L'aspirazione intima di ognuno è verso l'unità, l'integrazione della personalità sulla base di valori autentici, per sentirsi pienamente soddisfatti e realizzare la propria originaria natura, quella spirituale. Affinché ciò sia possibile è indispensabile un profondo lavoro di destrutturazione dei condizionamenti e di armonizzazione interiore. Il Centro Studi Bhaktivedanta ha questo scopo. Scopo che si può realizzare se vengono interiorizzati i valori universali della Sapienza e dell'Amore attraverso lo studio e la pratica di vita. Nella nostra esistenza tante volte ci troviamo di fronte a problemi difficili da risolvere: una parte di noi propone una soluzione e un'altra parte di noi la rifiuta. Poiché il desiderio profondo di ognuno è quello di essere felici realizzando le proprie aspirazioni, interroghiamoci sul perché spesso non riusciamo a fare e ad essere come nel profondo desideriamo. Anche quando proviamo emozioni gioiosamente intense è difficile renderle costanti, anzi spesso si trasformano nel loro esatto contrario: tristezza, smarrimento, confusione. Spesso quel che appariva un traguardo, si rivela essere uno scrigno vuoto: l'ennesimo miraggio di felicità. Tante persone nascono e muoiono senza aver conosciuto quella soddisfazione e gioia duratura che desideravano dalla vita. La tradizione bhakti-vedantica insegna che ciò è la conseguenza di errate cognizioni della realtà: poiché l'essere umano si percepisce in maniera illusoria, non cosciente della propria reale natura, ricerca in modalità erronee l'irrinunciabile felicità. La felicità non è un miraggio: esiste. Il problema sorge quando la cerchiamo dove non è. La nostra reale natura non la si scoprirebbe nemmeno se riuscissimo a conoscere la materia nelle sue parti più micro o macroscopiche, semplicemente perché siamo altro: spirito. Sul finire degli anni cinquanta del secolo scorso, la scienza ha individuato una energia che opera in modo alquanto diverso dalla materia "conosciuta" e che è stata definita “anti-materia”. Ma esiste un'altra energia, che tradizionalmente è definita "spirituale" (brahman, atman), la quale è categoricamente altra rispetto a qualsiasi forma di materia e di anti-materia; essa infonde vita e coscienza sia alla materia che all'antimateria, e si può prenderne consapevolezza non oggettivamente attraverso il cosiddetto "metodo sperimentale", bensì soggettivamente, attraverso l'introspezione. L'energia spirituale può essere infatti esperita attraverso un percorso scientificamente fondato che, a differenza del modello positivistico, si basa su processi introspettivi quali la preghiera, la meditazione e l'agire in spirito d'offerta a Dio. Attraverso il processo yogico (bhakti-yoga) di trasformazione della coscienza possiamo entrare in contatto con la nostra matrice spirituale (atman). Ci sono vari sentieri che conducono ai picchi luminosi della coscienza e alla realizzazione della nostra natura divina, che aspettano solo di essere scoperti e percorsi. Trasformiamoci dunque in esseri alati per raggiungere quelle alte vette - non luoghi ma logos - in cui si possono realizzare tutte le aspirazioni di immortalità, libertà, sapienza e Amore. La ricerca di Dio è il compito primo della vita umana. Stabilire una relazione d'amore con Lui, con tutte le creature e il creato è lo scopo ultimo: il traguardo evolutivo dell'uomo universale. Possa dunque la nostra vita essere finalizzata a questo scopo.
martedì 24 agosto 2010
VERSO LE ALTE VETTE DELLA CONSAPEVOLEZZA E DELL'AMORE di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).
lunedì 16 agosto 2010
RIFLESSIONI TRA SCIENZA E SPIRITUALITA' - Intervista di ideeforza.com ad Andrea Boni (Parte Seconda).
Qual è il punto d'incontro tra l'intangibile regno del pensiero e della consapevolezza che costituisce la nostra esperienza interna soggettiva e la "zuppa" biochimica dotata di carica elettrica del cervello?
Andrea Boni: Questa è una domanda molto complicata, che la scienza odierna sta cercando di comprendere. Personalmente apprezzo molto il lavoro svolto da Stuart Hameroff. Studiando i lavori di Hameroff, ho trovato in lui una sintesi accettabile dei meccanismi che sottendono al fenomeno della coscienza e della sua manifestazione nel mondo dei nomi e delle forme. In particolare è molto interessante il lavoro che ha svolto insieme al famoso fisico Penrose, sfociato nella teoria “OR” della coscienza di Penrose-Hameroff, che costituisce un buon punto di partenza per spiegare come sia la coscienza a manifestare la realtà del mondo fenomenico in generale, e i nostri pensieri, sentimenti, emozioni, nello specifico. Questi studi sono ancora allo stato embrionale, e sono concentrati sullo studio del neurone e dei microtubuli in particolare, strutture cave simili a cannucce contenute all'interno di ogni cellula nervosa. Questi interessantissimi studi potrebbero essere l'inizio per una sintesi tra Scienza e Spiritualità, per cambiare il paradigma classico-meccanicistico su cui la nostra società ancora si basa, e sviluppare così un nuovo paradigma quantico-spirituale, olistico, in cui ci sia spazio per un'armonizzazione tra fede e scienza, con l'obiettivo di fornire dei presupposti concreti per interpretare il mondo fenomenico come un immenso laboratorio in cui noi ci muoviamo, dove è la nostra coscienza a creare forme, percezioni, emozioni, e tutto ha un significato, nulla accade per caso, bensì qualsiasi esperienza ha un senso se pensata per un fine evolutivo, l'evoluzione della nostra coscienza stessa. Quando ciò avviene, quando la coscienza ritrova la sua condizione di purezza, il mondo non appare più in quella forma, e l'essere può sperimentare la sua propria natura fatta di beatitudine ed eternità:
Janma karma ca me divyam
Evam yo vetti tattvataha
Tyktva deham punar janma
Naiti mam eti so 'rjuna
“Colui che conosce la natura trascendente della Mia apparizione e delle Mie attività [avendo raggiunto la purezza della mente], o Arjuna, non dovrà più nascere in questo mondo materiale quando avrà lasciato il corpo, ma raggiungerà la Mia eterna dimora”.
(Bhagavad Gita IV.9.)
(Bhagavad Gita IV.9.)
Come si pone l'antica tradizione Indovedica alle attuali problematiche etiche in materia di eutanasia o accanimento terapeutico? Per un soggetto è plausibile poter decidere preventivamente in un testamento biologico le modalità del trattamento del fine vita?
