerta a Colui che è la Fonte di ogni felicità.

lunedì 7 giugno 2010

HIGH TECH, SERVITORE DI DUE PADRONI. 'DALLA SINDROME DA I-PHONE ALLA SUPERFICIALITA' DELLE RELAZIONI VIRTUALI DI MASSA' (PARTE SECONDA) di Caterina Carloni.

L’utilizzo sempre più esteso del computer per lavoro, passatempi come i videogame e attività sui social network sono una delle cause principali dell’epidemia di obesità che sta flagellando i Paesi sviluppati. Ma non per l’inattività fisica – o almeno non solo - bensì per gli effetti del computer sul cervello. Lo sostiene la prestigiosa Royal Institution of Great Britain, la più antica accademia di ricerca scientifica pubblica del mondo. La baronessa Susan Greenfield, direttrice della Royal Institution, sostiene che l’utilizzo costante del computer ‘infantilizza’ il cervello rendendogli più difficile imparare a superare le difficoltà e gli errori: “Quando un bambino cade da un albero, impara subito a non ripetere l’errore, mentre se uno sbaglia durante un videogame, semplicemente continua a giocare. La parte del cervello coinvolta nell’attenzione, nell’empatia e nell’immaginazione – la corteccia pre-frontale – potrebbe non svilupparsi correttamente nei bambini troppo informatici” minaccia la Greenfield. “E poiché negli obesi questa zona cerebrale è spesso poco attiva, il legame tra uso eccessivo del computer e obesità potrebbe essere a livello cerebrale, producendo meno percezione del rischio, più abuso di junk-food e stili di vita poco salutari(1)”. Un nuovo studio pubblicato da un professore di psicologia statunitense pone l'accento su quello che ritiene essere un vero e proprio profilo clinico: quello del gamer patologico. La ricerca è stata effettuata presso il “National Institute on Media and the Family” e ha decretato che almeno uno su dieci intervistati presenta veri e propri sintomi patologici che vanno ben oltre la semplice dipendenza, arrivando a modificare profondamente l'individuo sia a livello sociale, sia caratteriale. Lo studio, eseguito analizzando le risposte date da 1.178 giovani utenti di età compresa tra 8 e 18 anni, ha identificato una percentuale pari allo 8,5% degli intervistati come "gamer patologici", cioè vittime di ben sei sintomi dichiarati patologici dal DSM II, ovvero: rilevanza (l'attività videoludica tende a dominare la vita dell'utente), euforia (sollievo nell'atto videoludico che permette di accantonare sensazioni spiacevoli), tolleranza (il prolungarsi anche in intensità dell'esperienza nel tempo), astinenza (l'individuo tende ad essere irrequieto o insoddisfatto se non può giocare), conflitto (l'attività tende ad essere in conflitto con le attività quotidiane, come studio, relazioni interpersonali) e, per finire, reticenza (il gamer patologico tende a continuare a giocare anche in presenza di espliciti divieti o di astinenza autoimposta). Douglas Gentile, docente di psicologia presso la Iowa State University e responsabile dello studio, commenta: "La dipendenza dai videogiochi può costituire una vera e propria forma patologica che arreca danni alla funzionalità dell'individuo". Quanto ai benefici, gli studi sull’High Tech sono ancora agli inizi e necessitano di ulteriori conferme. Ad esempio, è stato da poco messo a punto un nuovo software riabilitativo per persone colpite da lesioni cerebrali chiamato COG.I.T.O., finanziato dalla Fondazione CRT, promosso dalla Fondazione ASPHI Onlus ed ideato da neuropsicologi e logopediste del Presidio Sanitario San Camillo di Torino. Il software, presentato per la prima volta in Italia il 15 ottobre 2009, in occasione di Beyond Paralympics, la settimana voluta da Fondazione CRT per parlare, confrontarsi, proporre iniziative a sostegno delle persone disabili, è a disposizione in forma gratuita open source e distribuito con licenza copyleft, scaricabile direttamente dal sito web. In un numero speciale della rivista “Cyberpsychology, Behavior and Social Networking”, sono stati pubblicati vari studi sull'uso della realtà virtuale come terapia psicologica per rimuovere le cicatrici di un trauma - per esempio gli effetti traumatici di un terremoto. “La realtà virtuale”, ha spiegato Brenda Wiederhold, direttore della rivista, “immerge il paziente che soffre di stress post-traumatico in un mondo fittizio dove la persona rivive in modo controllato il trauma. Gli stimoli virtuali riportano alla mente del paziente l'evento traumatico in cui e' rimasto coinvolto, fino a che l'individuo, magari agendo attraverso il suo avatar, impara a non associare più quegli stimoli a qualcosa di terrificante e ansiogeno, riuscendo a liberarsi dalla paura anche nel mondo reale”.“COSPATIAL”, un progetto europeo appena avviato, coordinato dalla Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento, dedicato alla messa a punto di tecnologie collaborative per la promozione dell’apprendimento di competenze sociali da parte di bambini e ragazzi con sviluppo tipico o con autismo, sta tentando di creare strumenti tecnologici per favorire lo sviluppo di competenze comunicative nei bambini e contribuire allo sviluppo cognitivo e sociale in generale, venendo in particolare incontro alle grandi speranze dei genitori dei bambini autistici. In particolare, COSPATIAL si indirizza verso due tipi di tecnologie che in studi precedenti hanno mostrato buone potenzialità nel migliorare le abilità sociali: ambienti collaborativi virtuali e superfici attive condivise.

