lunedì 26 aprile 2010

LA COSMOGONIA NELLA COMMEDIA E NELLA GITA (PARTE PRIMA).

Di Marco Ferrini (Matsyavatar das).

Ogni civiltà ha prodotto una sua cosmogonia, perché una delle più pungenti curiosità dell’uomo è stata quella di sapere da dove proviene, dove si trova e dove sta andando, domande eterne a cui la filosofia ha sempre cercato di dare una risposta. Dante aveva accettato per buona la cosmogonia alessandrina, la visione tolemaica geocentrica, ereditata dall’Ellade e dai Latini, che considerava la terra al centro del cosmo. Bisognerà arrivare a Copernico, uomo del Rinascimento, per avere una nuova teoria, dimostrata da funzioni matematiche, che descrive un cosmo differente, cioè eliocentrico con il sole al centro del mondo. Questa nuova visione fu confermata e ampliata nel 1600 da Galileo Galilei, che rischiò la persecuzione e il rogo; fu costretto ad abiurare e lo fece per non diventare una fiaccola vivente in mano ai domenicani, come successe invece al filosofo Giordano Bruno. La concezione che aveva Galileo del mondo non è quella che abbiamo noi oggi con la fisica quantistica ed i telescopi elettronici, eppure i problemi esistenziali rimangono sempre gli stessi: l’uomo continua a nascere, a morire, a non sapere da dove viene e dove sta andando, a vivere con angoscia, a provare il dolore, la frustrazione della vecchiaia, la morte, la transizione e la rinascita. Dante aderisce alla concezione dell’Universo del tredicesimo secolo, anche se essendo una personalità grande ed eclettica, ne dà una sua interpretazione. Dante è un pellegrino speciale, non viaggia solo su terreni fisici come Magellano, Vasco De Gama o Cortes, ma come Virgilio, Enea, san Paolo, Maometto, è una di quelle persone che sperimentano addirittura un viaggio in un’altra dimensione. Nella Gita e il Bhagavata Purana il Cosmo viene rappresentato su tre livelli: ci sono pianeti inferiori (Bhu), pianeti intermedi (Bhuva) e pianeti superiori (Sva), che vengono chiamati anche paradisi. Dall’oceano causale, in basso, avviene la creazione attraverso una promanazione di Maha Vishnu, il Creatore, che è lui stesso una promanazione da Krishna, nome che significa “l’immensamente affascinante”. Nell’alto Empireo esiste la dimora divina che è Goloka Vrindavana (Katha e Svetasvatara Uphanishad, Bhagavad Gita): dimora di luce, fulgenza che illumina tutto il mondo, e nella Commedia si dice:

La gloria di colui che tutto move
per l'universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.
(Paradiso Canto I)

mercoledì 21 aprile 2010

LA PARTICELLA DI DIO?


A cura di Andrea Boni.

“PISA. C'è molto di Pisa nel viaggio alla scoperta dell'"universo bambino" che si sta compiendo al Cern di Ginevra. Un viaggio che potrebbe portare un premio Nobel sotto la torre pendente. Da qualche giorno, infatti, all'interno del Large Hadron Collider, l'acceleratore di particelle più potente della storia, si stanno scontrando fasci protonici a 7.000 miliardi di elettronvolt, un livello energetico mai raggiunto prima. I microscopici fuochi di artificio che scaturiscono dalle collisioni, hanno l'obiettivo di riportare piccoli frammenti di materia alle condizioni immediatamente successive al Big Bang, precisamente una frazione di miliardesimo di secondo dopo l'esplosione che generò l'universo. A capitanare uno dei quattro esperimenti collegati all'attività di LHC è il professor Guido Tonelli, 59 anni, ordinario di Fisica generale all'Università di Pisa e collaboratore dell'Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). Da circa un anno Tonelli è responsabile di Compact Muon Solenoid (Cms), un progetto al cui interno lavorano 3.600 persone, tra scienziati, tecnici e ingegneri.

Le leggi della fisica che studiamo oggi, infatti, sono relative a un universo freddo e vecchio di 13,7 miliardi di anni, che non ha più niente in comune con il cosmo appena nato: "Dopo il Big Bang le temperature erano molto elevate e di conseguenza c'erano più particelle di quelle attualmente conosciute - prosegue il fisico - Le più pesanti, infatti, necessitano di grandi quantità di energia e per questo oggi sono scomparse". LHC promette di riportare indietro le lancette dell'orologio e di trovare queste particelle scomparse, utili per svelare molti dei misteri del cosmo: "Prima di tutto cerchiamo il bosone di Higgs, un elemento che permetterebbe di capire come mai le particelle elementari hanno masse così diverse tra loro - spiega Tonelli - Poi c'è la materia oscura, una forma del tutto nuova di sostanza: non la vediamo (perché non emette luce), ma attraverso le osservazioni siamo in grado di dire che rappresenta circa un quarto dell'universo e che tiene insieme enormi ammassi di galassie". Infine, LHC potrebbe confermare (o smentire) le recenti teorie extradimensionali: "Noi viviamo in un mondo a quattro dimensioni (le tre dello spazio più il tempo ndr) ma in origine forse, ce n'era qualcuna in più e con LHC lo scopriremo - spiega Tonelli - Gli elevati livelli di energia all'interno dell'acceleratore potrebbero consentire l'apertura di varchi su dimensioni sconosciute. Ovviamente, parliamo di spazi e tempi estremamente ridotti, per cui sarebbe possibile prelevare soltanto piccole particelle di materia, niente di più. Ma se l'ipotesi fosse confermata, vi sarebbero sviluppi interessanti". Per questi e altri motivi, il nome dello scienziato pisano-lunigianese sembra essere finito nella lista dei candidati al Nobel per la fisica. (Il Tirreno, 7 Aprile 2007)”.

Questi esperimenti sono sicuramente interessanti, tuttavia sarebbe importante comprendere questi fenomeni anche attraverso la Scienza fornita all'interno dei Veda e della Filosofia del Samkhya e della Bhagavad Gita in particolare, dove viene descritto come la materia sia una manifestazione dell'energia Divina che si manifesta a partire dall'elemento etere (akasha).