Andrea Boni: Le problematiche legate alla bioetica sono assai numerose e l'opinione pubblica è sempre più coinvolta nella discussione delle tematiche ad essa connesse, anche a causa del bombardamento mediatico cui è sottoposta dai mass-media. Si pensi solo - per fare alcuni esempi - a questi aspetti: clonazione, utilizzo delle cellule staminali, ingegneria genetica, procreazione assistita, sperimentazione clinica dei farmaci, trapianti d'organo nell'uomo, IVG, accanimento terapeutico, eutanasia, problematiche ambientali da compromissione dell'equilibrio biologico, screening generalizzato, etc. I recenti avvenimenti che hanno coinvolto l'opinione pubblica in termini di Bioetica hanno evidenziato la necessità di una profonda riflessione circa la modalità con cui il progresso tecnologico interviene nel modificare il corso naturale degli eventi del vivere umano. Aspetti che sembravano assolutamente naturali non lo sono più a seguito delle innovazioni portate da nuovi ritrovati della tecnica. Si pone quindi il problema di dover affrontare scelte etiche molto delicate che, non potendo essere state codificate in precedenza in termini costituzionali, devono essere rielaborate con sensibilità ed intelligenza. In questo processo la Scienza e la Politica da sole non possono fornire risposte a quesiti di elevato contenuto morale, bensì occorre necessariamente attingere ai principi derivanti da tradizioni in cui lo studio e l'applicazione dei valori etici e morali è stato posto come fondamento del vivere umano. Mentre per l’Occidente la bioetica è una disciplina relativamente recente, nella Tradizione della Cultura antico-indiana da sempre sono state disponibili soluzioni naturali per gestire il rapporto tra creato e creature, per poter affrontare i quesiti posti dai misteri della nascita e della morte, il senso della vita, lo scopo del soffrire e del gioire umano. Tutto questo grazie alla possibilità di attingere ad una scienza completa essenzialmente basata sull’ordine etico universale (dharma), che gestisce sia il micro che il macrocosmo. Nel suo magistero il Divino interviene in tutte le manifestazioni e quindi anche nelle regole degli umani che si attengono ad esso per preservare la loro natura, anch’essa divina. Non è che l’insegnamento dei Veda fornisca risposte puntuali ed esatte a tutte le problematiche che caratterizzano la società moderna circa l’applicazione delle più avanzate scoperte scientifiche e la loro influenza sui trattamenti del corpo umano, sia esso nello stato di embrione o nella manifestazione di un corpo di adulto, anzi, la Cultura Indovedica si rivela pre-veggente, offrendo soprattutto un panorama vasto e completo di insegnamenti e principi che, opportunamente interpretati, consentono di poter affrontare quello che per la società di oggi è un continuo dilemma di opportunità e di problemi. Poiché la bioetica si occupa delle questioni morali che sorgono parallelamente al rapido progredire della ricerca biologica e medica, la sua natura è marcatamente multidisciplinare, potendo annoverare al proprio interno aspetti relativi a varie materie, quali: biologia, medicina, filosofia, diritto, ed altre ancora. Un approccio attento e scrupoloso alla bioetica non può quindi prescindere dal prendere in esame tutte le componenti che provengono da queste aree del sapere umano. La Scienza Vedica è per definizione olistica, ovvero più che multidisciplinare, è quindi esente dalle difficoltà che sorgono nel cercare di armonizzare le tante branche citate, e proprio per questo offre insegnamenti e principi che aiutano nello sviluppo di una coscienza globale del problema, sganciata da identificazioni, condizionamenti o speculazioni che hanno la loro radice nei piani materiali dell'esistenza. L'essere è definito nei suoi tre piani atropologici (bio-psico-spirituali) come una parte del Tutto, e come tale ontologicamente eterno nella parte più profonda della personalità. E' in questo senso una scintilla Divina.
Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanah
Manah-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
Manah-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati
“Gli esseri viventi, in questo mondo materiale, sono miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente.” (Bhagavad Gita XV.7)
Nascita e morte vengono interpretati come momenti di cambiamento e come motivo di nuove possibilità di crescita in quel cammino affascinante che è la vita nel suo insieme. Non esiste un inizio, non esiste una fine, ma un ciclo (samsara) che si sussegue eternamente finché l'essere ottiene l'emancipazione (moksha) dalla natura materiale, anch'essa di natura Divina, ottenendo la piena consapevolezza della sua relazione con l'Essere Supremo.
Na jayate mriyate va kadacin
Nayam bhutva bhavita va na bhuya
Ajo nityah shashvato 'yam purano
Na hanyate hanyamane sharire
Na hanyate hanyamane sharire
“Per l'anima non vi è nascita né morte. La sua esistenza non ha avuto inizio nel passato, non ha inizio nel presente e non avrà inizio nel futuro. Essa non nata, eterna, sempre esistente e primordiale. Non muore quando il corpo muore.”
(Bhagavad Gita II.20)
(Bhagavad Gita II.20)
La natura materiale viene allora vista come strumento di liberazione, non demonizzata, ma anzi prezioso aiuto per superare i condizionamenti indotti da una falsa identificazione con corpo e psiche.
Daivi hy esha guna-mayi
Mama maya duratyaya
Mam eva ye prapadyante
Mayam etam taranti te
Mayam etam taranti te
“Questa mia energia divina [la materia], costituita dalle tre influenze della natura materiale, è difficile da superare, ma coloro che si abbandonano a Me ne superano facilmente i confini”.
(Bhagavad Gita VII.14)
(Bhagavad Gita VII.14)
Questi sono i principi base, le premesse, che occorre avere ben chiari quando si affrontano i temi delicati che sorgono nella società di oggi in chiave bioetica. Senza di essi qualsiasi discussione sarà affrontata solo superficialmente, e non si potranno avere contribuiti oggettivi, ma solo vaghe speculazioni che saranno interpretate soggettivamente. Detto questo, personalmente sono favorevole all'istituzione di un documento in cui il singolo definisce la sua volontà circa la modalità con cui desidera che venga trattato il suo corpo qualora venisse meno la sua consapevolezza cosciente. Ciò è senza dubbio indice di civiltà, ma come sopra ribadito, una tale decisione può essere pienamente compresa e contestualizzata solo con le premesse citate.
venerdì 30 luglio 2010
RIFLESSIONI TRA SCIENZA E SPIRITUALITA' - Intervista di ideeforza.com ad Andrea Boni (Parte Prima).