(1) Macrae F. 'Do you have Facebook flab? Computer use could make you eat too much, warns professor'. Daily Mail 15/05/2009.

PERDONARE UN TORTO AIUTA A STARE MEGLIO, LO DICE LA SCIENZA. STUDIO DI RICERCATORI PISANI SULLA RISONANZA MAGNETICA FUNZIONALE.


Perdonare un torto non solo solleva simbolicamente la coscienza, ma scientificamente aiuta a stare meglio: lo dimostra la risonanza magnetica funzionale, almeno secondo una ricerca condotta dal dipartimento diMedicina di laboratorio e diagnostica molecolare dell'Azienda ospedaliero-universitaria pisana intitolato 'The Moral Brain: an fMRI study of the neural bases of forgiveness and unforgiveness in humans', premiato con il primo premio per giovani ricercatori dalla 'Fondazione Giannino Bassetti'. Nello studio i ricercatori hanno utilizzato metodiche di risonanza magnetica cerebrale funzionale (fMRI) per esaminare le basi cerebrali che sottendono distinte scelte morali. "Ci siamo chiesti - spiega Giuseppina Rota, assegnista di ricerca nel laboratorio del professor Pietrini e primo autore della ricerca - cosa succede nel cervello quando un individuo che ha subito un torto da una persona a cui è legato deve decidere come superare la situazione di conflitto, se perdonare o meno la persona". Studiando le connessioni funzionali del cervello nelle diverse situazioni, i ricercatori hanno dimostrato che complesse reti di aree cerebrali coinvolte nei processi decisionali, nelle teorie della mente e nella regolazione emotiva dialogano intensamente tra loro nel prendere una o l'altra decisione. "Perdonare permette di superare una situazione di stallo che, se protratta, porterebbe altrimenti ad un'alterazione dell'omeostasi biochimica e psicologica dell'individuo", spiega Emiliano Ricciardi, coautore dello studio. In pratica, i circuiti coinvolti nell'empatia sono chiamati in causa quando si perdona, come se 'calarsi nei panni altrui' potesse aiutare a comprendere le ragioni di chi ci ha offesi e, quindi, a perdonare.

lunedì 31 maggio 2010

HIGH TECH, SERVITORE DI DUE PADRONI. 'DALLA SINDROME DA I-PHONE ALLA SUPERFICIALITA' DELLE RELAZIONI VIRTUALI DI MASSA' (PARTE PRIMA) di Caterina Carloni.