L’elemento akasha descritto dall’antica filosofia Samkhya, probabilmente la più antica del genere umano, è tradotto variabilmente nelle lingue europee moderne con i termini di ‘spazio’ e di ‘vuoto’. Per le caratteristiche peculiari del vuoto quanto-meccanico potremmo utilizzare questa stessa definizione anche per il termine akasha della filosofia Samkhya, che indica un contenitore (composto di prakriti, materia, seppur sottile, essendo uno dei pancabhuta), per l’appunto “vuoto” avente la potenzialità-disponibilità massima di manifestare tutto ciò che diventa fenomeno (dall'etere infatti, secondo il Samkhya, derivano tutti gli altri bhuta, ovvero l'aria, il fuoco, l'acqua e la terra). L'elemento akasha, insieme a tutti gli altri elementi, sono di fatto energie del parampurusha, l'Essere che si situa ontologicamente al di là di materia, spazio e tempo. Si veda a tal riguardo Bhagavad Gita VII.4:

“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente,
intelligenza e falso ego – questi otto elementi distinti da Me,
costituiscono la Mia energia materiale”.

Quando si manifestano i fenomeni secondo il Samkhya? Quando nel vuoto o nello spazio si situa l’osservatore, il purusha. Qui varrebbe la pena di citare la famosa teoria, poi dimostrata ed accettata dalla scienza, del Principio di Indeterminazione di Heisenberg del 1928, secondo il quale un fenomeno non si può precisamente determinare in quanto l’osservatore - osservandolo - lo modifica; da qui appunto l'enunciazione del ‘Principio di Indeterminazione’. Similmente, nella filosofia e psicologia Samkhya si evidenza che quando il purusha - con la sua coscienza e capacità di osservazione - penetra nella prakriti o dimensione empirica, il primo impatto che questi ha è con lo spazio ed è nello spazio - nell'interazione con la coscienza - che si manifesta la materia con la sua specifica forma empirica, definita in termini moderni come massa, proprio come nel concetto del vuoto quanto-meccanico postulato dal dottor Corbucci o dall'”etere” di Todeschini. Il purusha si carica di massa, quindi manifesta il corpo materiale, a seguito dell’impatto con akasha (lo spazio, il vuoto).

Che la massa si origini da questo spazio-vuoto nell'interazione con la coscienza dell'osservatore è ciò che postula anche la Fisica moderna; infatti, affinché le onde energetiche si trasformino in particelle subatomiche è necessario l’impatto con l’osservatore. Rimangono onde se non vengono osservate e diventano particelle, dunque si caricano di massa, quando invece sono osservate. Con il linguaggio della Fisica moderna diversi fisici oggi spiegano che esse attingono massa dal vuoto quanto-meccanico; nella filosofia Samkhya si afferma che il purusha si riveste di materia (massa) nel suo impatto con la prakriti nella forma di akasha, ed è da questo impatto che si genera il Tempo. Quest'ultimo ha infatti influenza solo sulla massa, ma non sul purusha. Il purusha non è eterno perché dura tanto nel Tempo, bensì perché non ha niente a che fare con esso. Né con lo Spazio: il purusha è definito pura coscienza (cit), a-temporale e a-spaziale. Si veda a tal fine Bhagavad Gita II.12:

“Mai ci fu un tempo in cui non esistevamo,
Io, tu e tutti questi re, e in futuro mai nessuno di noi cesserà di esistere”.

Secondo la filosofia Samkhya, quando la prakriti è allo stato non manifesto (a-vyakta) i guna, ovvero le sue energie strutturanti, sono come forze contrapposte che si annullano reciprocamente producendo una stasi. Quando invece la coscienza (purusha) osserva la prakriti, queste forze si attivano generando i fenomeni materiali e rimangono in moto fino a che non si produce lo stato di kaivalya, ovvero la liberazione del purusha dalla prakriti così come descritta negli Yoga-sutra di Patanjali. Kaivalya consiste nel processo attraverso il quale il purusha si libera dalla massa che ha sviluppato per tornare ad essere puro purusha, puro brahman o puro atman.

lunedì 12 aprile 2010

UMANITA' NELLA BHAGAVAD GITA.


A cura di Andrea Boni.

La Bhagavad Gita non parla dell'uomo in astratto, ma dell'uomo incarnato, con i suoi condizionamenti, le sue paure e le sue crisi, e lo aiuta ad uscire fuori da questa situazione sgradevole che causa solo sofferenza. L'aiuto concreto portato da Krishna è andare oltre il contingente, quel contingente che è insostenibile dagli umani. In questo senso la Bhagavad Gita costituisce un patrimonio dell'umanità, infatti tutti gli esseri viventi, pur essendo frammenti infinitesimali di Dio, e quindi pur godendo con Lui di una relazione unica e distinta propria della nitya svarupa di ogni frammento eterno, poiché costituiti di energia marginale, possono essere soggetti all'azione ammaliatrice (maya) della potenza intrinseca della natura materiale. Se avviene il contatto tra purusha e prakriti, conseguenza comunque del libero arbitrio del purusha stesso, l'essere si ritrova incarnato e condizionato e lotta così contro le influenze della natura materiale e contro i sensi e la mente:

Mamaivamsho jiva-loke
Jiva-bhutah sanatanah
Manah-shashthanindriyani
Prakriti-sthani karshati


“Gli esseri viventi, in questo mondo di condizioni, sono Miei frammenti eterni, ma essendo condizionati lottano duramente con i sei sensi, tra cui la mente. (Bhagavad Gita XV.7)”

Apparentemente è una lotta impari poiché la materia (prakriti) ha una potenza superiore, che il jiva non riesce ad affrontare con le sue forze, ma può farlo tramite l'abbandono fidente a Colui che è fonte dell'energia stessa

Daivi hy esha guna-mayi
Mama maya duratyaya
Mam eva ye prapadyante
Mayam etam taranti te

“Questa Mia energia Divina, costituita dalle tre influenze della natura materiale, è difficile da superare, ma coloro che si abbandonano a Me ne varcano facilmente i confini. (Bhagavad Gita VII.14)”.

Il Jivabhuta è quindi costituito di spirito e materia. Lo spirito costituisce l'energia di Amore del Divino, mentre la materia, priva di coscienza, costituisce le coperture fisiche e psichiche, ed è per questo la causa vera della sofferenza (quando il soggetto si identifica completamente con tali coperture):

Bhumir apo 'nalo vayuh
Kham mano buddhir eva ca
Ahamkara itiyam me
Bhinna prakrtir ashtadha

Apareyam itas tv anyam
Prakrtim viddhi me param
Jiva-bhutam maha-baho
Yayedam dharyate jagat


“Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente, intelligenza e falso ego – questi otto elementi, distinti da Me, costituiscono la Mia energia materiale.
O Arjuna dalle braccia potenti, oltre a questa energia ne esiste un'altra, la Mia energia superiore, costituita dagli esseri vivienti che sfruttano le risorse dell'energia inferiore, la natura materiale. (Bhagavad Gita VII.4-5).”