La fisica moderna dal 900 in poi è giunta alle stesse conclusioni degli antichi Rishi Vedici di circa 5000 anni fa. Cioè che la realtà non è altro che lo spettro di un mosaico vibrante e illusorio, (Maya) appunto. Secondo lei com'è stato possibile giungere ad una realizzazione così profonda della comprensione della realtà ascoltando soltanto la voce dell'interiorità?Andrea Boni: La voce dell'interiorità dice molto di più di quanto può dire la mera conoscenza ottenuta attraverso i sensi. Questo è uno dei primi insegnamenti dei Rishi Vedici, secondo cui la retta conoscenza (pramana) può essere ottenuta in tre modi distinti: attraverso la percezione sensoriale (pratyaksha), attraverso la deduzione (anumana) e attraverso una realizzazione interiore ottenuta sperimentando livelli di consapevolezza che vanno oltre il piano fenomenico (shabda Brahman). Sebbene tutti e tre corretti, solo l'ultimo permette l'ottenimento di una conoscenza vera, priva di errori. Ciò ha naturalmente a che fare con il livello di coscienza di colui che sperimenta. Il Centro Studi Bhaktivedanta (www.c-s-b.org), da anni opera proprio con l'obiettivo di far comprendere al vasto pubblico dell'Occidente questi importantissimi insegnamenti, i cui principi sono quanto mai attuali ed estremamente utili per potersi orientale in questa società.
Ervin Laszlo, un famoso scienziato dell'est europeo (presidente del club di Budapest e più volte candidato al Nobel - tra l'altro residente in toscana -) sostiene che l'universo è collegato e tutto è in relazione continua tra le parti. Riscopre e prende in prestito dalla cosmologia Indù l'Akasha, un campo invisibile che tutto pervade, il luogo di nascita di tutte le cose. Può aiutarci a rendere più chiaro di cosa si tratta?
Andrea Boni: Posso rispondere a questa domanda citando letteralmente una conversazione che ho avuto con Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta, con il quale ho avuto modo di confrontarmi proprio su questo tema. Per chi è interessato ad approfondire questo argomento può consultare il testo: Coscienza e Origine dell'Universo di Marco Ferrini, pubblicato dal Centro Studi Bhaktivedanta. Il termine Akasha utilizzato da Ervin Laszlo, Il vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci nella sua teoria delle particelle subatomiche, riteniamo possano, in buona parte, corrispondere alle caratteristiche dell’elemento “etere” postulato anche dal famoso studioso Marco Todeschini e all'elemento akasha introdotto millenni or sono dalla filosofia Samkhya. L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:
“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.
Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto). Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna il dottor Corbucci spiega che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:
Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.
Ervin Laszlo, un famoso scienziato dell'est europeo (presidente del club di Budapest e più volte candidato al Nobel - tra l'altro residente in toscana -) sostiene che l'universo è collegato e tutto è in relazione continua tra le parti. Riscopre e prende in prestito dalla cosmologia Indù l'Akasha, un campo invisibile che tutto pervade, il luogo di nascita di tutte le cose. Può aiutarci a rendere più chiaro di cosa si tratta?
Andrea Boni: Posso rispondere a questa domanda citando letteralmente una conversazione che ho avuto con Marco Ferrini, Fondatore e Presidente del Centro Studi Bhaktivedanta, con il quale ho avuto modo di confrontarmi proprio su questo tema. Per chi è interessato ad approfondire questo argomento può consultare il testo: Coscienza e Origine dell'Universo di Marco Ferrini, pubblicato dal Centro Studi Bhaktivedanta. Il termine Akasha utilizzato da Ervin Laszlo, Il vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci nella sua teoria delle particelle subatomiche, riteniamo possano, in buona parte, corrispondere alle caratteristiche dell’elemento “etere” postulato anche dal famoso studioso Marco Todeschini e all'elemento akasha introdotto millenni or sono dalla filosofia Samkhya. L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:
“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.
Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto). Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna il dottor Corbucci spiega che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:
“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo,
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.
Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.
giovedì 22 luglio 2010
'NEWTON SI E' SBAGLIATO, LA GRAVITA' NON ESISTE' di Andrea Boni.
Leggendo sulle versioni on-line dei più importanti quotidiani mi sono imbattuto in questa notizia che ha riacceso in me passati e non terminati studi e ricerche. La notizia riguarda una disputa scientifica circa la validità o meno della Legge di Gravitazione Universale che è stata enunciata da Newton. E' questo un tema davvero interessante già affrontato da eminenti studiosi anche italiani (si consideri ad esempio tutto il lavoro svolto da Todeschini che senza particolari remore esplicitamente affermava che la legge di gravitazione non esiste), e certamente, sebbene non in maniera diretta, anche dagli “scienziati” della coscienza Indovedici.
Letteralmente dall'articolo di Repubblica leggiamo(1):
“La teoria della gravità è forse la più formidabile legge della fisica, il principio più evidente e universale perché corrisponde a un'esperienza empirica irresistibile. Il bambino ancora non sa parlare e uno dei primi giochi in cui si trastulla dal seggiolone, consiste nel far cadere il cucchiaio della pappa. Lo spettacolo è affascinante nella sua ripetitività. Afferra il cucchiaio, lo solleva, lo lascia cadere, e ogni volta il miracolo si ripete: quell'oggetto viene attratto irresistibilmente a terra, costringendo il paziente genitore a raccoglierlo. Ognuno di noi all'età di 18 mesi è stato Newton senza saperlo. Ebbene, ricrediamoci: la forza di gravità è un'illusione, una beffa cosmica, o un "effetto collaterale" di qualcos'altro che avviene a un livello molto più profondo della realtà". Krishna nella Bhagavad Gita ci dice che tutto emana da Lui (aham sarvasya prabhavo …) e che “tutto su di Lui riposa come perle su un filo”. Dal punto di vista della filosofia del Samkhya, il mondo manifesto di cristallizza a partire dall'etere, il vuoto quanto meccanico, sotto la spinta della coscienza creatrice divina, ed è li a quel livello più profondo di realtà che vanno cercate le cause dei moti dei pianeti e di tutti i fenomeni a noi – più o meno – conosciuti. Questa era peraltro la stessa interpretazione di Todeschini. E poi ancora: “L'abbandono di Newton era già stato anticipato dalla relatività di Albert Einstein ma ora avviene una rottura ancora più radicale. Un celebre fisico matematico olandese-americano, il 48enne Erik Verlinde che ha già legato il suo nome alla "teoria delle stringhe" (la supersimmetria negli universi paralleli), sta agitando il mondo accademico degli Stati Uniti con una serie di conferenze in cui fa a pezzi la teoria della gravità. […]. Andrew Strominger, fisico-matematico di Harvard, è uno dei colleghi di Verlinde che non nasconde la sua ammirazione: "Queste idee stanno ispirando discussioni molto interessanti, vanno dritte al cuore di tutto ciò che non comprendiamo del nostro universo". Verlinde è l'ultimo di una serie di scienziati che da trent'anni a questa parte stanno smantellando pezzo dopo pezzo la teoria della gravità. Negli anni Settanta Jacob Bekenstein e Stephen Hawking hanno esplorato i legami tra i buchi neri e la termodinamica.