Quante volte, passeggiando per strada, ci capita di osservare il comportamento delle persone che ci circondano? La maggior parte dei passanti si muove tra la folla isolandosi mentalmente da tutto e tutti. L’unica cosa che desta la loro attenzione è lo squillo o la vibrazione del proprio amato telefono, che segnala l’arrivo dell’ennesimo messaggino a cui rispondere immediatamente. Un problema concreto, spesso sottovalutato, che colpisce in maniera diversa e forse ancor più inquietante, gli utenti proprietari di un terminale iPhone. Il fenomeno, ribattezzato dagli psicologi come “sindrome da iPhone”, presenta diverse similitudini con la sindrome di Stoccolma. In sintesi, i “sequestrati”, oltre a comportarsi come se fossero inebetiti, manifestano anche sentimenti positivi nei confronti del proprio “rapitore hi-tech”. Per la Strand Consult, che ha analizzato le frequenti quanto irragionevoli risposte dei fan del “melafonino”, i possessori di un iPhone sono quasi sempre ostaggi inconsapevoli del loro oggetto preferito. Si tratterebbe, insomma, di un vero e proprio “rapimento intellettuale di massa”. Niente sembra riuscire a tener lontano gli utenti dal loro oggetto dei desideri, neppure i possibili problemi tecnici. I possessori di questo dispositivo sono pronti infatti a difendere il proprio acquisto ricorrendo ad argomentazioni “fantasiose”. Tutto ciò che normalmente verrebbe visto come un “difetto” o un “limite”, viene considerato un pregio, una qualità che altri dispositivi non hanno e mai potranno avere: se sull’iPhone di Apple non è possibile installare un qualsiasi applicativo, gli utenti non si rattristano e non accusano la casa madre, in quanto tale limite è in realtà un vantaggio poiché i software disponibili sono di certo i migliori sul mercato; se la fotocamera integrata è di bassa qualità, il design viene prima di tutto, ecc. La “sindrome da iPhone”, e di questo gli psicologi sembrano esserne certi, è globale e colpisce allo stesso modo in tutte le parti del mondo. In realtà gli studi sugli effetti nocivi dell’alta tecnologia sulla psiche umana sono ormai numerosi e incontestabili. Due anni fa un saggio di Nicholas Carr, consulente aziendale e direttore della “Harvard Business Review", fu pubblicato dalla rivista «The Atlantic» col provocatorio titolo «Google ci sta rendendo stupidi?». “Le tecnologie digitali” – scriveva Carr – “offrono opportunità straordinarie di accesso a nuove informazioni, ma hanno un costo sociale e culturale troppo alto: insieme alla lettura, trasformano il nostro modo di analizzare le cose, i meccanismi dell’apprendimento. Passando dalla pagina di carta allo schermo, perdiamo la capacità di concentrazione, sviluppiamo un modo di ragionare più superficiale, diventiamo dei “pancake people” - come dice il commediografo Richard Foreman: larghi e sottili come una frittella - perché, saltando continuamente da un pezzo d’informazione all’altra grazie ai link, arriviamo ovunque vogliamo, ma al tempo stesso perdiamo spessore perché non abbiamo più tempo per riflettere e contemplare. Soffermarsi a sviluppare un’analisi profonda sta diventando una cosa innaturale. Oltre ai vantaggi che sono sotto gli occhi di tutti, la Rete ci porta anche svantaggi assai meno evidenti e, proprio per questo, più pericolosi, anche perché gli effetti saranno profondi e permanenti; le nuove tecnologie influenzeranno la struttura del nostro cervello perfino a livello cellulare”. Scienziati britannici hanno recentemente riferito che le persone che passano molto tempo su Internet hanno maggiori possibilità di mostrare segni di depressione. Gli psicologi della Leeds University hanno riscontrato delle "impressionanti" evidenze empiriche che mostrano come alcuni habitué del Web sviluppino una tendenza compulsiva, soppiantando l'interazione sociale della vita reale con chat e siti di social network. "Questo studio supporta l'idea comune che un uso smodato della rete a sostituzione di una socialità nella norma possa essere legato a disordini psicologici come depressione e dipendenza" - scrive sulla rivista “Psychopathology” Catriona Morrison, principale autrice della ricerca - aggiungendo che "navigare in questo modo può avere un impatto serio sulla sanità mentale".

mercoledì 5 maggio 2010

LA COSMOGONIA NELLA COMMEDIA E NELLA GITA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).