In questi versi troviamo quindi l'uomo dal punto di vista fisico, psichico e spirituale, l'uomo nei suoi tre piani antropologici così come spiegato da Krishna nella Bhagavad Gita.
La fonte della sofferenza dell'uomo risiede quindi in questa scissione della personalità. La natura Divina che si identifica con la natura transitoria di corpo e psiche, dovuta al riflesso del sé: l'ego. L'essere pensa di essere l'autore dell'azione che in realtà è attuata sotto l'influenza dei tre elementi della natura materiale per mezzo della distorsione provocata dalla percezione erronea di sé (l'ego, ahamkara):

Prakrteh kriyamanani
Gunaih karmani sarvashah
Ahankara-vimudhatma
Kartaham iti manyate


“Sviata per l'influenza del falso ego, l'anima spirituale, crede di essere l'autrice delle proprie azioni, che in realtà sono compiute dalle tre influenze della natura materiale. (Bhagavad Gita III.27)”.

A causa dell'ego l'Amore puro che costituisce la natura più intima della personalità, entrando a contatto con rajio-guna, diventa kama (desiderio di natura egoica). Ed é la vera causa di sofferenza, il nemico da combattere per riscoprire la centralità della personalità, l'umanità vera. Krishna stesso ad una domanda di Arjuna che chiedeva quale fosse la causa della sofferenza, afferma:

Kama esha krodha esha
Rajo-guna-samudbhavah
Mahashano maha-papma
Viddhy enam iha vairinam


“E' desiderio egoico soltanto, o Arjuna. Nata al contatto con l'influenza della passione e poi trasformatasi in collera, è il nemico devastatore del mondo intero e la fonte del peccato. (Bhagavad Gita III.37)”.

Dove risiede il desiderio egoico? Risiede a vari livelli e secondo differenti coperture dipendenti dalla struttura fisico-psichica e dal grado di condizionamento con la materia:

Dhumenavriyate vahnir
Yathadarsho malena ca
Yatholbenavrto garbhas
Tatha tenedam avrtam

Come il fuoco è coperto dal fumo, lo specchio dalla polvere e l'embrione dall'utero, così l'essere vivente è coperto dalla dal desiderio egoico? in differenti gradi. (Bhagavad Gita III.38)


E' il desiderio egoico che sia annida nella psiche il vero ostacolo all'evoluzione. E' esso che occorre combattere con l'arma del distacco e della pratica costante:

Indiriyani mano buddhir
Asyadhishthanam ucyate
Etair vimohayaty esha
Jnanam avrtya dehinam


“I sensi, la mente e l'intelligenza sono i luoghi in cui si annida il desiderio egoico. E' in questo modo che il desiderio egoico copre la vera conoscenza dell'essere vivente e lo confonde. (Bhagavad Gita III.40)

Questi versi descrivono quindi l'umanità, fatta di corpo, psiche e desiderio egoico, che li si annida, e che occorre conquistare con l'arma della conoscenza e del distacco che insieme portano ad un stabile cammino di realizzazione interiore e conseguente piena armonizzazione della personalità. Conoscenza significa conoscere le dinamiche che portano al dannoso condizionamento, e la natura superiore dell'essere vivente che trascende ogni involucro materiale e psichico:

La Bhagavad Gita è quindi un perfetto manuale che consente di conoscere la l'umanità dell'essere vivente nel suo insieme e la sua natura intima che lo lega a Dio. Tale conoscenza (jnana) diventa strumento vero di evoluzione quando realizzata (vijnana), attraverso una pratica spirituale costante e coerente. Solo allora l'armonizzazione della personalità sarà completa e il purusha potrà godere della beatitudine divina.

domenica 21 marzo 2010

LE TRACCE DI MEMORIA (SAMSKARA)
A cura di Andrea Boni.


Da un articolo di Adele Sarno apparso su Repubblica del 13 Marzo 2010, leggiamo che oggi la tecnologia è un pochino più avanti nel tentativo di leggere nel pensiero."Per la prima volta un gruppo di studiosi londinesi ha usato degli scanner per imaging a risonanza magnetica per 'leggere nel pensiero'. Ciò è stato possibile perchè nello studio sono state individuate tracce di memoria 'fissa' visibili e misurabili nel cervello".