Negli anni Novanta Ted Jacobson ha illustrato i buchi neri come degli ologrammi, le immagini tridimensionali usate per la sicurezza delle nostre carte di credito: tutto ciò che è stato "inghiottito" ed è sparito dentro i buchi neri dell'universo, è presente come un'informazione stampata nell'ologramma, sulla superficie esterna. Juan Maldacena dell'"Institute for Advanced Study" ha costruito un modello matematico dell'universo espresso come un barattolo di minestra in conserva. Tutto ciò che accade dentro il barattolo, inclusa quella che chiamiamo la gravità, è sintetizzato nell'etichetta incollata all'esterno: fuori invece la gravità non esiste.
Pensate all'universo come una scatola dello scrabble (lo scarabeo, ndr), il gioco in cui si compongono parole con le lettere dell'alfabeto. Se agitate la scatola e sparpagliate le lettere a caso, c'è una sola possibile combinazione che può darvi una poesia del Leopardi. Una quantità pressoché infinita di combinazioni non hanno alcun significato. Più scuotete la scatola delle lettere più è probabile che il disordine aumenti via via che le lettere si combinano per ordine di probabilità. Questo è il nuovo modo di vedere la forza di gravità, come una forma di entropia. O un "effetto collaterale della propensione naturale verso il disordine". Questa è l'interpretazione degli Scienziati moderni. In realtà, le leggi che governano il nostro Universo sono ben altro che un mero risultato del caso. Anzi, come Dante stesso cita è “l'Amore che move il sole e l'altre stelle”. Certamente se ci concentriamo solo su ciò che i nostri sensi possono percepire e/o misurare i risultati che riusciremo ad ottenere ne saranno una diretta conseguenza che porterà ad inevitabili risultati parziali. Newton aveva avuto sicuramente una grande intuizione, ma ciò che ha delineato altro non è che un modello della realtà che in talune circostanze funziona, in altre no. Così è in generale per tutte le leggi. Noi possiamo solo rappresentare la realtà fenomenica con dei modelli rappresentativi, ma potremo entrare nella sua più profonda essenza e forma (svarupa) solo accedendo a livelli di consapevolezza e coscienza più elevati, come ci spiegano lo Yoga e la Bhagavad Gita:
“Sono la fonte di tutti i mondi, spirituali e materiali. Tutto emana da Me. I saggi [che accedono a livelli di coscienza elevati] conoscono questa verità, Mi servono con devozione e Mi adorano con tutto il loro cuore.”
(1) LA Repubblica, 15 Luglio 2010.
Letteralmente dall'articolo di Repubblica leggiamo(1):
“La teoria della gravità è forse la più formidabile legge della fisica, il principio più evidente e universale perché corrisponde a un'esperienza empirica irresistibile. Il bambino ancora non sa parlare e uno dei primi giochi in cui si trastulla dal seggiolone, consiste nel far cadere il cucchiaio della pappa. Lo spettacolo è affascinante nella sua ripetitività. Afferra il cucchiaio, lo solleva, lo lascia cadere, e ogni volta il miracolo si ripete: quell'oggetto viene attratto irresistibilmente a terra, costringendo il paziente genitore a raccoglierlo. Ognuno di noi all'età di 18 mesi è stato Newton senza saperlo. Ebbene, ricrediamoci: la forza di gravità è un'illusione, una beffa cosmica, o un "effetto collaterale" di qualcos'altro che avviene a un livello molto più profondo della realtà". Krishna nella Bhagavad Gita ci dice che tutto emana da Lui (aham sarvasya prabhavo …) e che “tutto su di Lui riposa come perle su un filo”. Dal punto di vista della filosofia del Samkhya, il mondo manifesto di cristallizza a partire dall'etere, il vuoto quanto meccanico, sotto la spinta della coscienza creatrice divina, ed è li a quel livello più profondo di realtà che vanno cercate le cause dei moti dei pianeti e di tutti i fenomeni a noi – più o meno – conosciuti. Questa era peraltro la stessa interpretazione di Todeschini. E poi ancora: “L'abbandono di Newton era già stato anticipato dalla relatività di Albert Einstein ma ora avviene una rottura ancora più radicale. Un celebre fisico matematico olandese-americano, il 48enne Erik Verlinde che ha già legato il suo nome alla "teoria delle stringhe" (la supersimmetria negli universi paralleli), sta agitando il mondo accademico degli Stati Uniti con una serie di conferenze in cui fa a pezzi la teoria della gravità. […]. Andrew Strominger, fisico-matematico di Harvard, è uno dei colleghi di Verlinde che non nasconde la sua ammirazione: "Queste idee stanno ispirando discussioni molto interessanti, vanno dritte al cuore di tutto ciò che non comprendiamo del nostro universo". Verlinde è l'ultimo di una serie di scienziati che da trent'anni a questa parte stanno smantellando pezzo dopo pezzo la teoria della gravità. Negli anni Settanta Jacob Bekenstein e Stephen Hawking hanno esplorato i legami tra i buchi neri e la termodinamica. Aham sarvasya prabhavo
Mattah sarvam pravartate
Iti matva bhajante mam
Budha bhava-samanvitah
Mattah sarvam pravartate
Iti matva bhajante mam
Budha bhava-samanvitah
“Sono la fonte di tutti i mondi, spirituali e materiali. Tutto emana da Me. I saggi [che accedono a livelli di coscienza elevati] conoscono questa verità, Mi servono con devozione e Mi adorano con tutto il loro cuore.”
(1) LA Repubblica, 15 Luglio 2010.
Etichette:
Bhagavad Gita,
centro studi bhaktivedanta,
Legge Gravità,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
Newton,
scienza,
spiritualità,
yoga
giovedì 15 luglio 2010
SULLA 'PLASTICITÀ NEURONALE' E LA MEDITAZIONE di Andrea Boni con la collaborazione di Barbara Ferrando.