Questo Amore che tutto move si trova più nei pianeti spirituali, Vaikunta, nei pianeti celesti, come Brahma Loka e Svarga Loka, solo in parte nei pianeti mediani, cui noi apparteniamo e in parte o quasi niente negli inferni, dove c’è l’aere bruno e tutto si vede in penombra. Inoltre, secondo la tradizione della filosofia Vaishnava, Dio appare attraverso manifestazioni quadruple e multiple di se stesso, l’ Uno che diventa molti e crea tutto il mondo dell’esistenza empirica (eko bahunam). Nella parte più alta c’è il fiore di loto ed è notevole la corrispondenza con la candida rosa. Quindi, dall’oceano causale sorgono queste manifestazioni che sono divise in tre sistemi planetari: quello inferiore, quello mediano e i cieli che hanno diversi gradi di realizzazione, di gioia e d’illuminazione. Nella visione di Dante il mondo materiale è costituito da quattro elementi sensibili: acqua, aria, fuoco e terra, poi c’è un quinto elemento, l’etere, che fa da spazio a tutta la creazione cosmica, il niente che contiene il tutto. Secondo la visione dantesca, la terra è composta da un emisfero sommerso dalle acque e da un emisfero solido il cui centro è Gerusalemme, sotto Gerusalemme si apre il baratro dell’inferno. Il mondo va dal Gange a Gibilterra, il resto è ” mondo sanza gente”. Attorno alla terra il cielo atmosferico è sormontato dal cielo teologico e da vari tipi di cieli. Agli antipodi di Gerusalemme e dell’inferno c’è il monte del Purgatorio. C’è una simmetria, la stessa che si ritrova nella storia dell’arte, nei dipinti fondo oro di Cimabue, Giotto, Simone Martini, Duccio da Boninsegna e più tardi nelle opere di Perugino, Piero Della Francesca e altri. Il Purgatorio fu teorizzato teologicamente poco prima del 1300, anno del Giubileo indetto da Bonifacio VIII. In quell’occasione fu un purgatorio contaminato da manovre di frode, ma questo luogo in cui le anime potessero purificarsi, espiare per evolversi, non era nuovo per i padri della Chiesa: gli islamici, i sufi, Averroè, Avicenna e molti altri avevano già concettualizzato un processo di purificazione, un posto, una dimensione, per saldare i debiti e purificarsi per poi salire attraverso i vari cieli del Paradiso, attraversare la candida rosa, oltre l’Empireo, nella residenza di Dio. Il Purgatorio, questa montagna altissima, come dirà Ulisse, compare all’inizio della creazione. Quando Dio manifesta le sue potenze, queste si scindono in luminose e tenebrose: a capo delle schiere degli angeli c’è Michele, a capo delle schiere dei demoni c’è Lucifero, l’angelo più bello, intelligente, acuto, capace, creativo, ma orgoglioso ed egocentrico, infatti, immediatamente tende ad avere per sé la bellezza di quello che si sta per creare e non è ancora stato creato. Quando l’uomo nasce ha già in sé una polarizzazione della mente, una parte divina ed una demoniaca, lui deve fare la scelta col libero arbitrio. Nei Veda il mito è narrato con millenni di anticipo, a capo degli angeli (deva) c’è Indra e a capo dei demoni (asura) Vrittra (Rig Veda). L’uomo quando nasce è oppresso da questa tensione, da questo scontro cosmico la cui arena è la psiche. L’uomo tende al cielo, lacerato dalle forze di terra, le forze demoniache, che sono archetipi divini. Non possiamo eliminare il bene ed il male che c’erano e ci saranno prima e dopo di noi, possiamo scegliere se stare con il bene o con il male.

lunedì 26 aprile 2010

LA COSMOGONIA NELLA COMMEDIA E NELLA GITA (PARTE PRIMA).

Di Marco Ferrini (Matsyavatar das).