Presto bisognerà fare attenzione a ciò che ci passa per la mente, perché con l’aiuto di uno scanner sarà possibile leggere i pensieri. Questi infatti possono lasciare tracce visibili e misurabili nel cervello. L’esperimento è riuscito a un’equipe di ricercatori dell’Università di Londra che ha registrato l’attività cerebrale legata a differenti tipi di ricordi. Con un apparecchio per le risonanze magnetiche funzionali per immagini (fMRI) , che normalmente si usa per monitorare l’attività di vari organi, gli studiosi hanno analizzato i processi mentali che avvengono nella zona lombo temporale del cervello e hanno rilevato che i ricordi lasciano una sorta di segno indelebile, che può essere decifrato. In altre parole sono riusciti a individuare l’impronta di un ricordo che stimola il pensiero. Il lavoro si basa su le cosiddette "tracce di memoria", la cui esistenza è accettata da quasi un secolo ma i cui meccanismi, natura e localizzazione rimangono ancora in gran parte un mistero. Questo studio, pubblicato su Current Biology, prova a capirne i meccanismi sfruttando la "memoria episodica". Nell’esperimento gli studiosi hanno sottoposto sei donne e quattro uomini, di un’età media di 21 anni, alla proiezione di tre clip di differenti film, ognuna della durata di sette secondi. Tutti i filmati erano simili e mostravano diverse persone impegnate in normali attività quotidiano: imbucare una lettera, bere un caffè, camminare. Dopo la visione i partecipanti hanno descritto, su richiesta, ciò che ricordavano delle scene appena viste. In quel momento è entrata in azione lo ‘scanner’ che ha monitorato le tracce di memoria lasciate nei cervelli. Nella seconda parte del test i volontari dovevano ricordare casualmente le clip mentre erano sottoposti alla risonanza. Nella metà dei casi il computer riusciva a predire ciò che avrebbero detto. Questo accade, spiegano i ricercatori, perché le tracce della memoria associate ad ogni clip sono rimaste invariate per tutta la durata dell’esperimento, suggerendo che queste erano “fisse”. E così la macchina per la risonanza magnetica funzionale, registrando le ‘tracce di memoria’ ha dimostrato di essere in grado di leggere nel pensiero. Ma, aggiungono i ricercatori, le tracce dei ricordi per ciascuna delle tre proiezioni erano simili in tutti i partecipanti. “Sebbene gli schemi cerebrali fossero in generale diversi per ciascun individuo, esiste una notevole similarità nelle zone dell'ippocampo attivate dal ricordo”, scrivono nello studio Sempre lo stesso team di di neuroscienziati dell’University College London aveva già dimostrato di essere in grado di ‘vedere’ i pensieri di una persona posta in una situazione di realtà virtuale. “La ricerca è un passo in avanti, ma è ancora una tecnica in fase embrionale e va sviluppata in futuro”. La Scienza dello Yoga descrive molo bene le “traccie di memoria”. Sono i cosiddetti samskara, le impressioni latenti, che si imprimono nella mente profonda (cittah) e da li costituiscono fonte di condizionamento (positivo o negativo) per l'essere incarnato. In particolare se si insiste nel fare qualcosa che non dev'essere fatto, si diventa schiavi di quello che si sta facendo, perché si stabilisce un numero sempre maggiore di samskara che si rafforzano vicendevolmente ed esercitano forza, pressione sul carattere. Allo stesso modo, se ci impegniamo nel seguire una giusta disciplina, sebbene talvolta ci costi fatica, questo ci porterà a costruire i samskara per le suddette azioni e a sviluppare il gusto necessario per portarle poi avanti spontaneamente. Tale meccanismo può apparire misterioso e, generalmente, persone inconsapevoli di questo attribuiscono un grande potere volitivo a quel che a loro piace e non piace, ignorando il ruolo dei samskara, i quali determinano gusti e tendenze e sono modificabili. Per questo motivo è necessario crearsi i giusti samskara e, anche quando per pigrizia sembrerebbe più comodo non fare una cosa che andrebbe fatta, meglio essere attenti, perché il non farla genera quel tipo di samskara e quel particolare samskara di “pigrizia” diviene poi un ostacolo ancora più ingombrante la volta successiva che crederemo opportuno fare quel qualcosa. Con i samskara poi perdiamo la nostra libertà e la capacità di agire in maniera autonoma? No, affatto, infatti la dimostrazione consiste proprio nel fatto che, quando decidiamo di non fare una cosa, possiamo non farla, ma dobbiamo sapere che in quel modo generiamo altri samskara. Noi siamo sempre responsabili delle nostre scelte e dunque anche la scelta di quale genere di samskara dotarci, fornirci.

venerdì 19 febbraio 2010

LA COSCIENZA SI TROVA NEL CERVELLO? a cura di Andrea Boni.

Questa volta, grazie all'indicazione della cara collega Dott.ssa Diana Vannini, mi sono imbattuto in un interessantissimo articolo pubblicato su un blog specializzato di Neuropsicologia (QUI).
Di seguito riporto integralmente l'articolo per comodità:

"Alla base dell'assunto dell'esistenza di una correlazione fra coscienza e attività neurale misurabile con gli strumenti della neurofisiologia vi sarebbe una profonda confusione filosofica”... Lo sostiene Ray Tallis, dell'Università di Manchester, sul New Scientist (R. Tallis, You won't find consciousness in the brain, New Sci, 7/1/2010). La gran parte dei neuroscienziati e dei filosofi della mente “vedono avvicinarsi il giorno in cui saranno finalmente in grado di spiegare tutti i misteri della coscienza umana attraverso l'osservazione dell'attività del cervello”. Allo stesso tempo, “una minoranza contesta questa ortodossia”, principalmente mettendo in discussione la “precisione” delle correlazioni fra le misure indirette dell'attività cerebrale e le funzioni mentali, caratteristica saliente degli studi finora condotti in questo complesso campo di indagine. Nel 2009 uno studio pubblicato da Harol Pashler e colleghi su Perspectives on Psychological Sciences aveva messo in evidenza e dubitato delle “troppo elevate correlazioni” fra attività del cervello e vari costrutti psicologici (peraltro “raramente illustrate a dovere”, a detta degli Autori) riscontrate nei paper di comunicazione dei risultati di ricerche condotte con risonanza magnetica funzionale (fMRI) nel campo della cognizione sociale, delle emozioni e della personalità. Il vero problema però, per come la vede Tallis, non è tanto nelle “limitazioni tecniche” degli strumenti, destinate a essere temporanee visto l'incalzante progresso delle neuroscienze, quanto nel metodo di indagine adottato, fondato a suo giudizio su una “confusione filosofica profonda”. Secondo il professore di Manchester infatti, sarebbero ancora numerosi gli aspetti della coscienza ordinaria che "resistono" alla spiegazione neurologica e “il fallimento dei tentativi di spiegare la coscienza in termini di attività nervosa non è dovuto a limiti tecnici facilmente superabili, ma alla natura auto-contraddittoria del compito, di cui l'incapacità di spiegare la contemporanea unità e molteplicità della consapevolezza, l'avvio dell'azione, la costruzione del sé, il libero arbitrio, la presenza esplicita del passato (non ammessa in un sistema fisico; le sinapsi, in quanto strutture fisiche, lavorano solo a stati presenti) ecc. non sono che i sintomi”. La ragione fondamentale della “incompletezza o irrealizzabilità” di qualsiasi spiegazione in questi termini sarebbe legata alla “disgiunzione fra gli oggetti della scienza e i contenuti della coscienza: la scienza incomincia proprio nel momento in cui rifugge dall'esperienza soggettiva, l'esperienza in prima persona, preferendovi la misurazione oggettiva che ci allontana dal fenomeno della coscienza soggettiva verso il regno in cui le cose sono descritte in termini quantitativi astratti". Questo modo di procedere - conclude Tallis - scarterebbe d'ufficio proprio i contenuti essenziali della coscienza che si vuole spiegare...Una curiosità: Ray Tallis non è un filosofo, è un medico della Academy of Medical Sciences. Questo articolo ci rimanda ad una riflessione pubblicata proprio su questo Blog (QUI), in cui venivano criticati i metodi di indagine della scienza positiva, basati sulla misurazione sperimentale, oggettiva, quando applicati per descrivere i fenomeni della coscienza. La cultura Antico Indiana, infatti, afferma che non è possibile descrivere la coscienza con i sensi (o con loro estensioni, quali possono essere anche i più moderni strumenti di misurazione), bensì è possibile spiegare questo fenomeno fondamentale della personalità solo con la coscienza stessa! Ovvero attraverso una visione interiore, quella a cui è possibile accedere mediante la meditazione. La coscienza non risiede nel cervello, di cui le sinapsi con i loro collegamenti risultano essere un effetto (quelli che Tallis chiama i sintomi), ma nella parte più profonda della personalità, l'atman, il sé che trascende ontologicamente la natura transitoria effimera del corpo. Parliamo quindi di due piani di valutazione differenti, non in contrapposizione, perché ovviamente il cervello con le sue connessioni interviene nel fenomeno Coscienza, ed infatti, più propriamente, dovremmo in tal caso definirla “coscienza condizionata”, poiché la natura pura della coscienza (cit), si trova ad essere condizionata (cittah) a causa della presenza del materiale psichico sottile e delle connessioni strutturate (“l'hardware” celebrale costituito dalle interconnessioni di sinapsi). Come Krishna spiega nella Bhagavad Gita (VII.4-5): “Terra, acqua, fuoco, aria, etere, mente, intelligenza e falso ego – questi otto elementi, distinti da Me, costituiscono la Mia energia materiale. […] Oltre a questa energia ne esiste un'altra, la Mia energia superiore, costituita dagli esseri viventi che sfruttano le risorse dell'energia inferiore, la natura materiale”. Le energie ontologiche sono due: materia (prakriti) ed il sé (purusha). Il sé può essere conosciuto solo con il sé, non con la materia, altrimenti si cade in una contraddizione, come evidenziato dal Prof. Tallis. Riflessioni di questo tipo, espresse da importanti ricercatori come il Prof. Tallis, evidenziano il dibattito tutt'ora aperto sul tema della coscienza, e le diverse contrapposizioni presenti. La Cultura Antico Indiana, in questo senso, costituisce un importante contributo per tutti i ricercatori aperti a visioni che possono integrare e migliorare le attuali conoscenze.