Recenti studi scientifici hanno ormai ampiamente dimostrato che una delle caratteristiche principali del sistema nervoso è la sua plasticità, ovvero la stupefacente capacità di adattarsi all’ambiente e, come conseguenza, attraverso l’esperienza e la pratica costante, migliorarne le risposte. Sapendo che i cambiamenti che avvengono nella rete neuronale a seguito degli stimoli ambientali possono persistere molto a lungo, in linea di principio anche per tutta la vita dell’individuo, ne consegue che la plasticità neuronale rappresenta la base delle funzioni cerebrali superiori come l’apprendimento e la memoria e, indirettamente, la causa prima della manifestazione delle emozioni e del carattere di una persona in generale, inteso come la sua capacità di reagire agli eventi. L’organizzazione e il raggruppamento delle reti neuronali sono originariamente determinati da fattori genetici, cioè da proteine di “riconoscimento” chemotattiche e da proteine di adesione cellulare i cui geni sono trascritti e tradotti in modo specifico a seconda della popolazione neuronale. Uno dei primi passi nello sviluppo del sistema nervoso centrale è l’inizio della crescita dell’assone nei neuroni neonati: gli assoni nascenti “navigano” verso i loro bersagli specifici creando con essi connessioni sinaptiche le quali vanno a costituire quell’intricata rete che si ritrova nel sistema nervoso centrale maturo. Per fare questo gli assoni che si proiettano verso il bersaglio devono continuamente controllare il loro ambiente spaziale e selezionare accuratamente i percorsi corretti tra tutti quelli possibili (che sono numerosissimi). Ad oggi sono noti diversi “sistemi di navigazione molecolare” che governano e orientano questa funzione di ricerca da parte degli assoni. Comprendere come funzionino questi sistemi di guida molecolare e come concorrano ad avviare e deviare la migrazione degli assoni è uno dei principali obiettivi della neurobiologia. È stato dimostrato che le reti neuronali sono capaci di adattamento e apprendimento, benché uno studio profondo e completo dell’attività dei loro circuiti sia stato finora impedito dalla complessità della loro dinamica. Tuttavia già con millenni di anticipo, la Scienza dello Yoga aveva fornito una conoscenza molto precisa delle dinamiche che contribuiscono alla strutturazione delle reti neuronali, e quindi delle dinamiche mentali automatiche e condizionanti che ne derivano e soprattutto ha fornito i mezzi per la loro destrutturazione. In sostanza, la plasticità delle reti neuronali può essere definita come il continuo modellamento di morfologia e funzione indotta prevalentemente dall’esperienza e quindi dall’ambiente. Tale modellamento può essere rafforzato e “orientato” attraverso la pratica costante (abhyasa) di un determinato esercizio. Ad esempio, per destrutturare schemi mentali automatici, condizionanti e distruttivi, è possibile applicare la tecnica della visualizzazione meditativa giornaliera, da attuarsi prevalentemente nelle ore del mattino (dalle 4 alle 8):Il Signore Shri Krishna disse:
O Arjuna dalle braccia potenti, è indubbiamente molto difficile dominare la mente irrequieta;
tuttavia, o figlio di Kunti, è possibile con la pratica adatta e col distacco emotivo.
(Bhagavad Gita VI.35)
O Arjuna dalle braccia potenti, è indubbiamente molto difficile dominare la mente irrequieta;
tuttavia, o figlio di Kunti, è possibile con la pratica adatta e col distacco emotivo.
(Bhagavad Gita VI.35)
In quelle ore (quel periodo è anche detto brahmamurta) il cervello è particolarmente predisposto all'apprendimento, e quindi all'addestramento su nuovi schemi di pensiero, che consentano di codificare nuovi circuiti neuronali, sani e non condizionanti. Anche se i “periodi critici” (fasi dello sviluppo in cui la plasticità neurale raggiunge l'apice di potenzialità espressiva) si riscontrano prevalentemente nell'infanzia, ad oggi è scientificamente risaputo che la plasticità neurale è una facoltà primaria che caratterizza l'intera vita cerebrale, anche in una fase avanzata d'invecchiamento. Possediamo tutte le potenzialità per ri-mappare le aree del cervello che ci condizionano e che sono generatrici di sofferenza e dipendenza (anche e soprattutto affettiva). In questo senso la pratica della meditazione appare come una vera e propria tecnica per orientare la plasticità neuronale e quando l'oggetto della meditazione è un mantra composto da nomi Divini, il risultato che ne consegue, qualora la pratica sia adeguata e costante, porta a serenità interiore, appagamento, ispirazione e desiderio di condividere.Per maggiori approfondimenti sui benefici della meditazione si veda:
http://psicologiaespiritualita.blogspot.com/2009/04/la-scienza-della-meditazione.html
martedì 15 giugno 2010
HIGH TECH, SERVITORE DI DUE PADRONI. 'DALLA SINDROME DA I-PHONE ALLA SUPERFICIALITA' DELLE RELAZIONI VIRTUALI DI MASSA' (PARTE TERZA) di Caterina Carloni.