Ogni civiltà ha prodotto una sua cosmogonia, perché una delle più pungenti curiosità dell’uomo è stata quella di sapere da dove proviene, dove si trova e dove sta andando, domande eterne a cui la filosofia ha sempre cercato di dare una risposta. Dante aveva accettato per buona la cosmogonia alessandrina, la visione tolemaica geocentrica, ereditata dall’Ellade e dai Latini, che considerava la terra al centro del cosmo. Bisognerà arrivare a Copernico, uomo del Rinascimento, per avere una nuova teoria, dimostrata da funzioni matematiche, che descrive un cosmo differente, cioè eliocentrico con il sole al centro del mondo. Questa nuova visione fu confermata e ampliata nel 1600 da Galileo Galilei, che rischiò la persecuzione e il rogo; fu costretto ad abiurare e lo fece per non diventare una fiaccola vivente in mano ai domenicani, come successe invece al filosofo Giordano Bruno. La concezione che aveva Galileo del mondo non è quella che abbiamo noi oggi con la fisica quantistica ed i telescopi elettronici, eppure i problemi esistenziali rimangono sempre gli stessi: l’uomo continua a nascere, a morire, a non sapere da dove viene e dove sta andando, a vivere con angoscia, a provare il dolore, la frustrazione della vecchiaia, la morte, la transizione e la rinascita. Dante aderisce alla concezione dell’Universo del tredicesimo secolo, anche se essendo una personalità grande ed eclettica, ne dà una sua interpretazione. Dante è un pellegrino speciale, non viaggia solo su terreni fisici come Magellano, Vasco De Gama o Cortes, ma come Virgilio, Enea, san Paolo, Maometto, è una di quelle persone che sperimentano addirittura un viaggio in un’altra dimensione. Nella Gita e il Bhagavata Purana il Cosmo viene rappresentato su tre livelli: ci sono pianeti inferiori (Bhu), pianeti intermedi (Bhuva) e pianeti superiori (Sva), che vengono chiamati anche paradisi. Dall’oceano causale, in basso, avviene la creazione attraverso una promanazione di Maha Vishnu, il Creatore, che è lui stesso una promanazione da Krishna, nome che significa “l’immensamente affascinante”. Nell’alto Empireo esiste la dimora divina che è Goloka Vrindavana (Katha e Svetasvatara Uphanishad, Bhagavad Gita): dimora di luce, fulgenza che illumina tutto il mondo, e nella Commedia si dice:

La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
(Paradiso Canto I)

mercoledì 21 aprile 2010

LA PARTICELLA DI DIO?


A cura di Andrea Boni.

“PISA. C'è molto di Pisa nel viaggio alla scoperta dell'"universo bambino" che si sta compiendo al Cern di Ginevra. Un viaggio che potrebbe portare un premio Nobel sotto la torre pendente. Da qualche giorno, infatti, all'interno del Large Hadron Collider, l'acceleratore di particelle più potente della storia, si stanno scontrando fasci protonici a 7.000 miliardi di elettronvolt, un livello energetico mai raggiunto prima. I microscopici fuochi di artificio che scaturiscono dalle collisioni, hanno l'obiettivo di riportare piccoli frammenti di materia alle condizioni immediatamente successive al Big Bang, precisamente una frazione di miliardesimo di secondo dopo l'esplosione che generò l'universo. A capitanare uno dei quattro esperimenti collegati all'attività di LHC è il professor Guido Tonelli, 59 anni, ordinario di Fisica generale all'Università di Pisa e collaboratore dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). Da circa un anno Tonelli è responsabile di Compact Muon Solenoid (Cms), un progetto al cui interno lavorano 3.600 persone, tra scienziati, tecnici e ingegneri.