lunedì 8 febbraio 2010

LA RELIGIONE IMPEDISCE DI RAGIONARE?
A cura di Andrea Boni.

Quest'oggi come di consueto ho aperto i siti Internet di alcuni dei più importanti quotidiani per leggere le notizie e tenermi informato. E' una pratica che adotto da tempo per dedicare 15-30 minuti alla lettura degli articoli più interessanti. Mi sono imbattuto in una notizia il cui contenuto non è nuovo, certamente, ma visto il tono e i temi che abbiamo deciso di trattare in questo Blog non potevo ignorare. La notizia riporta alcune dichiarazioni di Umberto Veronesi circa la religiosità che riporto integralmente di seguito così come pubblicato sul Corriere della Sera.


MILANO - La religione impedisce di ragionare mentre la scienza vive nella ricerca della verità. Sono mondi molto lontani. Umberto Veronesi, nel corso di Sky Tg24 Pomeriggio, ha spiegato i motivi che, da scienziato, lo hanno portato ad allontanarsi dalla fede. «Scienza e fede non possono andare insieme - ha affermato l' oncologo - perché la fede presuppone di credere ciecamente in qualcosa di rivelato nel passato, una specie di legenda che ancora adesso persiste, senza criticarla, senza il diritto di mettere in dubbio i misteri e dogmi che vanno accettati o, meglio, subiti».

«INTEGRALISTA» - Secondo Veronesi, infatti, la religione, per definizione, è integralista, mentre la scienza vive nel dubbio, nella ricerca della verità, nel bisogno di provare, di criticare se stessa e riprovare. In sostanza, è la sua tesi, si tratta di due mondi e concezioni del pensiero molto lontani l'uno dall'altro, che non possono essere abbracciati tutti e due. Nel corso della trasmissione l'oncologo ha poi ricordato di venire da una famiglia religiosissima, «ho recitato il rosario tutte le sere fino ai 14 anni», ma di aver deciso di allontanarsi, nei primi tempi con grande difficoltà, dopo aver esaminato a fondo tutte le religioni. «Perché - ha concluso - mi sono convinto che ogni religione esprime il bisogno di una determinata popolazione in quel momento storico». (Fonte: Ansa)

Il connubio Scienza e Fede ha caratterizzato la dialettica degli ultimi millenni. Già Tommaso D'Aquino si occupò di questo importantissimo aspetto, infatti. Probabilmente le esperienze spirituali di Veronesi sono state davvero traumatiche e dispiace leggere tali contenuti un poco “chiusi” e limitati da una mente intelligente e colta. La mia esperienza con la Scienza appartiene alla “tradizione” occidentale: laureato in Ingegneria Elettronica, Dottorato di Ricerca in Ingegneria Elettronica ed Informatica, Ricercatore presso l'Università di Trento con studi sulle Reti Neurali e modelli di apprendimento Automatico, Docente di Elettronica dei Sistemi Digitali presso la stessa Università. Davvero tanta razionalità e Scienza nel mio Curriculum! La mia esperienza con la spiritualità appartiene prima alla tradizione Cattolica, poi, più recentemente alla tradizione Induista con matrice Vedico-Vaishnava. Ebbene posso dire che se la religiosità, o meglio la spiritualità, viene vissuta in modo dogmatico e fideistico allora si impedisce di ragionare. Ma allo stesso modo impedisce di ragionare un certo tipo di scienza quando imposta secondo concezioni guidate da fattori che esulano da una libera interpretazione della ricerca. Siamo sicuri che oggi la ricerca sia proprio libera? La Tradizione dello Yoga, per esempio, ma anche in tutte le tradizioni autentiche, in cui si cerca con sincerità l'evoluzione dello spirito che porta ad una reale armonizzazione della personalità, propone un metodo che consente di migliorare tutte le componenti della psiche, intelligenza inclusa, attraverso una continua analisi del proprio avanzamento e attraverso un metodo esatto di evoluzione spirituale. Posso dire da scienziato di avere trovato una Scienza esatta nella spiritualità dell'India Antica, che non impedisce di ragionare, ma anzi la ragione (Vedanta) si coniuga in modo armonico con la fede e la devozione (Bhakti) verso il Divino. Ciò è espresso chiaramente nella parola sanscrita “Bhaktivedanta”. L'invito a tutti i ricercatori sinceri è di non mettere delle barriere intellettuali a priori, ma di rimanere versatili e aperti, con spirito critico costruttivo, a tutti quei contenuti autentici che possono davvero migliorare la nostra vita.

mercoledì 27 gennaio 2010

STUDIO DELL'UNIVERSITÀ DI PADOVA.