L’ultima novità proviene dalle ricerche del colosso dei microprocessori Intel, il quale ha appena presentato un software in grado di indovinare con estrema accuratezza cosa una persona sta pensando tramite l'analisi della sua attività cerebrale. Il sistema è stato dimostrato per la prima volta al Tech Heaven di New York, ma la tecnica è ancora in una fase di sviluppo. Il programma messo a punto da Intel è collegato a un'apparecchiatura per la risonanza magnetica. Ad un soggetto viene chiesto di pensare una serie di nomi comuni suggeriti da un ricercatore. L'algoritmo associa a ogni parola le aree del cervello che si attivano quando esse vengono pensate. Successivamente, al soggetto viene chiesto di pensare a una delle parole precedentemente suggeritegli. Se la ricerca andrà avanti, in futuro sarà possibile comandare un computer senza usare tastiera, mouse o touch-screen. Ma la ricaduta più importante si avrebbe nell'assistenza alle persone affette da gravi invalidità o menomazioni fisiche, che potrebbero riacquistare una parziale autosufficienza manovrando col pensiero sedie a rotelle, sintetizzatori vocali e altri strumenti di assistenza fisica. L’evoluzione tecnologica è certamente un bene prezioso per tutti. L’unico rischio è che, parafrasando la divertente commedia goldoniana, diventi uno strumento al servizio di due padroni poco avveduti: da un lato, il Piacere che ottunde, confonde le idee, stordisce, allenta la connessione con se stessi e, in definitiva, mina le nostre più autentiche risorse umane e spirituali; dall’altro il Progresso che separa l’uomo dal suo centro, la Medicina frammentaria e settoriale, che identifica la vita nel segmento nascita-morte privandola della sua funzione evolutiva, il Benessere scorporato dalla sua dimensione metacorporea, ridotto ad “aggiustamenti” fisici e a manipolazioni virtuali, in cui la salute psicologica si riduce a un esercizio di normalizzazione sociale. La salute psicologica è plasticità, dinamismo, trascendenza dai confini angusti dell’io, è espansione di sé stessi, è esperienza di viaggio in territori magici e sconosciuti fino al ritorno alla propria Sorgente Suprema, è esplorazione della propria, unica e irripetibile essenza. E’ Amore al più alto livello, dato e ricevuto senza condizioni né condizionamenti. “Ma con Amor l’inzegno no val gnente/Per causa de Cupido impertinente/No son più servitor de do Patroni/Ma sarò servitor de chi me sente”, conclude la maschera del grande commediografo veneziano. Perché le nostre attività apportino un reale beneficio a noi stessi e a chi ci circonda, qualunque sia il mezzo portentoso di cui disponiamo, è decisivo a quale padrone offriamo il nostro servizio e con quale sentimento. Nessun avanzamento è possibile senza una coscienza illuminata da valori spirituali. L’evoluzione tecnologica ha permesso di abbattere molte barriere e di spianare la strada della comunicazione globale, ma potrebbe elevare altri muri sottili e invisibili dentro la nostra anima. La via della Bhakti (del servizio di amore verso il Creatore e le Sue creature) ci aiuta a rammentare che l’intero universo è permeato, generato e riassorbito da un’unica potente energia d’Amore da cui noi tutti proveniamo e verso cui noi tutti tendiamo: Shri Krishna. Onorare questa grande forza è il segreto per ottenere tutti i più autentici e durevoli benefici dell’esistenza.Krishna stesso nella Bhagavad Gita ci ricorda che non è necessario fare chissà quali opere, ma ciò che è importante è la motivazione che ci spinge all'azione:
Patram pushpam phalam toyam
Yo me bhaktya prayacchati
Tad aham bhakty-upahrtam
Ashnami prayatatmanah
Yo me bhaktya prayacchati
Tad aham bhakty-upahrtam
Ashnami prayatatmanah
“Se qualcuno Mi offre con amore e devozione [bhakti] una foglia, un fiore, un frutto o dell'acqua, accetterò la sua offerta”. Bhagavad Gita XI.26
Yat karoshi yad ashnasi
Yaj juhoshi dadasi yat
Yat tapasyasi kaunteya
Tat kurushva mad-arpanam
Yaj juhoshi dadasi yat
Yat tapasyasi kaunteya
Tat kurushva mad-arpanam
“Qualunque cosa tu faccia, qualunque cosa tu mangi, sacrifichi ed offra in carità, come pure le austerità che compi, offri tutto a Me, o figlio di Kunti”, dice La Persona Suprema in Bhagavad-gita IX.27.
Che ogni nostra attività, mondana, virtuale o spirituale sia un’offerta a Colui che è la Fonte di ogni felicità.
Etichette:
bhakti,
centro studi bhaktivedanta,
cervello,
Dio,
EVOLUZIONE,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
PSICOLOGIA INDOVEDICA,
SOFTWARE,
tecnologia
lunedì 7 giugno 2010
HIGH TECH, SERVITORE DI DUE PADRONI. 'DALLA SINDROME DA I-PHONE ALLA SUPERFICIALITA' DELLE RELAZIONI VIRTUALI DI MASSA' (PARTE SECONDA) di Caterina Carloni.
L’utilizzo sempre più esteso del computer per lavoro, passatempi come i videogame e attività sui social network sono una delle cause principali dell’epidemia di obesità che sta flagellando i Paesi sviluppati. Ma non per l’inattività fisica – o almeno non solo - bensì per gli effetti del computer sul cervello. Lo sostiene la prestigiosa Royal Institution of Great Britain, la più antica accademia di ricerca scientifica pubblica del mondo.
La baronessa Susan Greenfield, direttrice della Royal Institution, sostiene che l’utilizzo costante del computer ‘infantilizza’ il cervello rendendogli più difficile imparare a superare le difficoltà e gli errori: “Quando un bambino cade da un albero, impara subito a non ripetere l’errore, mentre se uno sbaglia durante un videogame, semplicemente continua a giocare. La parte del cervello coinvolta nell’attenzione, nell’empatia e nell’immaginazione – la corteccia pre-frontale – potrebbe non svilupparsi correttamente nei bambini troppo informatici” minaccia la Greenfield. “E poiché negli obesi questa zona cerebrale è spesso poco attiva, il legame tra uso eccessivo del computer e obesità potrebbe essere a livello cerebrale, producendo meno percezione del rischio, più abuso di junk-food e stili di vita poco salutari(1)”. Un nuovo studio pubblicato da un professore di psicologia statunitense pone l'accento su quello che ritiene essere un vero e proprio profilo clinico: quello del gamer patologico. La ricerca è stata effettuata presso il “National Institute on Media and the Family” e ha decretato che almeno uno su dieci intervistati presenta veri e propri sintomi patologici che vanno ben oltre la semplice dipendenza, arrivando a modificare profondamente l'individuo sia a livello sociale, sia caratteriale. Lo studio, eseguito analizzando le risposte date da 1.178 giovani utenti di età compresa tra 8 e 18 anni, ha identificato una percentuale pari allo 8,5% degli intervistati come "gamer patologici", cioè vittime di ben sei sintomi dichiarati patologici dal DSM II, ovvero: rilevanza (l'attività videoludica tende a dominare la vita dell'utente), euforia (sollievo nell'atto videoludico che permette di accantonare sensazioni spiacevoli), tolleranza (il prolungarsi anche in intensità dell'esperienza nel tempo), astinenza (l'individuo tende ad essere irrequieto o insoddisfatto se non può giocare), conflitto (l'attività tende ad essere in conflitto con le attività quotidiane, come studio, relazioni interpersonali) e, per finire, reticenza (il gamer patologico tende a continuare a giocare anche in presenza di espliciti divieti o di astinenza autoimposta). Douglas Gentile, docente di psicologia presso la Iowa State University e responsabile dello studio, commenta: "
La dipendenza dai videogiochi può costituire una vera e propria forma patologica che arreca danni alla funzionalità dell'individuo". Quanto ai benefici, gli studi sull’High Tech sono ancora agli inizi e necessitano di ulteriori conferme. Ad esempio, è stato da poco messo a punto un nuovo software riabilitativo per persone colpite da lesioni cerebrali chiamato COG.I.T.O., finanziato dalla Fondazione CRT, promosso dalla Fondazione ASPHI Onlus ed ideato da neuropsicologi e logopediste del Presidio Sanitario San Camillo di Torino. Il software, presentato per la prima volta in Italia il 15 ottobre 2009, in occasione di Beyond Paralympics, la settimana voluta da Fondazione CRT per parlare, confrontarsi, proporre iniziative a sostegno delle persone disabili, è a disposizione in forma gratuita open source e distribuito con licenza copyleft, scaricabile direttamente dal sito web.