Le leggi della fisica che studiamo oggi, infatti, sono relative a un universo freddo e vecchio di 13,7 miliardi di anni, che non ha più niente in comune con il cosmo appena nato: "Dopo il Big Bang le temperature erano molto elevate e di conseguenza c'erano più particelle di quelle attualmente conosciute - prosegue il fisico - Le più pesanti, infatti, necessitano di grandi quantità di energia e per questo oggi sono scomparse". LHC promette di riportare indietro le lancette dell'orologio e di trovare queste particelle scomparse, utili per svelare molti dei misteri del cosmo: "Prima di tutto cerchiamo il bosone di Higgs, un elemento che permetterebbe di capire come mai le particelle elementari hanno masse così diverse tra loro - spiega Tonelli - Poi c'è la materia oscura, una forma del tutto nuova di sostanza: non la vediamo (perché non emette luce), ma attraverso le osservazioni siamo in grado di dire che rappresenta circa un quarto dell'universo e che tiene insieme enormi ammassi di galassie". Infine, LHC potrebbe confermare (o smentire) le recenti teorie extradimensionali: "Noi viviamo in un mondo a quattro dimensioni (le tre dello spazio più il tempo ndr) ma in origine forse, ce n'era qualcuna in più e con LHC lo scopriremo - spiega Tonelli - Gli elevati livelli di energia all'interno dell'acceleratore potrebbero consentire l'apertura di varchi su dimensioni sconosciute. Ovviamente, parliamo di spazi e tempi estremamente ridotti, per cui sarebbe possibile prelevare soltanto piccole particelle di materia, niente di più. Ma se l'ipotesi fosse confermata, vi sarebbero sviluppi interessanti". Per questi e altri motivi, il nome dello scienziato pisano-lunigianese sembra essere finito nella lista dei candidati al Nobel per la fisica. (Il Tirreno, 7 Aprile 2007)”.

Questi esperimenti sono sicuramente interessanti, tuttavia sarebbe importante comprendere questi fenomeni anche attraverso la Scienza fornita all'interno dei Veda e della Filosofia del Samkhya e della Bhagavad Gita in particolare, dove viene descritto come la materia sia una manifestazione dell'energia Divina che si manifesta a partire dall'elemento etere (akasha).

L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:

“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.

Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto).

Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna diversi fisici oggi spiegano che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:

“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo,
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.

Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.

lunedì 12 aprile 2010

UMANITA' NELLA BHAGAVAD GITA.


A cura di Andrea Boni.

La Bhagavad Gita non parla dell'uomo in astratto, ma dell'uomo incarnato, con i suoi condizionamenti, le sue paure e le sue crisi, e lo aiuta ad uscire fuori da questa situazione sgradevole che causa solo sofferenza. L'aiuto concreto portato da Krishna è andare oltre il contingente, quel contingente che è insostenibile dagli umani. In questo senso la Bhagavad Gita costituisce un patrimonio dell'umanità, infatti tutti gli esseri viventi, pur essendo frammenti infinitesimali di Dio, e quindi pur godendo con Lui di una relazione unica e distinta propria della nitya svarupa di ogni frammento eterno, poiché costituiti di energia marginale, possono essere soggetti all'azione ammaliatrice (maya) della potenza intrinseca della natura materiale. Se avviene il contatto tra purusha e prakriti, conseguenza comunque del libero arbitrio del purusha stesso, l'essere si ritrova incarnato e condizionato e lotta così contro le influenze della natura materiale e contro i sensi e la mente:

Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanah
Manah-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati


“Gli esseri viventi, in questo mondo di condizioni, sono Miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente. (Bhagavad Gita XV.7)”

Apparentemente è una lotta impari poiché la materia (prakriti) ha una potenza superiore, che il jiva non riesce ad affrontare con le sue forze, ma può farlo tramite l'abbandono fidente a Colui che è fonte dell'energia stessa

Daivi hy esha guna-mayi
Mama maya duratyaya
Mam eva ye prapadyante
Mayam etam taranti te

“Questa Mia energia Divina, costituita dalle tre influenze della natura materiale, è difficile da superare, ma coloro che si abbandonano a Me ne varcano facilmente i confini. (Bhagavad Gita VII.14)”.

Il Jivabhuta è quindi costituito di spirito e materia. Lo spirito costituisce l'energia di Amore del Divino, mentre la materia, priva di coscienza, costituisce le coperture fisiche e psichiche, ed è per questo la causa vera della sofferenza (quando il soggetto si identifica completamente con tali coperture):

Bhumir apo 'nalo vayuh
Kham mano buddhir eva ca
Ahamkara itiyam me
Bhinna prakrtir ashtadha

Apareyam itas tv anyam
Prakrtim viddhi me param
Jiva-bhutam maha-baho
Yayedam dharyate jagat


“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente, intelligenza e falso ego – questi otto elementi, distinti da Me, costituiscono la Mia energia materiale.
O Arjuna dalle braccia potenti, oltre a questa energia ne esiste un'altra, la Mia energia superiore, costituita dagli esseri vivienti che sfruttano le risorse dell'energia inferiore, la natura materiale. (Bhagavad Gita VII.4-5).”