La religiosità rallenta demenza senile.

L'attitudine alla spiritualità si assocerebbe a una riduzione dalla velocità del decadimento cognitivo
.

VENEZIA - La religiosità, intesa come attitudine alla religione o spiritualità, rallenta la progressione della demenza senile. È quanto emerge da uno studio di due ricercatori della Clinica geriatrica dell' Università di Padova, diretta dal professor Enzo Manzato e pubblicato sulla rivista «Current Alzheimer Research».


LO STUDIO - Lo studio è stato condotto su 64 pazienti affetti da Alzheimer in differenti stadi della malattia, monitorando per 12 mesi la progressione della demenza, dopo aver suddiviso gli ammalati in due gruppi: quelli con un basso livello di religiosità e quelli con un moderato o alto livello di religiosità. Per un anno i pazienti sono stati sottoposti a test per misurare il loro stato mentale e la loro funzionalità nelle attività quotidiane, sia quelle che permettono un primo grado di autosufficienza (vestirsi, lavarsi e mangiare da soli) sia quelle maggiormente complicate (come telefonare). I malati del gruppo con basso livello di religiosità hanno avuto nell'anno una perdita delle capacità cognitive del 10% in più rispetto a quelli con un livello di religiosità medio-alto. 
Le malattie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer non sono guaribili, farmaci e condizioni particolari di vita possono solo rallentarne la progressione. «È noto che gli stimoli sensoriali provenienti da una normale vita sociale rallentano il decadimento cognitivo - spiega il professor Manzato - ma nel caso dello studio riportato sembra essere proprio la religiosità interiore quella in grado di rallentare la perdita cognitiva. Non si tratta quindi di una ritualità cui si associano determinati comportamenti sociali, bensì di una vera e propria tendenza a credere in una entità spirituale».

(Fonte agenzia Ansa).
SCIENZA E VEDANTA - LA FORMA UMANA
E L'EVOLUZIONE DELLA COSCIENZA (PARTE QUINDICESIMA).
A cura di Andrea Boni.

(La Quattordicesima Parte è consultabile QUI)


La Ricerca della Felicità.

Il Sutra I.1.12 del Vedantasutra è uno dei più importanti dell'intera opera. Esso afferma che la natura più profonda e vera, quella ontologica, dell'essere vivente è ananda, ovvero pura felicità.

Sutra I.1.12
Anandamayo'bhyasat

Anadamayah – completa beatitudine, Abhyasat – a causa della ripetizione .

[Ciò che è indicato con la parola] anandamaya [ovvero felicità, beatitudine, è il -Brahman, la Verità Assoluta] a causa del ripetuto uso [della parola Brahman in connessione ad essa] – 12.