In un numero speciale della rivista “Cyberpsychology, Behavior and Social Networking”, sono stati pubblicati vari studi sull'uso della realtà virtuale come terapia psicologica per rimuovere le cicatrici di un trauma - per esempio gli effetti traumatici di un terremoto. “La realtà virtuale”, ha spiegato Brenda Wiederhold, direttore della rivista, “immerge il paziente che soffre di stress post-traumatico in un mondo fittizio dove la persona rivive in modo controllato il trauma. Gli stimoli virtuali riportano alla mente del paziente l'evento traumatico in cui e' rimasto coinvolto, fino a che l'individuo, magari agendo attraverso il suo avatar, impara a non associare più quegli stimoli a qualcosa di terrificante e ansiogeno, riuscendo a liberarsi dalla paura anche nel mondo reale”.“COSPATIAL”, un progetto europeo appena avviato, coordinato dalla Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento, dedicato alla messa a punto di tecnologie collaborative per la promozione dell’apprendimento di competenze sociali da parte di bambini e ragazzi con sviluppo tipico o con autismo, sta tentando di creare strumenti tecnologici per favorire lo sviluppo di competenze comunicative nei bambini e contribuire allo sviluppo cognitivo e sociale in generale, venendo in particolare incontro alle grandi speranze dei genitori dei bambini autistici. In particolare, COSPATIAL si indirizza verso due tipi di tecnologie che in studi precedenti hanno mostrato buone potenzialità nel migliorare le abilità sociali: ambienti collaborativi virtuali e superfici attive condivise.(1) Macrae F. 'Do you have Facebook flab? Computer use could make you eat too much, warns professor'. Daily Mail 15/05/2009.
Etichette:
centro studi bhaktivedanta,
cervello,
csb,
dipendenza,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
OBESITà,
sistema nervoso,
tecnologia,
TRAUMA,
VIDEOGAMES,
VIRTUALE
PERDONARE UN TORTO AIUTA A STARE MEGLIO, LO DICE LA SCIENZA. STUDIO DI RICERCATORI PISANI SULLA RISONANZA MAGNETICA FUNZIONALE.
Perdonare un torto non solo solleva simbolicamente la coscienza, ma scientificamente aiuta a stare meglio: lo dimostra la risonanza magnetica funzionale, almeno secondo una ricerca condotta dal dipartimento diMedicina di laboratorio e diagnostica molecolare dell'Azienda ospedaliero-universitaria pisana intitolato 'The Moral Brain: an fMRI study of the neural bases of forgiveness and unforgiveness in humans', premiato con il primo premio per giovani ricercatori dalla 'Fondazione Giannino Bassetti'. Nello studio i ricercatori hanno utilizzato metodiche di risonanza magnetica cerebrale funzionale (fMRI) per esaminare le basi cerebrali che sottendono distinte scelte morali. "Ci siamo chiesti - spiega Giuseppina Rota, assegnista di ricerca nel laboratorio del professor Pietrini e primo autore della ricerca - cosa succede nel cervello quando un individuo che ha subito un torto da una persona a cui è legato deve decidere come superare la situazione di conflitto, se perdonare o meno la persona". Studiando le connessioni funzionali del cervello nelle diverse situazioni, i ricercatori hanno dimostrato che complesse reti di aree cerebrali coinvolte nei processi decisionali, nelle teorie della mente e nella regolazione emotiva dialogano intensamente tra loro nel prendere una o l'altra decisione. "Perdonare permette di superare una situazione di stallo che, se protratta, porterebbe altrimenti ad un'alterazione dell'omeostasi biochimica e psicologica dell'individuo", spiega Emiliano Ricciardi, coautore dello studio. In pratica, i circuiti coinvolti nell'empatia sono chiamati in causa quando si perdona, come se 'calarsi nei panni altrui' potesse aiutare a comprendere le ragioni di chi ci ha offesi e, quindi, a perdonare.
Etichette:
centro studi bhaktivedanta,
csb,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
Perdono,
scienza,
spiritualità
lunedì 31 maggio 2010
HIGH TECH, SERVITORE DI DUE PADRONI. 'DALLA SINDROME DA I-PHONE ALLA SUPERFICIALITA' DELLE RELAZIONI VIRTUALI DI MASSA' (PARTE PRIMA) di Caterina Carloni.
Quante volte, passeggiando per strada, ci capita di osservare il comportamento delle persone che ci circondano? La maggior parte dei passanti si muove tra la folla isolandosi mentalmente da tutto e tutti. L’unica cosa che desta la loro attenzione è lo squillo o la vibrazione del proprio amato telefono, che segnala l’arrivo dell’ennesimo messaggino a cui rispondere immediatamente. Un problema concreto, spesso sottovalutato, che colpisce in maniera diversa e forse ancor più inquietante, gli utenti proprietari di un terminale iPhone. Il fenomeno, ribattezzato dagli psicologi come “sindrome da iPhone”, presenta diverse similitudini con la sindrome di Stoccolma. In sintesi, i “sequestrati”, oltre a comportarsi come se fossero inebetiti, manifestano anche sentimenti positivi nei confronti del proprio “rapitore hi-tech”. Per la Strand Consult, che ha analizzato le frequenti quanto irragionevoli risposte dei fan del “melafonino”, i possessori di un iPhone sono quasi sempre ostaggi inconsapevoli del loro oggetto preferito. Si tratterebbe, insomma, di un vero e proprio “rapimento intellettuale di massa”. Niente sembra riuscire a tener lontano gli utenti dal loro oggetto dei desideri, neppure i possibili problemi tecnici. I possessori di questo dispositivo sono pronti infatti a difendere il proprio acquisto ricorrendo ad argomentazioni “fantasiose”.