In questi versi troviamo quindi l'uomo dal punto di vista fisico, psichico e spirituale, l'uomo nei suoi tre piani antropologici così come spiegato da Krishna nella Bhagavad Gita.
La fonte della sofferenza dell'uomo risiede quindi in questa scissione della personalità. La natura Divina che si identifica con la natura transitoria di corpo e psiche, dovuta al riflesso del sé: l'ego. L'essere pensa di essere l'autore dell'azione che in realtà è attuata sotto l'influenza dei tre elementi della natura materiale per mezzo della distorsione provocata dalla percezione erronea di sé (l'ego, ahamkara):

Prakrteh kriyamanani
Gunaih karmani sarvashah
Ahankara-vimudhatma
Kartaham iti manyate


“Sviata per l'influenza del falso ego, l'anima spirituale, crede di essere l'autrice delle proprie azioni, che in realtà sono compiute dalle tre influenze della natura materiale. (Bhagavad Gita III.27)”.

A causa dell'ego l'Amore puro che costituisce la natura più intima della personalità, entrando a contatto con rajio-guna, diventa kama (desiderio di natura egoica). Ed é la vera causa di sofferenza, il nemico da combattere per riscoprire la centralità della personalità, l'umanità vera. Krishna stesso ad una domanda di Arjuna che chiedeva quale fosse la causa della sofferenza, afferma:

Kama esha krodha esha
Rajo-guna-samudbhavah
Mahashano maha-papma
Viddhy enam iha vairinam


“E' desiderio egoico soltanto, o Arjuna. Nata al contatto con l'influenza della passione e poi trasformatasi in collera, è il nemico devastatore del mondo intero e la fonte del peccato. (Bhagavad Gita III.37)”.

Dove risiede il desiderio egoico? Risiede a vari livelli e secondo differenti coperture dipendenti dalla struttura fisico-psichica e dal grado di condizionamento con la materia:

Dhumenavriyate vahnir
Yathadarsho malena ca
Yatholbenavrto garbhas
Tatha tenedam avrtam

Come il fuoco è coperto dal fumo, lo specchio dalla polvere e l'embrione dall'utero, così l'essere vivente è coperto dalla dal desiderio egoico? in differenti gradi. (Bhagavad Gita III.38)


E' il desiderio egoico che sia annida nella psiche il vero ostacolo all'evoluzione. E' esso che occorre combattere con l'arma del distacco e della pratica costante:

Indiriyani mano buddhir
Asyadhishthanam ucyate
Etair vimohayaty esha
Jnanam avrtya dehinam


“I sensi, la mente e l'intelligenza sono i luoghi in cui si annida il desiderio egoico. E' in questo modo che il desiderio egoico copre la vera conoscenza dell'essere vivente e lo confonde. (Bhagavad Gita III.40)

Questi versi descrivono quindi l'umanità, fatta di corpo, psiche e desiderio egoico, che li si annida, e che occorre conquistare con l'arma della conoscenza e del distacco che insieme portano ad un stabile cammino di realizzazione interiore e conseguente piena armonizzazione della personalità. Conoscenza significa conoscere le dinamiche che portano al dannoso condizionamento, e la natura superiore dell'essere vivente che trascende ogni involucro materiale e psichico:

La Bhagavad Gita è quindi un perfetto manuale che consente di conoscere la l'umanità dell'essere vivente nel suo insieme e la sua natura intima che lo lega a Dio. Tale conoscenza (jnana) diventa strumento vero di evoluzione quando realizzata (vijnana), attraverso una pratica spirituale costante e coerente. Solo allora l'armonizzazione della personalità sarà completa e il purusha potrà godere della beatitudine divina.