Commentario Scientifico.
La felicità è uno stato di benessere da molti mai sperimentato in maniera cosciente e consapevole se non attraverso qualche stato d’animo passeggero, una sorta di afflato; ma la vera felicità non è temporanea, è altresì uno stato permanente di beatitudine. Cosa impedisce l'ottenimento di un siffatto stato? Il sopraggiungere e l'imperversare dei condizionamenti nel campo mentale. La felicità è come una costante che vive in noi, proprio come la vita. Badarayana nel suo dodicesimo sutra dice Anandamayo'bhyasat. Il Brahman, e quindi il sé, è ananda, pura felicità. La felicità è quindi la natura propria di ogni essere, non è qualcosa che va cercato esteriormente e chissà dove. Non abbiamo da prendere degli arei e andare in un'isola caraibica! La felicità è in noi ma spesso non la percepiamo perché siamo occupati a percepire altro. Ad esempio in un bosco di notte possiamo sentire lo squittio di un animale a decine di metri di distanza. In un bosco di giorno possiamo sentire una cicala a cento metri di distanza, ma in una discoteca o in mezzo al traffico di una strada urbana, non sentiamo il rumore emesso dalla cicala neanche se la teniamo in mano. Quindi non è una questione se la felicità c’è o non c’è, Badarayana ci dice che la felicità c’è da sempre e per sempre come la nostra immortalità (sat). La nostra eternità esiste ma siamo noi che non la percepiamo. La maggior parte delle persone non percepisce la propria immortalità, e come conseguenza non percepisce la propria felicità. Non dobbiamo fare qualcosa di particolare per diventare felici, semplicemente occorre destrutturare i condizionamenti della mente. Questo l'insegnamento principale dello yoga. La felicità è un bene ontologico e inalienabile, noi lo possiamo soltanto perdere a causa della nostra falsa percezione. Nessuno di noi può rinunciare alla felicità poiché si presenta come bisogno irrefrenabile della nostra natura intrinseca, proprio come l'amore. Non ci possiamo privare dell’amore, e infatti tutti noi in modo più o meno distorto perseguiamo questo obiettivo, talvolta in maniera tale da complicare le relazioni in cui siamo coinvolti, ma certamente non possiamo rinunciare a perseguire un così elevato raggiungimento. Se l’amore non c’è, la nostra vita diventa la ricerca dell’amore, in qualche forma, se la felicità non c’è, diventa la ricerca della felicità, ma comunque trattasi di bisogno irrefrenabile. Quindi, l’immortalità, la felicità, la saggezza, sono irrefrenabili, sono bisogni di cui noi non possiamo fare a meno. Si immagini l’aria, qualcuno pensa forse di poterne fare a meno? Evidentemente no, ebbene così come non si può fare a meno dell'aria allo stesso modo non si può fare a meno dell’amore. In mancanza della felicità le persone si accontentano di un surrogato materiale, quello che comunemente viene definito piacere, il quale tuttavia è caratterizzato dal fatto di essere effimero e quindi, in quanto tale, in definitiva porta maggiore sofferenza. A tal riguardo Krishna nella Bhagavad Gita (V.22) afferma: “La persona intelligente si tiene lontana dalle fonti della sofferenza [il piacere effimero], determinate dal contatto dei sensi con la materia. O figlio di Kunti, tali piaceri hanno un inizio ed una fine, perciò l'uomo saggio non se ne compiace”. Parmenide d’Elea, un grande filosofo presocratico diceva: “Ciò che è non può non essere, ciò che non è non può essere”. La felicità “è”, quindi ha come caratteristica sua propria l’indipendenza rispetto all’ambiente esteriore, pertanto è un bene duraturo, eterno, che soddisfa pienamente la componente più profonda della nostra personalità, il sé. Quando la felicità dipende dall’ambiente esteriore, ovvero quando viene smorzata o ridotta da cause esterne, allora non è la vera felicità. Oggi c’è in effetti una concezione sbagliata del termine. Si scambia per benessere ciò che è temporaneo e che quindi non appartiene alla categoria della vera felicità. Da un punto di vista scientifico si potrebbe definire una proporzione e affermare che l’amore sta alla felicità come l’eros sta al piacere. Certo, questa affermazione in pieno 2010, in una società dove la libertà di espressione e azione (anche sessuale) sembra essere il più alto ottenimento, appare piuttosto forte, ma è pienamente contestualizzata e giustificata nell'ambito della filosofia Indovedica. Certamente non c’è niente di male nell’eros, guai se non ci fosse l’eros! Le zone erogene nel corpo ci sono ed hanno la loro funzione. Ad esempio anche gli animali hanno una mappatura erotica nel corpo: le vacche provano piacere quando allattano i vitelli, se non lo provassero tirerebbero dei calci; mamma orso prova piacere quando allatta i cuccioli, se non provasse piacere li graffierebbe e li prenderebbe a calci o li sbranerebbe. Il piacere nell’atto sessuale è quindi giustificato perché garantisce la continuazione della specie. Non c’è niente di male se noi riconosciamo che abbiamo ancora nel corpo dei residui istintivi, l’importante è che non diventiamo schiavi di quegli strumenti che sono a disposizione per la mera sopravvivenza e appunto, in quanto strumenti, dovrebbero essere utilizzati per fare un cammino di conoscenza ed emancipazione al fine di riscoprire la nostra reale natura. Ma la vera felicità non è mera sopravvivenza, non è mera continuazione della specie, è un salto di qualità verso un livello superiore. Se siamo sulla strada giusta, e quindi in una prospettiva evolutiva, va bene anche conseguire un semplice risultato, un gradino, due gradini verso la vetta dell'emancipazione; sappiamo infatti che c’è tanta strada da fare e i condizionamenti devono essere destrutturati con pazienza e tolleranza, ma è importante comunque camminare sulla via della perfezione e andare nella direzione giusta. C’è un verso interessante della Bhagavad Gita: “Questo sapere è il re di tutte le scienze, il più segreto dei segreti. E' la conoscenza più pura, e poiché permette di realizzare con percezione diretta la propria vera identità, è la perfezione della religione. Tale cnoscenza è eterna e si applica con gioia” (Bhagavad Gita IX.2). In questo verso Krishna spiega che la felicità non è collocata tutta al traguardo, bensì è un bene che può essere acquisito lungo la strada, e man mano che ci si avvicina all'orbita energetica della felicità, è possibile sentire il suo calore, possiamo vedere il suo bagliore, sentire la sua musica ed il suo profumo e quella è già felicità. 'Raja vidya raja guhyam' dice Krishna, questo è il sovrano dei saperi, tra le cose da conoscere, è la regina delle conoscenze, il re dei saperi, e mentre il viaggio continua e si compie in questa operazione di avvicinamento, la felicità comincia a manifestarsi. Come quando se andiamo verso il sole che sorge sentiamo sempre più luce e calore, allo stesso modo se ci poniamo nella direzione giusta dal punto di vista evolutivo, attraverso l'aderenza a principi etico-morali elevati, attraverso la valorizzazione degli altri, e amando il nostro prossimo, allora fin da subito sentiremo di entrare in connessione con l'armonia Universale che sottende a tutta la creazione, e ritroveremo la giusta sintonia, la giusta frequenza. Vibrando allo stesso modo dell'armonia cosmica, essendo parte di quella stessa natura, il nostro sé ritroverà allora la felicità vera e perenne.

mercoledì 20 gennaio 2010

L'ORDINE IMPLICITO (IL DHARMA) NEL 'GRANDE [POEMA DEI] BHARATA'.
'La Provvidenza afferma che in questo mondo solo il Dharma è supremo
e quando il Dharma viene sostenuto diffonde la pace'.
(Mahabharata II.60.1374).

Di Marco Ferrini.

La sacralità del Mahabharata viene enunciata per l’intero corso dell’opera, non solo in virtù del formidabile messaggio spirituale di cui è portatore (cfr. Bhagavata Purana I.4.25), ma anche in quanto caratterizzato dalla discesa (avatara) di Dio nel mondo “per la protezione dei buoni, la distruzione degli empi e la preservazione del Dharma”. Il Dharma rappresenta probabilmente il principale insegnamento del Mahabharata; esso è infatti la costante, l’idea centrale, il filo rosso che unisce anche quelle narrazioni che sembrano discostarsi dal nucleo della storia e che danno senso al poema nella sua interezza. Il Dharma è quella Forza divina che tutto muove, regola e sostiene, l’Equilibrio universale, la Legge sacra, la Giustizia eterna, l’insieme degli infallibili Princìpi della Religione che regolano la vita etica, morale, politica, sociale e familiare di ciascun essere. La parola sanscrita Dharma va dunque oltre il normale concetto di legge. Se talvolta è possibile trovarci di fronte ad una legge ingiusta, non si potrà mai imbatterci in forme ingiuste di Dharma in quanto il Dharma è Legge divina, al contempo causa ed effetto dei sacri Veda. Mentre insegna a re Yudhishthira la scienza politica, il grande saggio Narada afferma infatti che il Dharma è trayi-mula, espressione che può essere interpretata in due modi: A) I tre Veda sono la base del Dharma e B) il Dharma è la base dei tre Veda.