Tutto ciò che normalmente verrebbe visto come un “difetto” o un “limite”, viene considerato un pregio, una qualità che altri dispositivi non hanno e mai potranno avere: se sull’iPhone di Apple non è possibile installare un qualsiasi applicativo, gli utenti non si rattristano e non accusano la casa madre, in quanto tale limite è in realtà un vantaggio poiché i software disponibili sono di certo i migliori sul mercato; se la fotocamera integrata è di bassa qualità, il design viene prima di tutto, ecc. La “sindrome da iPhone”, e di questo gli psicologi sembrano esserne certi, è globale e colpisce allo stesso modo in tutte le parti del mondo. In realtà gli studi sugli effetti nocivi dell’alta tecnologia sulla psiche umana sono ormai numerosi e incontestabili. Due anni fa un saggio di Nicholas Carr, consulente aziendale e direttore della “Harvard Business Review", fu pubblicato dalla rivista «The Atlantic» col provocatorio titolo «Google ci sta rendendo stupidi?». “Le tecnologie digitali” – scriveva Carr – “offrono opportunità straordinarie di accesso a nuove informazioni, ma hanno un costo sociale e culturale troppo alto: insieme alla lettura, trasformano il nostro modo di analizzare le cose, i meccanismi dell’apprendimento. Passando dalla pagina di carta allo schermo, perdiamo la capacità di concentrazione, sviluppiamo un modo di ragionare più superficiale, diventiamo dei “pancake people” - come dice il commediografo Richard Foreman: larghi e sottili come una frittella - perché, saltando continuamente da un pezzo d’informazione all’altra grazie ai link, arriviamo ovunque vogliamo, ma al tempo stesso perdiamo spessore perché non abbiamo più tempo per riflettere e contemplare.
Soffermarsi a sviluppare un’analisi profonda sta diventando una cosa innaturale. Oltre ai vantaggi che sono sotto gli occhi di tutti, la Rete ci porta anche svantaggi assai meno evidenti e, proprio per questo, più pericolosi, anche perché gli effetti saranno profondi e permanenti; le nuove tecnologie influenzeranno la struttura del nostro cervello perfino a livello cellulare”.
Scienziati britannici hanno recentemente riferito che le persone che passano molto tempo su Internet hanno maggiori possibilità di mostrare segni di depressione. Gli psicologi della Leeds University hanno riscontrato delle "impressionanti" evidenze empiriche che mostrano come alcuni habitué del Web sviluppino una tendenza compulsiva, soppiantando l'interazione sociale della vita reale con chat e siti di social network. "Questo studio supporta l'idea comune che un uso smodato della rete a sostituzione di una socialità nella norma possa essere legato a disordini psicologici come depressione e dipendenza" - scrive sulla rivista “Psychopathology” Catriona Morrison, principale autrice della ricerca - aggiungendo che "navigare in questo modo può avere un impatto serio sulla sanità mentale".
Etichette:
amicizia,
cellulare,
centro studi bhaktivedanta,
cervello,
csb,
dipendenza,
i-phone,
iphone,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
sistema nervoso,
social networks,
tecnologia
mercoledì 5 maggio 2010
LA COSMOGONIA NELLA COMMEDIA E NELLA GITA (PARTE SECONDA) di Marco Ferrini (Matsyavatara Das).
Questo Amore che tutto move si trova più nei pianeti spirituali, Vaikunta, nei pianeti celesti, come Brahma Loka e Svarga Loka, solo in parte nei pianeti mediani, cui noi apparteniamo e in parte o quasi niente negli inferni, dove c’è l’aere bruno e tutto si vede in penombra. Inoltre, secondo la tradizione della filosofia Vaishnava, Dio appare attraverso manifestazioni quadruple e multiple di se stesso, l’ Uno che diventa molti e crea tutto il mondo dell’esistenza empirica (eko bahunam). Nella parte più alta c’è il fiore di loto ed è notevole la corrispondenza con la candida rosa. Quindi, dall’oceano causale sorgono queste manifestazioni che sono divise in tre sistemi planetari: quello inferiore, quello mediano e i cieli che hanno diversi gradi di realizzazione, di gioia e d’illuminazione. Nella visione di Dante il mondo materiale è costituito da quattro elementi sensibili: acqua, aria, fuoco e terra, poi c’è un quinto elemento, l’etere, che fa da spazio a tutta la creazione cosmica, il niente che contiene il tutto. Secondo la visione dantesca, la terra è composta da un emisfero sommerso dalle acque e da un emisfero solido il cui centro è Gerusalemme, sotto Gerusalemme si apre il baratro dell’inferno. Il mondo va dal Gange a Gibilterra, il resto è ” mondo sanza gente”. Attorno alla terra il cielo atmosferico è sormontato dal cielo teologico e da vari tipi di cieli. Agli antipodi di Gerusalemme e dell’inferno c’è il monte del Purgatorio. C’è una simmetria, la stessa che si ritrova nella storia dell’arte, nei dipinti fondo oro di Cimabue, Giotto, Simone Martini, Duccio da Boninsegna e più tardi nelle opere di Perugino, Piero Della Francesca e altri. Il Purgatorio fu teorizzato teologicamente poco prima del 1300, anno del Giubileo indetto da Bonifacio VIII. In quell’occasione fu un purgatorio contaminato da manovre di frode, ma questo luogo in cui le anime potessero purificarsi, espiare per evolversi, non era nuovo per i padri della Chiesa: gli islamici, i sufi, Averroè, Avicenna e molti altri avevano già concettualizzato un processo di purificazione, un posto, una dimensione, per saldare i debiti e purificarsi per poi salire attraverso i vari cieli del Paradiso, attraversare la candida rosa, oltre l’Empireo, nella residenza di Dio. Il Purgatorio, questa montagna altissima, come dirà Ulisse, compare all’inizio della creazione. Quando Dio manifesta le sue potenze, queste si scindono in luminose e tenebrose: a capo delle schiere degli angeli c’è Michele, a capo delle schiere dei demoni c’è Lucifero, l’angelo più bello, intelligente, acuto, capace, creativo, ma orgoglioso ed egocentrico, infatti, immediatamente tende ad avere per sé la bellezza di quello che si sta per creare e non è ancora stato creato. Quando l’uomo nasce ha già in sé una polarizzazione della mente, una parte divina ed una demoniaca, lui deve fare la scelta col libero arbitrio. Nei Veda il mito è narrato con millenni di anticipo, a capo degli angeli (deva) c’è Indra e a capo dei demoni (asura) Vrittra (Rig Veda). L’uomo quando nasce è oppresso da questa tensione, da questo scontro cosmico la cui arena è la psiche. L’uomo tende al cielo, lacerato dalle forze di terra, le forze demoniache, che sono archetipi divini. Non possiamo eliminare il bene ed il male che c’erano e ci saranno prima e dopo di noi, possiamo scegliere se stare con il bene o con il male.
Etichette:
BHAGAVAD-GITA,
Cosmogonia,
Dante,
Divina Commedia,
marco ferrini,
Matsya,
Matsyavatara,
scienza,
spiritualità
Iscriviti a:
Post (Atom)