La natura “sottile” del Dharma
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Il concetto di Dharma pervade la cultura del Mahabharata, e di consegenza tutta la Cultura Indiana, presentandosi sotto svariate forme, non sempre intellegibili. Il Dharma è infatti di origine divina (cfr. Bhagavata Purana, VI.3.19) e, in quanto tale, presuppone sempre l’ulteriorità propria della dimensione metafisica, che va oltre la portata dell’intelletto umano. Quando ad esempio re Drupada non riesce a capire come sia possibile che il Dharma di sua figlia sia sposare tutti e cinque i Pandava, suo figlio Dhrishtadyumna, che condivide i sentimenti del padre, ne conferma la complessità: "Il Dharma è denso di sottigliezze, perciò non possiamo assolutamente comprenderne tutte le dinamiche. Non è possibile stabilire se questo matrimonio è autorizzato dal Dharma o se fa parte dell'Adharma" (Mahabharata I.188.11). Strettamente connesso ai concetti di Karma (azione-reazione), Prakriti (Natura materiale) e Samsara (ciclo di nascite e morti ripetute), il Dharma viene più volte descritto nel corso dell’opera nella propria natura “sottile”, ma in quanto concepito dal Signore per regolare l’azione di chi si trova confinato nella dimensione spazio-temporale, nel “qui” ed “ora” propri della vita incarnata, esso si propone sempre anche in una dimensione concreta, destinata ad essere vissuta e quindi compresa, per quanto possibile, da ogni creatura vivente. Da qui la responsabilità di ciascun uomo nel custodire il Dharma, al fine di recidere definitivamente i nodi del cuore e conseguire lo scopo sommo della vita, che consiste nell’ottenimento della comunione con Dio. Esistono due tipi fondamentali di Dharma, cioè il Dharma che vale per tutti gli uomini e il Dharma peculiare cui ciascun individuo deve attenersi in base al proprio ruolo sociale. La prima forma di Dharma, caratterizzata da generosità, benevolenza, amore verso tutte le creature, va sotto il nome di Sanatana Dharma (Dharma eterno) ed è conosciuta nel Mahabharata come “ottuplice via del Dharma”, costituita di sacrificio (ijya), studio del Veda (adhyayana), carità (dana), ascesi (tapas), veracità (satya), pazienza (kshama), compassione (ghrina) e assenza di cupidigia (alobha). La seconda forma di Dharma, conosciuta come Sva-Dharma (Dharma specifico), si riferisce appunto ai doveri specifici che ogni individuo ha il compito di svolgere in seno al proprio contesto sociale, per cui, ad esempio, le norme che regolano la vita dello spiritualista (brahmana), non potranno essere le stesse cui devono attenersi il principe guerriero (kshatriya), il commerciante (vaishya) o il servitore (shudra). Il Mahabharata afferma che ogni essere umano dovrebbe eseguire i propri doveri senza invadere quelli altrui, nel rispetto delle norme eterne (Sanatana Dharma). Nella Bhagavadgita è spiegato che l'assegnazione dei doveri specifici (Sva-Dharma) avviene sulla base delle tendenze (guna) e delle esperienze (karma) di ciascuna persona. Si può fare l'esempio di una squadra di calcio. Una volta assegnati i ruoli, il successo della squadra dipenderà dall'esecuzione dei doveri specifici da parte di ciascun individuo, che non dovrà assumere il ruolo che spetta ai compagni di squadra. Perciò Krishna afferma ancora nella Bhagavadgita (XVIII. 47-48): “E' meglio compiere il proprio Dharma, anche se in modo imperfetto, che accettare il dovere di un altro e compierlo perfettamente. Eseguendo i doveri prescritti secondo la propria natura non s'incorre mai nel peccato. Ogni impresa è coperta da qualche errore, come il fuoco è coperto dal fumo. Perciò, o figlio di Kunti, nessuno deve abbandonare l'attività propria della sua natura, anche se presenta errori”. Vediamo alcuni esempi tratti direttamente dal grande poema epico. Deposte le armi e abbandonati i doveri regali, re Vasu cominciò a praticare ascesi con l'intenzione di ottenere la potenza necessaria a raggiungere la posizione di Indra, re dell'universo. Allora Indra in persona si recò da Vasu e gli disse di non mischiare i suoi doveri legittimi di sovrano con la funzione governativa di Indra, poiché un imperatore protegge il Dharma verificando che tutti eseguano i loro doveri specifici: "Sovrano della terra, il Dharma dei re non dovrebbe essere confuso. Proteggi il Dharma, poiché quando viene sostenuto, esso sorregge l'universo intero" (Mbh. I.57.5). Similmente Dhritarashtra, esortando il figlio Duryodhana a non invidiare i Pandava e a non bramare la loro legittima posizione, dichiara: "La ricerca esasperata volta ad ottenere la proprietà altrui si rivelerà un atto vano. Prospera colui che è pienamente soddisfatto di quello che possiede e compie il proprio Dharma" (Mbh. II.50.6). Dovremmo rilevare che la correttezza di una particolare azione dipende dal Dharma specifico di colui che la compie. Ne è un esempio la storia di Shakuntala. Il giovane re Dushyanta cerca di convincere l'affascinante fanciulla Shakuntala a sposarsi con lui tramite il matrimonio Gandharva, che consiste in un'unione spontanea dei membri della coppia senza che questi abbiano prima chiesto il consenso dei genitori. La sua richiesta si basa sul fatto che questo tipo di matrimonio può essere preso in considerazione dai membri della classe regale (Kshatriya) e Shakuntala, anche se allevata da un brahmana, il saggio Kanva, di fatto è figlia del guerriero Vishvamitra. Shakuntala accetta la proposta di Dushyanta, ma si sente in grande imbarazzo quando l'amato padre adottivo Kanva ritorna a casa. Però Kanva le dice: "Tu sei di stirpe regale, perciò quel che hai fatto oggi, unendoti con un uomo senza prima esserti consigliata con me, non viola il Dharma. Si dice che per un membro della classe regale il matrimonio Gandharva sia il migliore. [In questo caso] l'unione che avviene in un luogo solitario per il desiderio sia dell'uomo che della donna, senza che questi si consiglino con qualcuno, è autorizzata" (Mbh. I.67.25-26). L'aderenza ai principi del dharma, ed in particolare ai doveri prescritti ad ognuno di noi, pone l'essere in armonia con l'ordine implicito, con quell'armonia che sottende a tutta la manifestazione cosmica. Come conseguenza di questo allineamento riemerge in modo naturale l'armonia già presente in ognuno di noi e che caratterizza la parte più profonda della nostra personalità, la nostra vera essenza. Al contrario, agendo contro il dharma (ovvero compiendo azioni adharma), si genera un'energia che si oppone a questa armonia preesistente, che genera come conseguenza patologie a livello psicologico secondo il principio di azione-reazione che tutti conosciamo a livello fisico, ma che agisce anche su un piano più sottile.